Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso. (Luis Sepulveda)

giovedì 7 novembre 2013

ALSAZIA IN CAMPER … E UNA FUGA IN BICI SUI VOSGI (agosto 2013)





Alla fine, per non farmi mancare nulla, ho scaricato da Internet 34 itinerari in bici. Avrò esagerato per una sola settimana di vacanza in Alsazia? Beh, melius est abundare quam deficere, così potrò disporre di un’ampia scelta di percorsi. 
Perché l’Alsazia?
“Semplicemente per la magia che si crea in queste terre. Percorrere la Strada del vino ti catapulta in un mondo incantato, dove i fiori vivono in simbiosi con l'uomo, dove le cicogne nidificano sui tetti delle case e delle chiese …”. Già questa breve descrizione dava la sensazione si trattasse di un luogo particolarmente romantico, stuzzicando ancor più la mia curiosità. Come San Tommaso, dovevo metterci il naso.


23/08/2013: Venerdì
Ore 15,00, partiamo per Strasburgo, immettendoci sulla A4 per Milano, deviando, poi, sulla A8 per Varese ed, infine, imboccando la A9 per Chiasso. Alla dogana svizzera, un funzionario ci indirizza verso una ragazza che vende la vignette ad € 35,00, senza la quale non è possibile viaggiare sulle autostrade elvetiche. Proseguiamo per Bellinzona sulla A2, sorbendoci pazientemente l’interminabile coda di auto e TIR in attesa lungo la strada che precede il tunnel del San Gottardo, gratuito e lungo 17 km. Lo attraversiamo in circa mezz’ora e, quindi, continuiamo per Lucerna, Basilea e Mulhouse, dove ci fermiamo per la sosta notturna in autogrill, dopo aver percorso 430 km.

24/08/2013: Sabato
Strasburgo
Al mattino ci rimettiamo in marcia verso Strasburgo, che dista 120 km da Mulhouse. Prima di entrare in città, però, seguiamo le indicazioni per Montagne Verte, un suo sobborgo e, poi, per il Camping de Strasbourg, in Rue de l'Auberge de Jeunesse n. 9 - GPS: N48.574500, E007.717429 - sito web:  Camping Strasbourg. 
Attenzione! Il campeggio si trova all'interno della zona a basse emissioni introdotta a Strasburgo il 1° gennaio 2022 (v. link: Zona a basse emissioni di Strasburgo); possono accedervi soltanto:
- veicoli completamente elettrici (bollino verde);
- veicoli con motore a benzina Euro 5 o Euro 6 (2011 o successivi) (bollino viola);
- veicoli con motore a benzina Euro 4 (2006-2010) o motore diesel Euro 5 o Euro 6 (2011 o successivi) (bollino giallo).
E', pertanto, obbligatorio applicare sul parabrezza il bollino ambientale (lo puoi richiedere qui: https://certificat-air.gouv.fr/). Il costo è di 3,11 € più le spese postali: 3,11 € + 1,80 € di affrancatura fuori dalla Francia (per un totale di 4,91 € per un veicolo immatricolato all'estero). Il tempo di consegna stimato è di 5-10 giorni.
Se non si rientra nelle suddette categorie, si può soggiornare nel Campingpark di Kehl, poco oltre il confine con la Germania, in Rheindammstrasse 1 - GPS: N48.561390, E007.808630 - tariffa 2025: € 12 per 24 ore -  sito web: Campingpark Kehl  e raggiungere Strasburgo in 20 minuti con la linea D del tram, scendendo alla fermata L'Homme de Fer. La stazione di Kehl (fermata Kehl Rathaus) dista 15 minuti a piedi dal campeggio, seguendo il fiume. I biglietti si acquistano presso la tabaccheria nella casa rossa vicino alla stazione oppure con l'App che si può scaricare scansionando il QR code presso la fermata e sul tram (€ 3,80 per 2 persone, validità un'ora, riduzioni per più persone).

Alla reception ci danno un bigliettino con le istruzioni, che ci consentiranno di raggiungere il centro di Strasburgo con i mezzi pubblici. E’ facilissimo e, in 10 minuti, l’avveniristico tram ci deposita nella piazza L’Homme de Fer. Anche senza mappa, riusciamo a destreggiarci tra le vie della bellissima isola, che custodisce la parte antica della città, racchiusa tra due rami del fiume Ill, come l’Ile de France a Parigi. Solo i tram vi possono accedere, a tutto beneficio dei pedoni. Devo dire che mi ha piacevolmente sorpreso ed è molto meglio di come l’immaginavo. 
Camminiamo per ore, senza mai stancarci. C’è sempre qualche angolo caratteristico da scoprire ed è rilassante passeggiare sull’argine del fiume o lungo le antiche vie lastricate, fiancheggiate da case a graticcio dai balconi fioriti. Ci soffermiamo ad osservare le vetrine accattivanti di luminose pasticcerie, attraversiamo ponti sui canali, piazzette disseminate di tavolini all’ombra di vecchi platani. 
Strasburgo
Nemmeno lo scrosciare della pioggia ci ferma. Acquistiamo due ombrelli, un paio di baguettes e continuiamo il nostro vagabondare. Non possiamo evitare di entrare nell’altissima, gotica cattedrale di Notre-Dame e cediamo pure alla tentazione di una delle innumerevoli patisseries per commettere un veniale peccato di gola. Ritorniamo, quindi, alla fermata del tram e, mentre viaggiamo alla volta del campeggio, il sole inizia a farsi strada tra le nuvole, donando una luce diversa alla città. Nessun rimpianto: Strasburgo mi è piaciuta anche così, con quell’atmosfera un po’ autunnale.







25/08/2013: Domenica
Con un cielo tanto cupo, come posso sperare che non piova? No problem. Ho sempre pronta un’alternativa quando il giro in bici salta a causa del maltempo. Si va ad esplorare l’estremo nord dell’Alsazia in camper. Usciamo da Strasburgo e prendiamo l’Autostrada A35, che percorriamo per un breve tratto, deviando, poi, sulla A 351 ed, infine, sulla D1004 (le autostrade in Alsazia sono gratuite). Attraversiamo vaste distese coltivate, soprattutto a mais, e facciamo una sosta per sgranchirci le gambe nel grazioso villaggio di Marmoutier (parcheggio: GPS: N48.692350, E007.383530), con le sue case a graticcio che affacciano sulla via principale. 
Marmoutier
Marmoutier

Maisons troglodytes o maisons des rochers 
Maisons troglodytes o maisons des rochers
Continuiamo per Sauverne e, poi, ci spostiamo sulla D133, dirigendoci verso la Petite Pierre, con una breve deviazione a Eschbourg, per una veloce visita alle maisons troglodytes de Graufthal o maisons des rochers, case risalenti al Medioevo, scavate nella roccia rossa (parcheggio: GPS: N48.819380, E007.279590).
Proseguiamo, quindi, sulla D178 e, poi, sulla D7, tra immense foreste che ricoprono i versanti delle montagne. Siamo nel Parco Naturale Regionale dei Vosgi del Nord, al quale l’UNESCO ha attribuito il raro titolo di Riserva Mondiale della Biosfera. Il parco è solcato da 1650 km di sentieri segnati, che consentono escursioni sia a piedi che in bicicletta. Ancora sulla D6 e, quindi, sulla D28 per Ingwiller, fino a Niederbronm les-Bains, dove cerchiamo, invano, un parcheggio. 
Wissembourg
Ci sarebbe piaciuto dare un’occhiata alle bancarelle del mercato, che, considerata l’affluenza di persone, dovrebbe essere particolarmente interessante. Evidentemente tutti gli alsaziani, oggi, giorno festivo, sono convogliati qui, visto che gli altri paesi attraversati sinora erano pressoché deserti. Impossibile trovare un parcheggio libero.
Perciò abbandoniamo la nostra idea e procediamo sulla D27, fermandoci a Wissembourg (parcheggio in Place de la Foire - GPS: N49.037600, E007.948670) bel paesotto, con grandi case dai tetti altissimi e spioventi, una bella cattedrale, canali, ponti e fiori in ogni angolo. A parte qualche turista e quattro auto, non c’è in giro un’anima. 
Tarte flambeé
Però i ristoranti abbondano e ognuno di essi propone, come piatto tipico alsaziano, la “tarte flambée”, una sorta di pizza con la pasta secca e sottile, ricoperta di formaggio non filante e farcita con verdure, funghi, speck o quant’altro. 
Non resistiamo. E così, seduti ad un tavolino sulla riva fiorita di un piccolo canale, ci gustiamo questa ghiottoneria. Da leccarsi i baffi! Ritorniamo al camper appena in tempo per evitare un forte acquazzone. Sotto una pioggia torrenziale, cerchiamo la D3 per Lautersbourg e, poi, seguiamo la D468 per Seltz e Sessenheim, paesino lindo e curato, dove ci fermiamo per passare la notte nel parcheggio dell’Ufficio postale (è domenica e non c'è nessuno. Domani mattina partiremo presto). Anche qui, come del resto in tutta l’Alsazia, la maggior parte delle abitazioni ha il giardinetto privo di recinzione e le finestre al piano terra senza inferriate. O da queste parti la delinquenza non esiste oppure hanno tutti degli efficientissimi sistemi d’allarme.
Wissembourg
Wissembourg

26/08/2013 Lunedì
Haguenau
Tempo da lupi. Le bici rimangono al loro posto e noi andiamo ad esplorare un’altra zona con il camper. Perciò, torniamo indietro di alcuni chilometri e ci immettiamo sulla D1063 in direzione di Haguenau. Uno degli itinerari ciclabili scaricato da Internet prevedeva il passaggio all’interno di un’immensa foresta e l’attraversamento di piccoli, pittoreschi borghi. Invece, con il camper, siamo costretti a percorrere un rettilineo di 20 km, ricavato dal disboscamento di un’ampia area, il che rende, sì, il viaggio molto veloce, ma toglie tutto il fascino e la bellezza al percorso. Ad Haguenau (parcheggio in Quai des Pêcheurs - GPS: N48.814430, E007.793550), il centro storico è deserto e, visto che oggi è lunedì, i negozi sono chiusi. Non valeva proprio la pena venire sin qui. Ritorniamo a Sessenheim e proseguiamo verso Strasburgo, sulla D648, con qualche deviazione sulla D737, strada secondaria che unisce piccoli villaggi fioriti e tranquilli, dalle casette color pastello. Il traffico è scarso, come lo è quasi ovunque in questa regione lunga e stretta, adagiata tra i Vosgi da una parte e il Reno dall’altra. 
Parlamento Europeo - Strasburgo
Per gli spostamenti più lunghi, i veicoli a motore e, soprattutto, i mezzi pesanti utilizzano l’autostrada o strade a scorrimento veloce, che attraversano la regione da nord a sud, cosicchè altrove regna una gran pace. 
Lasciamo alle nostre spalle Dalhunden, Drusenheim, Offendorf, Gambsheim, La Wantzenau e Robertsau, giungendo, prima, alla periferia di Strasburgo e, poco dopo, nei pressi del Parlamento Europeo; un groviglio di strade che salgono, scendono, s’intersecano tra di loro. Temendo di infognarsi con il camper, Marco, con destrezza, riesce a far dietro front e, seguendo le indicazioni per la A350, ci infiliamo in autostrada. 
Obernai
Proseguendo sulla A35 e, poi, sulla E25, arriviamo ad Obernai. A due passi dal centro c’è un ampio parcheggio in Rue de l'Abbé Oesterle (GPS: N48.459801, E007.486024), gratuito e con servizi. Ci fermiamo con l’intenzione di passarvi la notte, ma la visita della città non dura molto, per cui riprendiamo il viaggio, immettendoci sulla Route du Vin, che si rivela affascinante fin dall’inizio. La Strada del vino inizia a Marlenheim, alle porte di Strasburgo, e termina a Thann, nei pressi di Mulhouse, snodandosi, per circa 170 chilometri, ai piedi della catena dei Vosgi. L’Alsazia è la regione dei grandi vini bianchi e lungo il percorso si trovano decine e decine di punti di degustazione.

Obernai
Obernai
Sulla Strada del vino
Vigneti a perdita d’occhio e paesi da fiaba dal sapore antico, uno più incantevole dell’altro. Essendo i villaggi un centinaio, non è possibile visitarli tutti. Ci fermiamo soltanto in quelli ritenuti più interessanti dalle guide. Di certo non possiamo perderci Riquewihir. (Nel parcheggio per camper in Avenue Jacques Preiss - GPS: N48.166300, E007.301810 - dal 2024 non si può più sostare; è riservato solo alle autovetture, ndr). Più avanti c'è un altro grande parcheggio a disposizione di camper e bus in Avenue Méquillet 5 - GPS: N48.165550, E007.299530 (tariffa 2025: € 10 dalle 19 alle 9; € 20 dalle 9 alle 19).
Dopo cena, c’incamminiamo sulla via lastricata che s’inerpica, per circa un chilometro, tra colorate e splendide case a graticcio, fino ad un’altra porta posta all’estremità opposta. Dalla strada principale dipartono tante piccole vie che offrono scorci meravigliosi. 
E, poi, fontane, archi, pozzi, insegne in ferro battuto, cantine, ristoranti caratteristici e una profusione di fiori dappertutto. Sono le 20,30 e le ombre della sera stanno ormai avvolgendo il piccolo villaggio. I negozi sono chiusi da un paio d’ore e tra poco lo saranno pure i bar e i ristoranti. Fuori, rimangono soltanto rari turisti, che si attardano lungo le belle vie illuminate dalla fioca luce dei lampioni.

Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir

27/08/2013: Martedì
Poco dopo l’alba esco furtivamente dal camper e mi avvio lungo le stradine deserte di Riquevihir con l’intenzione di scattare qualche fotografia prima dell’arrivo della folla di turisti. Non avevo però previsto il via vai di camion e furgoni per la consegna delle merci. Che disdetta! Non ci credo! Si piazzano proprio davanti agli angoli più suggestivi ed ecco le inquadrature più belle rovinate. Mi sono alzata presto per niente! 
Aspetto circa un’ora, ma la situazione non migliora di molto; con le pive nel sacco, ritorno al parcheggio. 

Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir
Riquewihir
Tra l’altro il cielo è bigio, che di più non si può. Anche oggi, tanto per cambiare, niente bici. Con un tempo così non ci resta che visitare Colmar, che dista soltanto una decina di chilometri. Seguendo le indicazioni per il centro e poi per la Mairie, troviamo un parcheggio per i camper in Rue de la Cavalerie (€ 3 per 2 ore) - GPS: N48.082360, E007.358970, vicino al nucleo più antico. Non facciamo in tempo a pagare, che un ragazzo ci consegna un volantino con la location di un’area camper, più lontana, in Rue du Canal n. 6, per € 15 al giorno, con servizi, lavatrice, ecc. (GPS: N48.080800, E007.374690). Vabbè, noi comunque non abbiamo intenzione di restare in questa città a lungo. 
Colmar
Andiamo subito all’Ufficio Informazioni per prendere una mappa e poi seguiamo, passo passo, l’itinerario indicato: la cattedrale gotica di Saint Martin, le vie strette fiancheggiate da alte case a graticcio, il mercato coperto, la Petite Venice, che con Venezia non ha niente a che fare. Non si può paragonare una città a Venezia soltanto perché c’è un canale. Venezia è unica.  Colmar è bella di suo, anche se, secondo me, non ha il fascino di Strasburgo. Prima di averle visitate entrambe avrei detto il contrario. Invece Strasburgo, nonostante la pioggia, mi è rimasta nel cuore, Colmar no. Torniamo al camper. Il tempo si è messo al bello, ma ormai è tardi per fare un giro in bici. 

Colmar
Colmar
Colmar
Colmar
Colmar

Ci dirigiamo, pertanto, verso Eguisheim, che, oltre ad essere uno dei villaggi più belli di Francia, è anche quello più visitato dai francesi. Per raggiungerlo dovremmo ritornare sulla Route du vin. Noi, invece, ci arriviamo per vie traverse, dopo aver imboccato la strada sbagliata per uscire da Colmar. Nei pressi del cimitero e degli impianti sportivi, in Grand' Rue (GPS: N48.041530, E007.309840) c’è un’area per i camper, a 500 metri dal centro. Eguisheim è davvero un piccolo gioiello. Una stradina pedonale gira attorno all'abitato in tre cerchi concentrici, fiancheggiata da coloratissime case a graticcio, negozietti, cantine per la vendita e la degustazione dei famosi vini alsaziani. La fine del nostro girovagare coincide con la chiusura di tutte le attività. In Alsazia, alle 19, c’è il coprifuoco e, fatta eccezione per i ristoranti, che rimangono aperti sino alle 21,00, le luci si spengono ovunque. Così, quelle ridenti e vivaci località che, poche ore prima, erano prese d’assalto da orde di turisti chiassosi, diventano città fantasma. Alcuni tuoni in lontananza annunciano l’arrivo di un temporale. Raggiungiamo il camper proprio nel momento in cui i primi goccioloni iniziano a bagnare l’asfalto. Cosa ci riserverà il domani?

Eguisheim
Eguisheim
Eguisheim
Eguisheim
Eguisheim
Eguisheim
Eguisheim

28/08/2013: Mercoledì
Munster
Piove ancora durante la notte. La mattina successiva, abbassate le tende oscuranti dei finestrini, sgrano gli occhi per lo stupore: siamo avvolti da una fitta coltre di nebbia. Ok, non perdiamo il buonumore: si può vivere anche senza bici e a Munster ci andiamo con il camper. Strada facendo, la nebbia si dirada per lasciare il posto ad una leggera pioggerellina, che cessa non appena arriviamo a Munster (parcheggio in Rue de la République - GPS: N48.040050, E007.139570 - nei pressi dell'Ufficio Turistico).  Il villaggio ha la particolarità di ospitare una colonia di cicogne e gli enormi nidi sui camini dei palazzi gli donano un’atmosfera d'altri tempi. Peccato che di cicogne non se ne veda l’ombra: i nidi sono vuoti. In compenso, a Turckheim (area camper GPS:  N48.085370, E007.276640), nostra tappa successiva, c’è una coppia di bellissimi aironi cenerini. 
Turckheim
Anche qui, a costo di essere noiosi, non ci lasciamo mancare la nostra bella tarte flambée. Di certo, una volta a casa, non avremo occasione di mangiarne altre; meglio approfittarne. Il tempo continua ad essere incerto. Ogni tanto percorriamo tratti di strada dove la pioggia ci ha preceduti di poco. Ci riportiamo sulla Route du vin, che corre sempre tra immensi filari di vite e attraversa piccoli villaggi fioriti, con le immancabili case a graticcio dai colori pastello e le innumerevoli cantine. Si, è vero che, alla fine, il paesaggio è ripetitivo e potrebbe risultare monotono, ma non è così, almeno per me, che trovo tutto questo incantevole. Mi rimane solo un po’ di rimpianto per non essere riuscita a percorrere in bici qualche itinerario scaricato dal web. Pazienza! Intanto, noi seguiamo diligentemente le frecce indicate sui cartelli marroni con il disegno del grappolo d’uva, che guidano il nostro cammino. A Cernay, troviamo un parcheggio nei pressi della porta d’accesso al paese, perfetto per passare la notte. Siamo in centro e c’è un altro camper a farci compagnia (un comodo parcheggio, da cui partire per un giro in bici, si trova anche ad Uffholtz, Rue de l'Egelbach - GPS: N47.818240, E007.184790 - presso il vecchio stadio).

29/08/2013: Giovedì. Anello Grand Ballon da Cernay
(65 km, 1.289 metri di dislivello, in mountain bike).

Ultimo giorno di vacanza in Alsazia e finalmente stamattina il cielo è azzurro, seppur non limpidissimo; dopo una settimana di intemperie, è già un lusso così. La temperatura è gradevole: 20° C sono l’ideale per pedalare anche in altura. Non conoscendo le strade del posto, opto per la mountain bike, adatta a qualsiasi percorso. Partiamo da Cernay, dirigendoci verso Uffholtz, distante circa 1 km, paese dal quale inizia la nostra ascesa. Alla rotonda giriamo a sinistra, seguendo le indicazioni per il Grand Ballon, la vetta più alta dei Vosgi (1.322 metri alt.) e per la Route des Crêtes. Quest’ultima è lunga 77 km e collega Cernay a Sainte-Marie-aux-Mines, snodandosi sulle creste delle montagne, in un paesaggio di pascoli, laghetti e profonde vallate. Noi, invece, più o meno a metà strada, devieremo verso Guebwiller e rientreremo a Cernay, per non allungare il giro oltremisura. 
Pendenze blande per i primi chilometri, asfalto buono e nessun panorama, ma il bosco che ci circonda è magnifico. Siamo nella foresta di Soultz. Querce, betulle, castagni e abeti hanno fusti altissimi e immensi. In questo paradiso naturalistico si diramano 12.000 chilometri di sentieri da percorrere sia a piedi che in mountain bike. Piano, piano, le pendenze si accentuano, rimanendo comprese tra il 9 ed il 12% fino al Vieil Armand, triste cimitero militare della prima guerra mondiale, con migliaia di croci. Continuiamo in discesa per alcuni chilometri, uscendo dal bosco, e poi risaliamo di nuovo verso il Col d’Amis (825 m slm). Al bivio, procediamo dritto per altri 6 km in salita, scollinando, infine, dopo 21 km complessivi, al Grand Ballon. Il panorama a 360° dovrebbe essere meraviglioso in una giornata limpida; la vista spazierebbe dalla Foresta Nera, oltre la vallata di Munster, fino all’altopiano della Lorena. 
Oggi, invece, attraverso il sottile velo di foschia, riusciamo soltanto ad intravedere la vasta pianura alsaziana ed un susseguirsi di cime arrotondate che sfumano all’orizzonte. Scendiamo dal versante opposto, verso Le Markstein, per circa 7 km, perdendo pochissimo dislivello e, alla biforcazione della strada, svoltiamo a destra per Guebwiller, penetrando nell’omonima e fitta foresta. La pendenza adesso è più ripida. Scruto con attenzione l’asfalto, come d’abitudine sulle strade di casa mia, per evitare buche e crepe, ma qui non ce n’è bisogno: le ruote scorrono sul velluto. Posso rilassarmi e mollare i freni senza timore. La lunga e bella discesa ci deposita alla periferia di Guebwiller. Il traffico è scarso sulla D430, ma, visto che c’è, ci spostiamo sulla pista ciclabile che attraversa pure la tranquilla cittadina, all’uscita della quale seguiamo il cartello della Route du vin. Dopo alcuni saliscendi, arriviamo nuovamente a Cernay, dove concludiamo il nostro anello di 65 km e 1289 m di dislivello.
Tutto sommato è stata una vacanza piacevole e, nonostante il maltempo, le aspettative non sono state deluse. Del resto non potevamo disporre di un periodo di ferie diverso e, essendo le previsioni metereologiche incerte, con il nostro immancabile ottimismo siamo partiti confidando in un tempo più clemente, ma così non è stato. Non importa: l’Alsazia è una regione che vale comunque la pena visitare. Si scopriranno, tra l’altro e con sorpresa, luoghi dove è ancora bello vivere.


sabato 26 ottobre 2013

13/08/2013: anello PASSO DELLO STELVIO da Prato allo Stelvio, in bici da corsa (BZ)


(89 km e 1922 metri di dislivello)

Parcheggiamo i nostri mezzi qualche chilometro dopo Silandro, in un ampio spiazzo di fianco ad una chiesa. Siamo in Val Venosta, al cospetto di sua Maestà lo Stelvio. Bruno sostiene che i 6-7 km, risultati poi 13, che ci separano da Prato allo Stelvio (915 metri s.l.m.), ci serviranno per scaldare i muscoli. Verissimo, se non fosse che i tratti in discesa, al ritorno, ce li troveremo in salita e, a quel punto, saranno dolori. Vabbè, non è il caso di pensarci adesso. Ci immettiamo, quindi, nella bella pista ciclabile e filiamo veloci verso la nostra meta. Il cielo non promette niente di buono; non riusciamo a capire se si stia aprendo o chiudendo. Alcune gocce bagnano l'asfalto, ma non ci badiamo. Per ora non è possibile fare previsioni. 

In paese, all'incrocio, giriamo a sinistra e procediamo in fila indiana verso il Passo dello Stelvio (2758 metri s.l.m.), che è il valico automobilistico più alto d’Italia. Ci aspettano 24 km di salita, 1.808 metri di dislivello e ben 48 tornanti. La temperatura è buona, l'umore ancor di più. Davvero non so dove trovino certe battute i miei compagni d'avventura. Di sicuro c'è solo una cosa: se continuano così non riuscirò mai ad arrivare in cima. La gregnarola ormai è partita. Con la mano sulla pancia che duole dal troppo ridere, cerco di tenere il ritmo, però la vedo dura. Per fortuna ci pensa la fatica a spegnere lo spirito e il fiato corto a mettere a freno la lingua. Dopo circa 8 km pedalabili, infatti, superato il bivio per Solda, iniziano i tornanti e la pendenza aumenta all’8-9%. 
Piano piano il gruppetto si sfilaccia. Federico prende il volo, seguito a ruota da Roberto. Bruno mette la ridotta e perde un po’ terreno. Pierino mi scorta, da gran cavaliere, anche se potrebbe fare molto meglio. Pausa tecnica di Pierino a Trafoi. Lo aspetto e, nel frattempo, ci raggiunge Bruno. Ripartiamo tutti e tre tranquilli, rimanendo insieme per un buon tratto. Poi, quando la strada entra nel bosco, nel punto più ostico della salita, io e Pierino guadagniamo qualche metro su Bruno, che, comunque, resterà, più o meno fino alla fine, a portata di voce … o quasi. Oggi sta andando bene il nostro presidente. Ad un certo punto ci supera una ragazza, magrissima e agilissima. Ogni tanto si ferma, fa qualche scatto con la fotocamera e poi riparte veloce, senza mostrare fatica alcuna. Continuerà così per tutto il resto dell’ascesa. Io, invece, più salgo e più boccheggio come un pesce fuor d’acqua; sarà per l’aria che, oltre una certa quota, si fa più rarefatta, sarà per la pendenza che non molla mai, sarà che non ho più il fisico … o forse tutte e tre le cose. Ma quando Pierino, che evidentemente prova le mie stesse sensazioni, esprime verbalmente quello che io sto solo pensando, sorrido. Come si dice, mal comune, mezzo gaudio. 
Foto di repertorio
Ed eccola lì, davanti a noi, la lunga e tanto fotografata sfilza di tornanti che si srotolano, uno dietro l’altro, sull’irta parete della montagna; infiniti ed incredibilmente belli. Cerco di mantenere passo e respiro regolari, concentrandomi sui tornanti che piegano verso destra, alcuni dei quali così stretti e ripidi da impedirmi di far scorrere le ruote sul margine della strada; con il via vai di auto e moto, non sempre riesco prenderli con una traiettoria più ampia e la curva si raddrizza. C’è da dire che, da queste parti, guidano tutti con molta prudenza ed hanno rispetto per noi ciclisti. 
Spesso e volentieri mi ricordo anche di alzare gli occhi sullo splendido scenario circostante. Protagoniste incontrastate sono le cime innevate del massiccio dell’Ortles (3905 metri s.l.m.), che si estendono alla nostra sinistra, vicinissime ed abbaglianti. Vedo chiaramente anche il valico, lassù, al termine del lungo biscione. All’improvviso sento qualcuno gridare il mio nome. E’ Roberto, che m’incoraggia dall’alto della sua postazione. Altre voci si uniscono a quella del nostro compagno, le ovazioni aumentano. Ma chi è che fa tutto questo chiasso? Mentre mi avvicino, scorgo alcuni motociclisti che, presi dall’entusiasmo, ci stanno incitando a loro volta. Così, al Passo, io e Pierino ci arriviamo tra gli applausi della folla esultante. Rido divertita, con il poco fiato che mi è rimasto. Che bello il tifo degli amici! Chissà se anche il nostro presidente lo apprezza! Noi ce la mettiamo tutta per incoraggiarlo, mentre risale la china con il suo passo tranquillo. Dal nostro punto di osservazione lo seguiamo con lo sguardo, fiduciosi, finchè anche l’ultimo tornante è alle sue spalle, lo Stelvio conquistato. Grande Bruno … ce l’hai fatta anche stavolta! E certo non possiamo andarcene senza una foto ricordo. Grazie al cellulare di Federico, ci facciamo immortalare da un turista e pazienza se queste fotografie, come quelle scattate sul Mortirolo da Alessandro settimana scorsa, non avrò mai il piacere di vederle. Le belle emozioni rimangono nel cuore e sono indelebili. 
Indossiamo il k-way e scendiamo dal versante opposto, ma soltanto per circa 3 km. Al primo bivio, infatti, giriamo a destra e risaliamo brevemente verso il Passo dell’Umbrail (2501 metri s.l.m.). O meglio io risalgo, mentre gli altri si fermano. Torno indietro anch’io, non si sa mai, magari hanno cambiato il programma. No, è tutto a posto. Bruno deve soltanto acquistare qualcosa. Allora io posso approfittarne per portarmi avanti nella lunga discesa che in 16 km mi depositerà a S. Maria in Monastero (1375 metri s.l.m.), in territorio Svizzero, e per godermi con calma questo paesaggio, selvaggio e magnifico. 
Curve e controcurve. Perdo velocemente quota e supero senza problemi un paio di chilometri sterrati. Una volta uscita dall’angusto canalone, la vista si allarga sulla splendida e luminosa Val Mustair. Che panorama! Dolci declivi ricoperti da pinete, prati verdissimi punteggiati da minuscoli e curati paesini con i tipici campanili a punta, il profilo di alte montagne che si staglia all’orizzonte. Sembra una cartolina e invece è una bellissima realtà dalla quale non riesco a distogliere lo sguardo. Anche qui, una lunga serie di stretti tornanti, ma questa strada è deserta, per fortuna, così li posso affrontare in totale sicurezza. A S. Maria attendo una decina di minuti. Chissà dove sono finiti gli altri! 
Glorenza dista 14 km, posso continuare ancora un po’. I miei compagni mi raggiungeranno lungo la strada e non avranno misericordia. Svolto a destra e procedo in leggera discesa verso Sielva e Mustair. Rallento alla dogana, ma i funzionari non mi degnano di uno sguardo. Rieccomi in Italia. Poco dopo, lo spostamento d’aria, come sempre, mi annuncia l’arrivo di Bruno, seguito da Federico e Roberto. Pierino gentilmente mi aspetta, ma, improvvisamente, vengo investita da un vento impetuoso che mi fa traballare sulla bici. Riduco la velocità per mantenere l’equilibrio e Pierino non se ne avvede. Perdo terreno e mi ritrovo da sola a lottare contro le raffiche violente. Ma per poco. Gli amici si vedono nel momento del bisogno e Roberto, mosso a pietà, si ferma, mi attende e poi si piazza davanti a tagliare l’aria finchè non raggiungiamo gli altri. A Glorenza (907 metri s.l.m.), piccolissimo gioiello medievale, imbocchiamo la pista ciclabile ad una velocità da far rizzare i capelli ai poveri cicloturisti che superiamo. Così, giunti a Prato allo Stelvio, dopo 7 km di batticuore e disagio da parte mia, conveniamo che forse sia meglio ritornare sulla statale; è trafficata e, com’era prevedibile, adesso i tratti in leggera salita, fatti a tutta per non perdere il gruppetto, mi fan strisciare la lingua per terra. I miei amici devono avere una fame del diavolo per correre così! Il tempo si dilata, gli ultimi 13 km sembrano non finire mai. Anche Bruno è leggermente in crisi: l’energia ormai si sta esaurendo. Ma ecco la chiesa, il piazzale, il furgone. Alleluia! E’ fatta e il meteo ci ha graziati, regalandoci una giornata stupenda. Sono circa le due del pomeriggio quando, cambiati e rinfrescati grazie alla provvidenziale tanica d’acqua, munita pure di rubinetto, portata da Pierino, lasciamo il parcheggio per andare alla ricerca di un ristorante. Perché, va bene far fatica, ma è anche vero che, poi, ci vuole una giusta ricompensa e quella che soddisfa il palato ci trova sempre tutti d’accordo.



domenica 20 ottobre 2013

03/08/2013: ANELLO EDOLO – APRICA – MORTIROLO - EDOLO in bici da corsa


(89 km – 1861 metri di dislivello)

Alle 5,30 di un sabato caldo e afoso di inizio agosto, in seguito alle disposizioni impartite dall’alto, mi ritrovo seduta sul furgone tra Pierino e Roberto. Sull’auto davanti a noi, a fare da apripista, Bruno, il vigile Pagani e il giovane Alessandro. Neanche il tempo di fare due parole e siamo a Edolo, in Valcamonica. Incredibile come voli il tempo a volte. Nel solito caos dei preparativi, mi scappa l'occhio su un borsone nero appoggiato accanto ad una vettura parcheggiata poco distante. Leggo ad alta voce “Team Tex” e tutti si girano ad osservare l'amico Francesco, testimone, suo malgrado, della nostra cagnara. Lui farà un giro molto più impegnativo del nostro: affronterà i due mostri, Gavia e Mortirolo dai versanti più ostici. Noi ci accontentiamo del Passo dell'Aprica e del Mortirolo o Passo della Foppa. Uno scambio di auguri e, poi, partiamo. E' la prima volta che salgo all'Aprica in bici. Questa strada l'ho sempre percorsa in discesa, durante la Granfondo Giordana, ex Pantani, concentratissima tra migliaia di ciclisti, e non ho mai badato alla sua difficoltà. Come al solito, ci pensa Bruno a delineare lunghezze e pendenze. Sa tutto quell'uomo: non per niente è il nostro presidente. Ci mettiamo ordinatamente in fila indiana. 
Qui non si scherza, il traffico è già sostenuto di prima mattina. Il buonumore, però, non manca mai ai miei compagni. Le battute spiritose e le risate si sprecano lungo questa salita, che si addolcisce sempre più man mano procediamo verso il Passo. I 500 metri di dislivello, distribuiti su una lunghezza di 15 km, in effetti, sono una passeggiata e servono, per lo più, come riscaldamento per quello che sarà il vero traguardo della giornata, ovverosia il famigerato Mortirolo. 
Pur non trovandoci ad una quota particolarmente elevata, il clima qui è gradevole. Per noi padani che, in questi giorni, siamo alle prese con la canicola africana e temperature attorno ai 40° C, è un sollievo poter pedalare con l'aria fresca sulla pelle. Una volta scollinati, dobbiamo attraversare il centro incasinato di Aprica. Alberghi, ristoranti, negozi, auto e turisti a zonzo. Ci togliamo in fretta dalla baraonda e scendiamo verso la Valtellina. Come da copione, rimango presto sola ad affrontare la lunga e contorta discesa. I miei compagni si lasciano andare alla forza di gravità e spariscono alla mia vista. Bruno, però, prima si accerta che io conosca il bivio per Stazzona. No, mi dispiace, fin lì non ci sono mai arrivata. Li ritrovo tutti quanti in attesa all'imbocco della stradina che si stacca sulla destra. Scendiamo ancora e, finalmente, dopo 12 km di sensi di colpa, prima del ponte sull'Adda, giriamo a destra, costeggiando il corso d'acqua per 6 km fino a Tirano. Entriamo nel centro trafficato e, al crocevia, ci immettiamo sulla statale 38 per Mazzo. Percorsi 10 km battutissimi da ogni genere di veicolo e affrontati alcuni odiosi rettilinei in salita, arriviamo ai piedi del mostro. Da qui non si scappa. Certo che sono un'incosciente! L'invito del mio gruppo è arrivato ieri, all'improvviso, ed io, nonostante lo scarso allenamento delle ultime due settimane, non me la sono sentita di rifiutare. Queste salite da leggenda hanno una grande attrazione su di me. Ce la devo fare comunque. Parto decisa, senza indugi, inerpicandomi su per le strette vie del paese, che lascio presto alle mie spalle per entrare nel bosco. 
Davanti a me ho 12,4 km e 1300 metri di dislivello da superare, ma, quello che più fa rabbrividire, è la pendenza media del 10,5%, una delle più alte d’Europa. Mi sorpassa il vigile Pagani e, poco dopo, Roberto, con suo figlio Alessandro. 
Pierino evidentemente ha deciso di farmi compagnia, mentre Bruno vuole gestire al meglio le sue risorse. Dopo qualche minuto, al nostro richiamo non fa più seguito l'eco del presidente. Nessuno si preoccupa: è un osso duro, del tipo “barcollo, ma non mollo” e non è uno sprovveduto, sa quello che fa. La strada è pressoché deserta e, a quest'ora, quasi tutta all'ombra. Si sta bene, a parte il fiato un po' corto. Il cielo è limpidissimo e, incredibilmente, ogni tanto riesco anche ad alzare gli occhi dall'asfalto per guardare il panorama, che è meraviglioso. L'anno scorso ero arrivata qui con 120 km e un Gavia già nelle gambe … il panorama era l'ultimo dei miei pensieri. Oggi, invece, me lo posso godere con più tranquillità, sebbene le rampe non diano tregua. I tornanti sono 33 e numerati in ordine decrescente. Pedalo sempre seduta, dosando le forze e mantenendo regolare il respiro, finchè, come una liberazione, lascio dietro di me il tratto più duro, che, più o meno, va dal 3° al 9° chilometro, con pendenze che, in alcuni tratti, toccano il 20%. 
In corrispondenza del monumento dedicato a Pantani, ritroviamo Roberto e Alessandro ad attenderci. Pierino si ferma per una foto. Io, invece, tiro dritto; della serie “chi si ferma è perduto”. Vengo, comunque, riacchiappata e sorpassata nel giro di pochi minuti. Per la verità, i miei compagni non si allontanano di molto, tant’è che, ad un certo punto, li vedo alzarsi sui pedali e partire per lo sprint finale. Ma dove vanno che mancano ancora due chilometri? Per forza poi arrivano al traguardo stravolti! Non che io stia meglio, però ce l’ho fatta anche stavolta. E’ il mio terzo Mortirolo e ogni volta dico che sarà l’ultima. Ritroviamo il vigile intento a scambiare due chiacchiere con altri ciclisti; lui al Passo ci è arrivato tre quarti d'ora prima di noi. C'è chi può … Abbandonate le bici sul prato, ci stendiamo al sole scrutando l'orizzonte. Passa il tempo e tutto tace. Pierino non ha dubbi: il nostro uomo ce la farà e senza mettere piede a terra. E, infatti, ecco spuntare un casco dietro la curva. E' lui, è lui. Ci alziamo di slancio e andiamo ad accoglierlo a bordo strada. Peccato non ci siano i campanacci ad accompagnare il nostro tifo. Bruno … uno uno uno. Risponde all'eco ed ha ancora fiato per mandarci a quel paese. Anche lui dice, convinto, che questo sarà il suo ultimo Mortirolo. Gli crediamo? Foto e video ricordo, custoditi gelosamente da Alessandro, e poi scendiamo verso Monno. Caspita, 18 km di discesa! Per i miei compagni sarà un supplizio aspettarmi. Una fontanella a metà strada viene in mio soccorso e, mentre loro si fermano a rinfrescarsi, io riesco quasi a raggiungere il fondovalle prima che mi riacciuffino. Uno spostamento d'aria mi annuncia l'arrivo di Bruno. Non provo neanche a seguirlo: in discesa non lo batte nessuno. Ma è lui che ci attende in paese e insieme andiamo a recuperare il furgone. Alessandro, che si è aggregato quest’oggi unicamente dietro promessa di una super porzione di pizzoccheri come premio finale, ci mette il fuoco al sedere e, in men che non si dica, ci ritroviamo con le gambe sotto il tavolo di un ristorante. Ovviamente questa non è la patria dei pizzoccheri, ma i miei amici non si scompongono e trovano subito un’alternativa. Loro sono di bocca buona, io un po’ meno. Però, a questo punto, l’appetito ha raggiunto livelli esorbitanti e gli gnocchi fumanti che mi ritrovo nel piatto hanno un profumo davvero invitante. Quel che conta, alla fine, è che tutto sia condito con una buona dose di risate ed allegria, e quelle ci sono sempre in abbondanza.

giovedì 3 ottobre 2013

20/07/2013: PASSO DEL BROCON da Strigno (TN) in bici


(km 59 – 1493 metri di dislivello)

Una vacanza tra le province di Vicenza, Treviso, Belluno e Trento in bici e camper
(7° ed ultimo giorno)

In mattinata, “leviamo le tende” da Arsiè per portarci, con il camper, a Strigno, in Valsugana. Il paesino dista soltanto 28 km, ma passiamo dal territorio veneto a quello trentino. Una delle differenze tra le due regioni, che qui salta subito all’occhio, è l’abbondanza di fontanelle. Avevo adocchiato su un sito web un anello interessante di 100 km e 2600 metri di dislivello da percorrere con una mountain bike per la presenza di molto sterrato. Un itinerario attorno a Cima d’Asta che comprende due valichi: il Passo del Brocon (1616 m slm) e il Passo Cinque Croci (2016 m slm).
Al Passo del Brocon ci si può arrivare da diverse vie. Noi, a caso, scegliamo di salire da Strigno. Se avessi saputo, però, che l’ascesa effettuata dalla vicina Grigno era più spettacolare, adesso non mi rimarrebbe il rimpianto per un’occasione persa. Peccato che non mi sia informata meglio prima di partire. In ogni caso, a Pieve Tesino, le due strade si ricongiungono e, da quel punto in avanti, si aprono, comunque, bellissimi panorami sulla Valsugana e sulla Cima d’Asta. 
La salita è lunga 31 km, ma non impegnativa e adatta a qualsiasi cicloturista. Purtroppo è abbastanza trafficata e battuta soprattutto dai motociclisti, in quanto il Passo del Brocon collega la Valsugana con la Valle del Vanoi. Continuando, poi, si può raggiungere, da una parte, il Passo Rolle e le Pale di San Martino, mentre, dall’altra, Agordo e il Monte Civetta, nonché il Passo Duran, ecc. ecc. Non c’è ombra su tutta l’ascesa e le temperature anche oggi sono molto alte. A Pieve Tesino la strada scende per un paio di chilometri e poi riprende a salire tra prati fioriti e pinete, ma, essendo quest’ultime un po’ distanti, non possiamo beneficiare della loro ombra. Il bellissimo panorama sulla conca tesina e su Cima d’Asta aiuta, però, ad alleviare il senso di fastidio che l’afa procura. Raggiungiamo un alpeggio, nonché gli impianti di sci, e continuiamo dritto. Strano, ma vero, al Passo ci si arriva percorrendo un falsopiano in discesa di circa 3 km. 
Di certo non mi aspettavo una vista così spettacolare sulle dolomiti bellunesi, immense e maestose. Magnifiche! Sono proprio le Pale di San Martino, le riconosco, e ci danno il benvenuto al Passo del Brocon. Adesso, però, viene il bello, perché Marco sembra rendersi conto solo in questo momento di quello che ancora ci aspetta. A dir la verità nessuno di noi sa esattamente come proseguirà il giro. Io so soltanto che abbiamo davanti ancora circa 60 km, di cui gran parte sterrati, un altro passo con 1300 metri di dislivello, senz’altro un bel po’ di discesa e … ancora tante ore di luce. Mi chiedo perché Marco sia così titubante. 
Sarà per mancanza di fiducia nelle mie capacità o, effettivamente, sto azzardando un po’ troppo? Non è la prima volta che succede. Se ogni volta gli avessi dato retta, avrei perso tante opportunità di scoprire posti  nuovi. Oggi, però, non riesco ad ignorare i suoi se ed i suoi ma. Forse sto invecchiando ... un tempo avrei insistito. Non importa, torniamo indietro, va bene anche così. Poco prima che inizi la discesa, nei pressi degli impianti di risalita, adocchiamo una via a destra che scende verso la Val Mallene. Avevamo visto a Pieve Tesino la deviazione, ma non sapevamo che conducesse quassù. 
Ed è stato un peccato, perché questa stradina è tranquilla e si snoda, con tanti bei tornanti, all’ombra di una bella pineta. Non ci sono neppure i folli motociclisti che, sui tornanti, si divertono a toccare l’asfalto con la mano. Il silenzio è rotto soltanto dal gorgoglio dell'acqua del vicino torrente, che, nella sua corsa verso valle, forma tante piccole cascatelle.
La discesa è abbastanza ripida e arriviamo a Pieve Tesino prima del previsto. Giriamo a destra, risaliamo un paio di chilometri e, mentre stiamo per scendere verso Strigno, notiamo un cartello che indica una ippovia che porta sempre a Strigno. 
Se ci passano i cavalli, ci passiamo anche noi. Va bene, proviamo. Forse così riusciamo ad evitare il traffico della strada principale. E allora giù, per una decina di chilometri di sterrato non proprio facilissimo. Concentrazione al massimo per mantenere un minimo di stabilità sul pietrume e per evitare le insidie nascoste sotto il fogliame. Riesco ad arrivare a valle senza troppi danni, salvo la puntura di un tafano, che mi fa perdere l’equilibrio e abbracciare un cespuglio di rovi. Sicuramente la mountain bike è più divertente della bici da corsa, ma che fatica! Mi merito un gelato ... va bene anche quello confezionato, in mancanza d’altro.
La nostra vacanza è ormai agli sgoccioli, ma, tutto sommato, sono contenta. In una settimana siamo riusciti ad esplorare un buon numero di luoghi a noi sconosciuti, sempre immersi in una natura rigogliosa e spesso incontaminata. Ci siamo riempiti gli occhi di splendide immagini e il cuore di belle sensazioni, che porteremo con noi, insieme a tante altre raccolte nel corso del tempo. Sarà bello, ogni tanto, nelle fredde, grigie giornate invernali, rispolverare qualche vecchia fotografia per rivivere, con un sorriso e un pizzico di nostalgia, le stesse emozioni.



NEI DINTORNI

mercoledì 2 ottobre 2013

19/07/2013: anello COL PERER e CIMA DI CAMPO da Arsiè (BL – Veneto) in bici da corsa


(km 53 – 1253 metri di dislivello)

Una vacanza tra le province di Vicenza, Treviso, Belluno e Trento in bici e camper
(6° giorno)

Ieri sera abbiamo lasciato la bella area di sosta di Valstagna per trasferirci ad Arsiè, che si trova soltanto a 20 km di distanza, dall’altra parte del Brenta, sulla strada per Feltre. Il parcheggio, alle spalle del municipio, è stato l’ideale per la sosta notturna, essendo, tra l’altro, all’imbocco della salita al Col Perer, nostra meta odierna. Oggi nessun dubbio sulla scelta della bici: quella da corsa va benissimo, perché percorreremo soltanto strade asfaltate. Partiamo puntando subito le ruote verso l’alto. 9 km per arrivare al Col Perer (1.026 metri alt.), 19 km, invece, per raggiungere Cima di Campo (1.440 metri alt.). Una volta superate le frazioni di Mallame e Rivai, la strada diventa completamente deserta e tranquilla. 
Però non c’è un metro d’ombra e fa già un gran caldo. Superato il primo colle e attraversato un piccolo altopiano,  ci inoltriamo, con gran sollievo, in una fitta pineta. Siamo intorno ai 1000 metri di quota e circa a metà salita. Mancando i panorami, mi distraggo guardando i fiori a bordo strada. Sono tanti e bellissimi, di ogni colore: viola, bianchi, gialli, fucsia, azzurri … un tappeto variopinto e di una bellezza unica, che solo la natura sa creare. Ed eccoci a Cima di Campo. Adesso lo sguardo può perdersi più lontano, almeno quel tanto che la foschia permette. 
Scendiamo dolcemente lungo il crinale della montagna fino ad un bivio, in prossimità di un ristorante, dove deviamo a destra per Arina. Percorriamo alcuni chilometri di saliscendi finchè inizia la discesa vera e propria. Si vede che il manto stradale è appena stato rinnovato; è liscio come un velluto e mi verrebbe voglia di mollare un po’ i freni. Non l’avessi mai pensato! Improvvisamente l’asfalto s’interrompe e ci troviamo davanti uno sterrato. Che fare? E chi ha voglia di tornare indietro? Sembra quasi una strada bianca. Beh, io ci provo … speriamo che due camere d’aria bastino in caso di foratura. 
Scendo con cautela, aguzzando la vista, nella ricerca della via migliore in cui far scorrere le ruote. Grazie al cielo, dopo circa 1 km e mezzo, ricompare l’asfalto. Neanche il tempo di ringalluzzirmi, che ritorna di nuovo lo sterrato e poi uno sterrato con un po’ d’asfalto, che via via prende il sopravvento sullo sterrato, per divenire, poi, definitivamente asfalto. Avvisare che la strada è a fondo misto evidentemente costava troppo. Qui il panorama è davvero grandioso, con le dolomiti sullo sfondo. Laggiù, invece, racchiusa tra i monti, la vallata feltrina. 
Adesso, però, mi devo concentrare su questa lunga, ripida discesa, dai tornanti infiniti e molto stretti. Per fortuna non c’è nessuno, così posso allargare a sinistra e chiudere bene a destra. Quando arrivo al fondovalle mi gira la testa, ma non mi sfugge, al bivio, la strada che sale al Passo Brocon. Che tentazione! Se fossi stata sola ci avrei fatto un pensierino. A dir la verità ci saremmo potuti arrivare anche da Cima Campo, ma, non sempre oso proporre, a chi mi accompagna, una trasgressione al percorso stabilito. Perciò, tirem innanz. Un tratto di risalita e poi sbuchiamo sula SR 50, detta anche del Rolle, ampia e trafficata.
Fine di un sogno ... siamo ritornati alla civiltà. Poco più avanti, aggiriamo una galleria, percorrendo la vecchia strada che fiancheggia il torrente Cismon. Giunti ad una rotonda, prendiamo la prima via a destra per Frassenè, un percorso ciclabile segnalato da un cartello marrone. Costeggiamo, quindi, la sponda destra del Cismon, il quale, dopo essere entrato ed uscito dal Lago del Corlo, si getta nel Brenta. Noi, invece, nei pressi del lago, deviamo a destra, verso Arsiè, dove concludiamo anche oggi il nostro piccolo anello. Dopotutto, siamo in vacanza e vogliamo concederci pure qualche ora di relax.
Decidiamo di spostarci al campeggio sul lago per trascorrere il resto della giornata in un luogo più gradevole. Il gestore non è dei più accoglienti. Ci informa che con la formula “camper stop” di 15 euro non possiamo rimanere più di una notte (dalle 17 alle 10). Inoltre ci avvisa che non possiamo neppure usufruire dei servizi del campeggio. Anche la voglia di pizza rimane insoddisfatta: quest’anno il ristorante-pizzeria è chiuso.