Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso. (Luis Sepulveda)

sabato 21 settembre 2013

15/06/2013: PASSO DI CAMPOGROSSO da Recoaro Terme e PASSO ZOVO da Schio, in bici da corsa


(70 km – 1.650 metri di dislivello in bici da corsa)

1° week-end nel vicentino

Il pensiero corre a Marina, al colloquio telefonico di ieri sera e alla nostra amicizia che dura da oltre trent’anni, nonostante non ci si frequenti più come un tempo. Le sue telefonate, seppur rare, sono sempre graditissime e arrivano, neanche a farlo apposta, proprio in particolari momenti della mia vita, come se un filo telepatico ci unisse. Quello che rimane, quando chiudiamo la conversazione, è un’energia positiva che ancora stamattina mi accompagna mentre pesto sui pedali su questa salita impervia, che tra circa 12 Km e 1.000 metri di dislivello mi porterà al Passo di Campogrosso, a quota 1.457 metri s.l.m. E’ una fra le più dure ascese che si possano trovare nel vicentino, avendo una pendenza media dell'8,4%. 
Ieri sera, dopo il lavoro, siamo partiti da Grumello per Recoaro Terme. Il viaggio sulla A4 fino al casello di Montecchio, poco prima di Vicenza, è stato veloce. Da lì, percorrendo la SP 246 e attraversando i centri di Trissino e Valdagno, abbiamo raggiunto la nostra meta. L’area camper si trova sulla sinistra, all’ingresso del paese (in Via della Resistenza 92 - GPS: N45.704590, E011.229270) e ci si arriva dopo aver superato una bella rampetta (€ 5,00 per 24 ore di sosta ed € 1,00 per il pieno dell’acqua; per l’erogazione della corrente, se servisse, € 0,50 all’ora). Si paga in un bar del centro di cui non ricordo il nome. Il gestore rilascia un gettone che consente di alzare la sbarra quando si esce. 
Recoaro, oltre ad essere una famosa località termale e a trovarsi in una verdissima conca circondata da boschi e montagne, è un buon punto d’appoggio per accedere a tutta una serie di Passi e salite abbastanza impegnative di cui la zona è ricca. Quella che sto affrontando in questo momento non concede un attimo di tregua. Sale subito rabbiosa ed ostile, senza dare il tempo di abituarsi gradualmente alla fatica. Il fiato è già corto e i muscoli doloranti, ma non mi lamento; l’ho voluta io e adesso me la godo fino in cima. Il panorama è fantastico, con i gruppi rocciosi delle Piccole Dolomiti che si estendono tutt'intorno. Giorgetti, Frizzi, Merendaore, sono i nuclei che incontriamo lungo la strada, che, via via, si restringe e, poco prima di Merendaore, s'impenna al 15%. A parte un breve tratto pianeggiante a metà salita, la pendenza si mantiene quasi sempre al di sopra del 10%. 
Il sole picchia inclemente già dalle prime ore del mattino e i pochi alberi presenti lungo il cammino non riparano dai suoi raggi cocenti. Solo quando inizia una serie di 11 tornanti possiamo pedalare qualche minuto all'ombra del bosco. Poi il paesaggio si fa sempre più brullo. Superate due brevi gallerie e un paio di tornanti, scorgiamo il Rifugio Campogrosso. Gli passiamo accanto e continuiamo dritto per circa 200 metri fino ad un bivio privo di segnaletica. Per raggiungere Pian delle Fugazze ci sembra ovvio scendere a sinistra, essendoci un divieto di accesso per la strada che abbiamo di fronte. Per un paio di chilometri non incontriamo nè auto nè ciclisti. 
Guardiamo sconcertati le pietre che invadono sempre più la carreggiata man mano che perdiamo quota e un dubbio ci assale. I due podisti che incrociamo confermano i nostri sospetti. La strada a fondovalle è chiusa; bisogna ritornare al bivio e scendere da quella col divieto di accesso, aperta però ai pedoni ed ai ciclisti. Ecco, dunque, spiegata la scarsità di traffico: i veicoli a motore possono salire al Passo di Campogrosso soltanto da Recoaro Terme e poi sono costretti a tornare indietro per la stessa strada. Quindi, è fuori dai circuiti battuti dai motociclisti che amano valicare i colli. Risaliamo al Passo e imbocchiamo l’altra stradina. Nel primo tratto aperto, il panorama è una meraviglia; poi il fitto bosco in cui penetriamo poco dopo ci sottrae alla vista il paesaggio. 
Sbuchiamo su un’altra strada, dove un gruppo di escursionisti sloveni è alle prese con una cartina. Vorrebbero raggiungere Cima Carega, ma non trovano indicazioni stradali. Non mi sorprendo. Purtroppo non possiamo essere loro di aiuto. Anche noi stiamo andando a naso. Destra o sinistra? Proviamo a destra e siamo fortunati. Ci troviamo a Pian delle Fugazze (1.163 m s.l.m.), un valico che mette in comunicazione la Vallarsa con la valle del Pasubio e quindi Rovereto con Schio. Svoltiamo di nuovo a destra e scendiamo verso il comune di Valli del Pasubio. 
I primi 5-6 km sono ripidi e caratterizzati da 14 tornanti; poi, attraversata la frazione di S. Antonio, la pendenza si addolcisce. Dopo 20 km arriviamo a Schio e, alla biforcazione della strada, teniamo la destra, dirigendoci verso la stazione, dove troviamo le indicazioni per il Passo di Zovo, che seguiamo. 
Sarà il caldo, ma questa salita di soli 6 km e 400 metri di dislivello mi pesa un po’. Ci fermiamo ad una fontanella per rinfrescarci e poi, finalmente, scolliniamo. 
La discesa verso Novale è bella e tranquilla. Mi godo con calma il panorama e la piacevole sensazione che mi procura l’aria sulla pelle. 
Al fondovalle giriamo a destra e ritorniamo a Recoaro. La strada è in leggera salita e trafficata, ma i 10 Km passano in fretta, soprattutto perché il pensiero è già alla gelateria che avevo adocchiato stamattina, alla partenza di questo gradevole, seppur breve, giro ad anello tra l’alta valle dell’Agno e la valle del Pasubio. 




NEI DINTORNI:






mercoledì 5 giugno 2013

QUATTRO GIORNI SULL'APPENNINO EMILIANO in camper e bici (25-28 aprile 2013)



 

1° giorno - GIOVEDI’: Verso la Valle del Panaro e il Monte Cimone

Il ponte del 25 aprile è un’occasione da cogliere al volo per trascorrere qualche giorno sull’Appennino Emiliano. Già pregustando aria di vacanza, imbocchiamo la “Serenissima”, direzione Venezia, per poi deviare, a Brescia, sull'“Autostrada dei vini”, verso Piacenza ed immetterci, quindi, sulla più famosa e battuta “Autostrada del Sole”. Cielo limpido e azzurro, aria frizzante e venticello primaverile. Chiacchiera, chiacchiera, arriviamo quasi a Bologna, mentre saremmo dovuti uscire al casello di Modena Sud. Alla faccia della distrazione! Dietro front, giusto in tempo per evitare l’infinita coda dei vacanzieri diretti verso le spiagge romagnole. Una veloce consultazione della cartina ci consente di individuare la via più breve per Vignola. La cittadina, famosa per le sue ciliegie, si trova all’imbocco della Valle del Panaro, ampia e luminosa, che risaliamo con circospezione, alla ricerca di un posteggio per il camper, poichè l’intenzione sarebbe quella di raggiungere, da qui e in bici, il Monte Cimone (2.165 metri di alt.). Non troviamo nulla adatto allo scopo, perciò continuiamo, costeggiando il Panaro e dirigendoci verso Fanano e Sestola (scopriremo, tre giorni più tardi, che ci era sfuggito il parcheggio posto all’ingresso del Parco dei Sassi di Roccamalatina, dall’altra parte del fiume). 
Magnifico lo scenario di cime innevate che si apre davanti ai nostri occhi. Siamo nel Parco Regionale dell’Alto Appennino Modenese, detto anche Parco del Frignano. La bellezza del luogo è, però, deturpata da un orrendo edificio, forse un albergo, che si erge sul fianco della montagna: un pugno nell’occhio, ma anche nello stomaco; è davvero disgustoso. 
Anziché entrare nel centro di Sestola, al bivio svoltiamo a sinistra e proseguiamo per un paio di chilometri verso le piscine, dove troviamo l'area comunale, attrezzata e gratuita, per i camper, alla fine di Via Guidellina, dopo la piscina e il campo da calcio - per info clicca qui - (GPS: N44.225990, E010.773700.
E’ già quasi l’una del pomeriggio, ma c’è tutto il tempo per fare un giretto prima del calar del sole. Inforcate le nostre bici, partiamo alla conquista della vetta. La strada, oltre ad essere dissestata, s’impenna subito, costringendomi, almeno per i primi chilometri, ad affrontare pendenze a doppia cifra. 
Un occhio a terra, per evitare l’asfalto infido, e un altro al cielo, per cercare di capire le intenzioni di quelle nuvole grigie che si stanno ammassando sopra la mia testa. Quest’anno la primavera è più bizzarra del solito: si concede con il contagocce. Il freddo non ha ancora mollato del tutto la sua morsa e la pioggia ormai è diventata una quotidianità. Quando la pendenza si addolcisce, posso indugiare un po’ più a lungo con lo sguardo anche sul meraviglioso paesaggio circostante. A sinistra, il Monte Cimone, ammantato di neve, a destra, le dolci propaggini dell’Appennino. Lungo il cammino notiamo diversi sentieri segnalati, dai nomi fiabeschi, che s’inoltrano nei boschi. Qui è stato istituito il Cimone Bike Park, un parco progettato per offrire il massimo divertimento ai bikers, in un'area facilmente accessibile e immersa in scenari da sogno. 
Peccato che la neve e le piogge persistenti degli ultimi giorni li rendano ancora inagibili. Scolliniamo dopo circa 12 km e, alla biforcazione della strada, prendiamo la via a sinistra, scendendo al lago della Ninfa, ancora coperto dal ghiaccio. Da qui, sempre a sinistra, uno sterrato conduce a Fanano, ma anch’esso è occupato dalla neve e impraticabile. L'area ai piedi della seggiovia è invasa da auto e moto. In molti hanno approfittato di questo giorno di festa per fare la classica gita “fuori porta” e divertirsi nell'Adventure Park Cimone. Notiamo un'area attrezzata per i camper, purtroppo aperta soltanto da giugno a settembre. Ritorniamo, pertanto, sulle nostre ruote e ripercorriamo gli ultimi 4 km fatti all’andata. 
Ci infiliamo, quindi, in una stradina secondaria, ripida e dall’asfalto quasi inesistente, che scende a Fanano. Superato il primo tratto dissestato, il manto stradale migliora. Valeva la pena deviare di qua. Posso godermi, in tutta tranquillità, il panorama dei monti e della valle anche da quest'altra angolazione. 
Giunti in paese, dopo circa 11 Km, riprendiamo a salire verso Sestola. Sei chilometri dolci e in buono stato, attraverso distese di prati fioriti. Ecco la rotonda, il bivio e, dopo le piscine, il piazzale con il camper che ci attende paziente. Abbiamo percorso circa 33 km e mille metri di dislivello, inclusa l’escursione al centro storico di Sestola, raggiunto prendendo, all’incrocio, la strada che sale a destra, in direzione di Castelnuovo Garfagnana. Un paesino grazioso, sovrastato da un castello medievale, che domina le valli sottostanti dall'alto di uno sperone roccioso. Spettacolare la Pasticceria-croccante-cioccolateria Turchi di Marisa Tognarelli in Corso Umberto I n. 40 (https://www.pasticceriaturchi.it/), fornita di ogni ben di Dio. Impossibile resistere alla tentazione di saccheggiare il negozio!

2° giorno - VENERDI’: Parco Regionale del Corno alle Scale

L’indomani, con calma, scendiamo di nuovo a Fanano con il camper. Giunti al fondovalle, dopo aver attraversato il ponte sul Panaro, che qui è ancora allo stato di torrente e prende il nome di Leo, ci immettiamo sulla SS 324, salendo dolcemente, ma in modo tortuoso, verso Lizzano in Belvedere, dove facciamo una breve sosta per visitare un’antica pieve. Ci troviamo nel Parco Regionale del Corno alle Scale, una bellissima zona di montagne e foreste, attraversata da una fitta rete di sentieri escursionistici. Riprendiamo il nostro viaggio sotto una leggera pioggerellina. Superiamo il torrente Dardagna e scendiamo verso Silla, seguendo l’omonimo corso d’acqua. Qui, deviamo sulla SS 64, svoltando, poi, a destra, verso Porretta Terme e Sambuca

Ci fermiamo alla piccola borgata di Taviano, racchiusa in una stretta valle, tranquilla e lussureggiante: un piccolo paradiso! Davanti al Municipio c’è un parcheggio, al quale si accede oltrepassando uno stretto ponticello. Non vediamo alcun divieto di sosta per i camper e, comunque, il luogo pare deserto. Siamo sconfinati in Toscana, nella provincia di Pistoia. Approfittando di una tregua della pioggia, scarichiamo le nostre mountain bikes e andiamo ad esplorare la zona. Risaliamo per pochi minuti la SS 64 e poi seguiamo le indicazioni per il Castello di Sambuca. Ci arriviamo dopo un paio di chilometri, inerpicandoci su per una stradina che taglia il fianco della montagna. 
Due passi e due foto al piccolo, ma suggestivo, borgo in pietra e poi ritorniamo a Taviano. Qui giunti, imbocchiamo la strada per Treppio, che percorre il versante opposto della valle. Sulla cartina avevo visto che si sarebbero potuti raggiungere i laghi di Suviana e Brasimone, nell'omonimo parco, ma un cartello informa che c’è un’interruzione al km 2,8. Andiamo a verificare di persona la situazione. In effetti, una rete è tirata da un lato all’altro della carreggiata. Qualche goccia riprende a cadere dal cielo. C’è aria di temporale. Forse non è il caso di avventurarci oltre in una zona che non conosciamo. Il neurone saggio consiglia di ritornare al camper!

3° giorno – SABATO: nei luoghi della Granfondo Dieci Colli

La pioggia, che tamburella sul tetto del camper, è tutto un programma. Inutile attendere un miglioramento del tempo: il cielo è tutto uniformemente coperto. Continuiamo, pertanto il nostro viaggio con il camper e ci dirigiamo verso Porretta Terme e Silla, sulla SS 64. Da qui, deviamo a sinistra verso Gaggio (623 metri alt.), su strada inizialmente ripida, che sale in mezzo ai prati. Alcuni volontari stanno affiggendo i cartelli della Granfondo Dieci Colli, che si correrà domani. Seguiamo, senza averlo voluto, il percorso della gara, il quale prosegue su dolci e sinuosi saliscendi fino a Castel d’Aiano
Procediamo verso Zocca, sempre su un tracciato ondulato, che attraversa boschi, prati e piccoli borghi. Da queste parti non sembra aver piovuto. Siamo intorno ai 900 metri di quota. Scendiamo, poi, in direzione di Samone e Ponte Samone, lungo i numerosi tornanti che si susseguono uno dietro l’altro, in un paesaggio veramente splendido, fino al ponte sul Panaro, che oltrepassiamo. Su indicazione di una persona del posto, svoltiamo a destra e fiancheggiamo il corso del fiume fino a Casona. Ignorando il primo ponte in ferro, dopo il piccolo paese attraversiamo di nuovo il fiume su un altro ponte, in mattoni questa volta. 
Eccoci, dunque, all’ingresso del Parco dei Sassi di Roccamalatina, dove parcheggiamo il camper nell’apposita area, priva di qualsiasi servizio (Via Pieve di Trebbio n. 1346 - GPS: N44.397730, E010.950930). Leggiamo sulla bacheca che oltre 100 km di sentieri sono fruibili dai visitatori: a piedi, in bici o a cavallo. 14 gli itinerari possibili da seguire, tutti numerati. Un peccato davvero avere i giorni contati!
Siamo accolti con affetto da una dolcissima micetta dal pelo fulvo, ben avvezza, a quanto pare, ai visitatori. Dopo uno scambio di fusa e coccole, si accomoda, con fare dignitoso, sul prato fiorito lì accanto. Grazie del benvenuto e della compagnia!

4° giorno - DOMENICA: Parco dei Sassi di Roccamalatina in mountain bike

Le colazioni che precedono un’uscita in bici sono uno dei piaceri più grandi della vita o almeno della mia. Posso appagare i miei peccati di gola senza avvertire alcun senso di colpa, tanto poi ci pensa il mio inceneritore a bruciare tutto. Mentre osservo, attraverso i finestrini del camper, ciclisti e bikers che si avviano all’interno del parco, attacco con golosità la stecca di cioccolato fondente acquistata l’altro ieri a Sestola, in quell’indimenticabile bottega della ghiottoneria. 
Bici da corsa o mountain bike? La strada, per quel che possiamo vedere da qui, è asfaltata, ma chissà se è tutta così! Come sempre, nel dubbio, la mountain bike ha la meglio, adattandosi a qualsiasi terreno. E allora, partenza! Andiamo a cercare i famosi “sassi”, seguendo l’itinerario n. 3.
Saliamo un primo tratto agevole, seguito da uno strappo assassino; l’unico, comunque, incontrato lungo i circa 30 chilometri percorsi. Al bivio proseguiamo dritto. Poco dopo la strada spiana e l’asfalto lascia il posto allo sterrato. Ecco davanti a noi le gigantesche e spettacolari guglie. 
Ci arrampichiamo su per la collina e poi scendiamo, seguendo le indicazioni poste ad ogni biforcazione della strada, che adesso si restringe e si infila nel bosco, con una ripida discesa. Grosse pietre rendono malagevole il nostro procedere. Un ponticello in legno ci consente di superare un ruscello e ci scodella in una piccola radura provvista di un’area attrezzata per picnic, già occupata dai gitanti. Continuiamo, quindi, su un piccolo sentierino in terra battuta. Una curva secca a sinistra e mi blocco con il pedale a mezz’aria. E adesso come ci arrivo io lassù? Me lo sentivo, era ineluttabile, logico, naturale. Non poteva filare tutto liscio! Mi sa che abbiamo sbagliato percorso. Probabilmente questo è solo per podisti ... e capre. Pazienza, ormai siamo qui. Trascino la bici su per il pendio impervio. Una fatica immane, per circa un paio di chilometri. Finalmente sbuchiamo sull’asfalto. Tenendo sempre la sinistra, arriviamo al centro visite, dove il custode ci propone la scalata alla sommità della rupe. Quando gli mostriamo le nostre scarpette, munite di tacchette di ferro, l’ometto conviene che le stesse non siano proprio adatte a camminare sulla roccia. A questo punto non ci resta che tornare al camper. Ci avviamo verso lo sterrato che si addentra nel bosco, ma il custode ci dissuade dal prendere questa via, più adatta ai pedoni, consigliandoci, invece, la carrozzabile. Tentenniamo un po’, ma visto i precedenti, ci lasciamo convincere. 
E così, planando dolcemente verso valle, raggiungiamo il parcheggio. Un giro breve, visto che s’ha da rientrare a casa prima di rimanere intrappolati in autostrada, ma piacevole. Quattro giorni sono volati, ma, si sa, in vacanza il tempo scorre sempre troppo in fretta.










martedì 7 maggio 2013

21/04/2013: GRANFONDO IL DIAVOLO IN VERSILIA

(percorso medio: 87 km – circa 1.000 metri di dislivello)

Dopo una notte travagliata ed insonne, alle 5,15 di domenica mattina prendo posto sul furgone dell’OMPG, tra Bruno e Roberto: destinazione Viareggio. Non è da tutti sciropparsi 560 km in un giorno per partecipare ad una gara ciclistica. C’è da riconoscere al nostro sessantenne presidente, alla guida dell'automezzo, una grande resistenza fisica alla fatica ed una grintosità che, a quell’età, pochi hanno. Tempo pessimo fino alla Cisa, ma le previsioni meteo assicurano una giornata serena in Versilia e noi ci crediamo. Il viaggio trascorre, come sempre, in modo piacevole e veloce. Un paio di soste tecniche in autogrill e verso le 8,30 siamo sul posto. Grande l’abilità di Bruno nel trovare parcheggio su un largo marciapiede nei pressi del ritrovo, come pure è grande la sua capacità organizzativa. Mentre io e Roberto ci cambiamo, lui monta in sella alla sua bici e va alla ricerca di Francesco e della Patty che ieri ci hanno ritirato i pacchi gara. Alle 9 entriamo nelle nostre griglie. So che da qualche parte dovrebbero esserci anche Luis e Stefano, arrivati pure loro ieri, ma è impossibile individuarli: siamo circa in 2.300. L’attesa è breve: si parte alle 9,30. Uno scambio di sorrisi con una giovane collega, che m’inquadra nell’obiettivo della sua fotocamera, ed ecco che lo speaker inizia il count down. Il suo tono di voce, via via sempre più alto, avrebbe l’ammirevole intento di accrescere la tensione, ma io, in questo momento, sono vergognosamente avvolta in un dolce torpore, poco consono alla situazione. Tre secondi … due … uno … pronti via e che Dio ce la mandi buona! Come non detto! Pochi minuti e tutto si ferma, nel parapiglia generale. Grida, imprecazioni, agitazione. Attenzione … uomo a terra! Occhio alla borraccia che rotola sull'asfalto! Attimi di terrore, ma poi si riparte a grande velocità. Qualcuno mi sfugge, ma, stranamente, riesco a tenere le ruote di altri. Il percorso è stato all’ultimo minuto modificato. Saltiamo la salita di Pedona, a causa di una frana, e svoltiamo a destra, andando a prendere subito quella di Piantoneto, che troviamo dopo una decina di chilometri. Intravedo la Patty e la saluto, mentre, con buon passo, affronto i dolci tornanti tagliati sul fianco della collina. 
Ben sette le “cime” che scaleremo oggi, ma le loro quote non superano i 400 metri e le salite vanno da uno a sei chilometri di lunghezza. Scollino abbastanza in fretta e mi lancio nel successivo falsopiano in discesa, cercando di stare a ruota di qualcuno che mi tagli l’aria. Non sempre ci riesco: c’è chi va troppo forte o chi troppo piano. Mi pare, però, di avere un po’ di gente alle spalle che sfrutta la mia scia. Possibile? Deviazione, quindi, a sinistra per affrontare la seconda asperità, inedita e molto bella: quella di Orbicciano-Casciana, lunga 4,5 km. Il paesaggio è un incanto. La natura, appena risvegliatasi dopo un inverno interminabile, si sta mostrando in tutto il suo splendore, con un trionfo di sfumature di verde acceso. Il calore del sole sulla pelle è un piacere che da tempo non provavo. A questo punto il grosso dei ciclisti se ne è andato. Metto il solito rapporto agile e salgo con il mio abituale passo. Nel frattempo, mi supera e mi risaluta la Patty. Mentre pedalo, non posso non ascoltare, divertita, gli sfottò di alcuni ragazzi, preoccupati di dover conservare un po’ delle loro energie per poter soddisfare, una volta a casa, anche gli assalti focosi delle loro compagne. C’è chi si offre volontario in caso di necessità, vantando virtù che i presenti non possono smentire. Ci crediamo sulla parola … Queste salitelle non fai in tempo ad iniziarle che già finiscono. Viaggio un po’ in piano e poi scendo una bella strada a tornanti ravvicinati. Che pace si respira qui! Il silenzio è rotto soltanto dal canto degli uccelli e dal fruscio delle gomme sull'asfalto. Intorno a me, ulivi e prati; il giallo vivace dei fiori, che spicca sul verde brillante dell’erba, è un inno alla vita e alla gioia. Bentornata primavera!  
Sbuco nei pressi di un centro abitato e svolto a sinistra. Ecco il lungo falsopiano percorso, l’anno scorso, sulla scia di un purosangue lanciato a velocità supersonica. Mi accodo a tre ciclisti sopraggiunti nel frattempo; con loro sarà meno faticoso affrontarlo. Dopo una decina di chilometri, quando arriviamo al bivio che ci introduce alla terza salitella, il gruppetto si è ingrossato, ma si disperde nel giro di pochi secondi, una volta che riprendiamo a salire. Non di molto, a dir la verità, perché poi scendiamo nuovamente per svoltare, infine, a destra, verso Vigna Ilaria. Breve risalita e altrettanto breve discesa in mezzo al bosco. Prima di entrare nel centro abitato di Mutigliano, deviamo a sinistra. Riconosco l'imbocco del “Piccolo Mortirolo”. Ormai non m’incute più alcun timore, anzi, è la salita di questa gara che prediligo e farla in compagnia dei ciclisti del team di Paperino è uno spasso. La stradina s’inerpica tra splendidi uliveti, in un paesaggio davvero meraviglioso, che rasserena e invoglia a ridere e a scherzare. Tre chilometri ed un dislivello di 239 metri, con una pendenza massima del 14%, che passano veloci. 
Quando mi accingo a scendere dall’altro versante, il sole è scomparso dietro una massa grigia e compatta. Cerco di essere prudente. La strada è un po’ sporca, l’asfalto grosso e ci avevano avvisati di fare attenzione: durante la notte un camion si era ribaltato, riversando a terra dell’olio. Arrivo a valle senza problemi e percorro il rettilineo che precede la sesta salitella, breve e dolce: quella delle Gavine. Sobbalzo un paio di volte alla vista, improvvisa, dei fotografi appostati sul ciglio della strada e mi vengono i brividi quando due ambulanze, a sirene spiegate e a poca distanza l’una dall’altra, mi superano mentre sto per scollinare. Discesa corta e sinuosa; svolta a sinistra e i pochi ciclisti rimasti nei paraggi spariscono. 
Rimango nuovamente sola ad affrontare, a ritroso, il lungo falsopiano percorso all'andata e la blanda, ultima salita verso Pitoro, ma ho ancora forza nelle gambe, tant’è che raggiungo e supero alcuni fuggitivi in prossimità dell’incrocio con la strada dalla quale provengono i corridori del percorso lungo. Anche se, nell’ultimo tratto, la pendenza aumenta leggermente, di certo, questa, non la si può chiamare salita. Svolto a sinistra. Continuo ancora in leggera pendenza e, poi, inizio la discesa verso Viareggio. Devo fare attenzione, la strada è piuttosto trafficata. Curve e controcurve, mi ritrovo a livello del mare. Credo che i ciclisti che mi stanno superando in questo momento siano quelli del percorso lungo, perché sono giovanissimi e ancora scattanti. Provo a seguirli. Ce la faccio fino quasi in città. Dopo una curva mi stacco, ma riesco ad accodarmi ad una ragazza ed al suo gregario, cercando di non perdere anche loro nel susseguirsi delle rotonde. A tradimento, la svolta a destra verso l'area riservata all'allestimento dei carri del famoso carnevale, dove il tratto piastrellato mi crea qualche problema. Perdo terreno e rimango sola, ma ormai mancano soltanto un paio di chilometri e le gambe girano ancora bene. Curva a destra. Il vigile mi dà la precedenza all'incrocio. Svolto a sinistra e percorro il lungo rettilineo che precede il traguardo. Ecco Roberto, in attesa sul viale, nei pressi del furgone. Mi sbraccio nel salutarlo: ormai la sua presenza è diventata familiare e rassicurante. E' così che, sola soletta, ma felice, passo sotto il gonfiabile dell’arrivo. E' andato tutto bene anche stavolta. Guardo l’orologio; è soltanto l’una. Avevo preventivato di arrivare verso l’una e mezza … Caspita! Ho fatto un tempo strepitoso!  
Raggiungo Roberto e insieme facciamo un tifo da stadio a Bruno, mentre arriva sparato e gasatissimo al traguardo. La più grande soddisfazione per tutti è quella di essere giunti alla fine della gara con ancora sufficiente energia: è il segnale che la nostra forma fisica sta migliorando. Una granfondo, questa, che mi piace tantissimo, sia per l’ambiente, che ci ha permesso di fare una full immersion nella natura, sia per il buono stato delle strade, sia per la capillare sistemazione delle frecce direzionali, a prova di imbecille più imbecille e, soprattutto, per l’ottimo menu del pasta party, distribuito con classe ed eleganza dai ragazzi della scuola alberghiera; la coda era interminabile, ma è valsa la pena aspettare. Una giornata fantastica, trascorsa in allegria e spensieratezza, come dev’essere una competizione per ciclisti come noi, che danno il massimo senza, tuttavia, superare certi limiti, dove l'unica sfida è quella verso se stessi, lontani da quell’accanimento esasperato che non ha alcun senso, se non quello, sciocco e puerile, di dimostrare qualcosa a qualcuno. Quel che più conta è fare sport sentendosi parte di un gruppo affiatato, con cui condividere esperienze, luoghi ed emozioni, in accordo e amicizia. Con questo spirito è nato il nostro gruppo,  per tali motivi ho chiesto di farne parte ... per gli stessi motivi sono stata accolta … ed è così che, mi auguro, continui a rimanere.

I tempi:

Francesco:   2:33:08
Stefano Biella:   2:47:42
Luis:   2:54:56
Roberto:   3:03:11
Patty:   3:23:43
Emanuela:   3:30:02
Bruno:   3:39:02

domenica 5 maggio 2013

14/04/2013: GRANFONDO COPPA PIACENTINA

(percorso medio: 95 km – 1460 metri di dislivello)

Castello di Gropparello
Dopo un lungo e freddo inverno, finalmente è arrivata la tanto desiderata  primavera. Un bel sole caldo ci accompagnerà per tutta la gara, regalandoci una giornata splendida, sotto tutti i punti di vista. L’allegra brigata dell’OMPG oggi è quasi al completo. Prima delle 8 siamo già a Carpaneto Piacentino. La partenza è prevista per le 10, quindi, c’è tutto il tempo per il ritiro dei pacchi gara ed i preparativi, che avvengono con la solita, festosa confusione. Faccio un giretto di riscaldamento con la Patty e, poi, verso le 9,15 entro nella mia griglia. Un rumore fastidioso ci fa compagnia durante l'attesa: sembra quello di un generatore. Lo speaker parla e parla, ma si percepisce poco o nulla di quello che dice. Che sollievo il conto alla rovescia! Tre .. due .. uno. Pronti via! Una curva a sinistra e poi scompaiono tutti nella campagna assolata. Non capirò mai come si possa partire a quella velocità senza patire alcunchè. Gambe dalla potenza incredibile, che girano rapide, nonostante la strada tenda impercettibilmente a salire. Non riesco a tenere le ruote di nessuno, nemmeno delle cicliste. E pensare che non tutte corrono con l'ardore dei vent'anni; molte di loro gravitano attorno ai 50, con la menopausa che incombe e con tutto ciò che essa comporta. A me ci vuole un po’ prima di carburare. Queste, invece, partono a 45-50 km/h come se niente fosse! Saranno veramente esseri umani oppure sotto quei completini attillati si celano creature aliene dai poteri soprannaturali? Per quanto mi riguarda, la sensazione iniziale, come sempre, m’indurrebbe a mollare subito, ma ormai ho imparato a pazientare. 
Prima o poi arriva il gruppetto che fa al caso mio. Quando questo accade, però, ho già percorso una dozzina di chilometri e manca poco all’inizio della prima salita. Benedetta salita! Metto un rapporto agile per sciogliere un po' i muscoli e mi avvio verso Gropparello. 
A parte un paio di strappetti iniziali, la strada procederà, poi, con dolci saliscendi, fino a Prato Barbieri, dove è posto uno dei ristori. Là, saremo, più o meno, al 45° chilometro. 
Lascio alle mie spalle la prima, breve ascesa ed affronto con attenzione la successiva, blanda contropendenza. Mi ricordavo del pessimo stato dell’asfalto, ma quest’anno è davvero indecente. Io non me ne intendo molto di gare ciclistiche; so che i corridori sono sempre pronti ad affrontare forti disagi fisici ed ambientali, ma mi chiedo fino a che punto si debba rischiare la pelle. Ed ecco la prima vittima, distesa a terra, in attesa dei soccorsi. La strada in leggera discesa invoglia alla velocità, ma le insidie dell’asfalto consigliano prudenza. Riprendo a salire, circondata da un paesaggio ondulato, punteggiato da piccoli borghi. La natura si sta risvegliando; il vivace contrasto dei fiori gialli e azzurri con il verde smeraldo dei prati mette allegria. 
Continuo, sempre agile, sempre in compagnia di altri ciclisti. Verso il 30° km, molti deviano a sinistra, seguendo le frecce del percorso corto, mentre io procedo dritto, chiacchierando con un ciclista milanese. Mi piace tantissimo la strada che sale a serpentina sulla collina, sebbene il pessimo stato dell’asfalto, in alcuni punti, la farebbe sembrare più adatta ad una gara di mountain bike. Se non altro, non c’è il vento spietato della volta scorsa. Il milanese si ferma al ristoro; io proseguo. Un breve falsopiano, una salitella e poi inizio a scendere. Grossi triangoli bianchi con il punto esclamativo al centro, disegnati sull’asfalto, invitano a fare attenzione; la strada è davvero pietosa. Molti i ciclisti con guai alle bici, fermi in attesa del carro scopa che li raccoglierà. Curva dopo curva, perdo quota. Il secco bivio a destra questa volta non mi coglie impreparata. Scalo velocemente i rapporti per salire a San Michele. So che è una salita dura, ma mi sono risparmiata finora e l’affronto bene. Scollino dopo un paio di chilometri e mi lancio subito in discesa verso Tiramani e Morfasso. Anche qui l’asfalto è orribile. Un ciclista è fermo a bordo strada con la gomma forata. Poco più avanti, un’altra ragazza con lo stesso problema. Oddio, eccone un altro! Scendo concentrata, pregando che non tocchi anche a me la stessa sorte. Forare in discesa è un'esperienza che non vorrei ripetere. Da qui a Castell'Arquato mancano una trentina di chilometri. Molto suggestivo il passaggio nella splendida Val d'Arda, nonostante il vento stia aumentando d'intensità. Un’ambulanza, ferma a bordo strada per soccorrere un altro malcapitato, mi fa ricordare lo scontro dell’anno scorso, lungo questa discesa, tra uno sventurato ciclista e un povero cervo che gli aveva tagliato la strada. Non ci devo pensare. Mi superano alcuni colleghi, ma li lascio andare. E’ inutile, ci sono ancora troppe curve, che io non so prendere come loro e mi staccherei subito. Poco prima del bivio per il percorso lungo, però, con un’accellerata, riesco ad agganciare un baldo giovanotto. Siamo intorno al 60° km. A questo punto la pendenza si è ridotta, come pure le curve, e posso provare a stare a ruota di qualcuno. Fortuna vuole che, nei pressi dell'incrocio, due compagni del mio ignaro gregario fossero in attesa dell’anima persa. Recuperato il ritardatario, prima che me ne renda conto, si piazzano in testa al gruppetto e partono al galoppo. Porca paletta, questi mica scherzano; 40 km/h non li reggerò per molto. Noto che, a turno, si voltano verso di me. Staranno controllando se sono al gancio o mi vorranno seminare? Quando, però, il ragazzo che guida il trenino si sposta di lato, mi affianca e mi chiede se la velocità per me va bene, ho un attimo di commozione. Sì, sì, vai tranquillo. “Sta sòta, fa mia ol bùs”. No, no, fo mia ol bùs. Sorrido, le mani in presa bassa per sfruttare al meglio il taglio dell’aria, concentratissima; voglio meritarmi la loro generosità e gentilezza. Trenta chilometri all’arrivo. Le gambe girano sorprendentemente bene, veloci ed energiche. Pedalata fluida, battito regolare. E’ esaltante! Adesso viaggiamo in piano, controvento. Intravedo le acque azzurre di un lago alla mia sinistra e poi alcuni edifici. Stiamo per avvicinarci a Castell'Arquato. 
Castell'Arquato
Superiamo un cavalcavia e poi svoltiamo a destra. I miei angeli custodi si accertano della mia presenza e, poi, di nuovo, via di corsa. Gli ultimi chilometri prima del paese, un po’ di attenzione al traffico ed ecco la rocca che si staglia davanti ai nostri occhi. Curva a sinistra ed iniziamo a salire. E' qui che, con dispiacere, mollo la presa e saluto i tre tesori del Team Professional Bike, Massimiliano, Daniele e Ivan, individuati poi in classifica; non riuscirei a seguirli su queste pendenze, ne sono certa. Grazie ragazzi per l'emozione che mi avete regalato. Forse non tutto è perduto se, nei cuori dei giovani d'oggi, albergano ancora sentimenti veri e sani come i vostri. Mi fermo per fare il cambio di borraccia e mi preparo mentalmente ad affrontare la ripida ed acciottolata salita del centro storico. Procedendo a testa bassa su per il pendio impervio, non mi accorgo che il percorso è stato modificato e mi ritrovo, poco dopo, a scollinare nei pressi del secondo ristoro. La rocca è già alle mie spalle. Com'è che sono finita qui? 
Castell'Arquato
Mi dicono che la strada d'accesso al magnifico borgo medievale è chiusa per lavori di ristrutturazione. Meglio così! Godersela a piedi è una cosa, ma affrontarla in bici è una piccola tortura. Mi butto in discesa con più audacia del solito; voglio agganciare alcuni ciclisti che potrebbero aiutarmi, tra poco, quando dovremo percorrere i 10 km di pianura che mancano, più o meno, all’arrivo. In prossimità di un incrocio rallento troppo. Accidenti, li sto perdendo! Un ragazzo, nel superarmi, raccoglie il mio gesto di sconforto; con poche pedalate, recupera lo svantaggio e mi riporta in coda al gruppetto. Deviazione a sinistra su strada secondaria che taglia in mezzo alla campagna. Si viaggia intorno ai 35 km/h, con il vento che, pur non essendo violento, rende, comunque, la corsa faticosa. Nelle curve mi do un gran daffare per restare a ruota, ma, all’ultimo bivio, quel secondo in più di frenata mi stacca irrimediabilmente. Per poco, fortunatamente, perché sopraggiunge un corridore d’azzurro vestito. Ha un bel passo, agile e veloce, giusto per me e per pochi altri che, lungo la strada, raccogliamo. Rivedo anche i miei angeli custodi, che si erano fermati al ristoro. 
Procediamo tutti in fila indiana, ordinati e regolari. Mancano soltanto 5 km al traguardo e i muscoli rispondono ancora bene. Ormai è fatta. Riconosco il tratto di strada percorso all’andata. Siamo in dirittura d’arrivo. All’improvviso una ragazza si stacca dal gruppetto. Ma dove va questa? Mica siamo al Giro d’Italia dove vinci la tappa. Alle granfondo c’è il real time e anche se tu arrivi davanti a me non è detto che hai fatto un tempo migliore. Inspiegabilmente, è solo in questi momenti che il mio agonismo si risveglia. Ho voglia di giocare. Scatto anch’io. Alle mie spalle si scatena il tifo. Vai vai vai!!!! Scarico tutte le rimanenti forze sui pedali e in pochi secondi la raggiungo. Ho un sorriso a trentadue denti quando, in volata, passiamo insieme sotto il gonfiabile. 
Sorriso che si trasforma in una smorfia di stupore nel vedere, nei pressi dell’arrivo, il nostro mitico presidente già cambiato. Alla faccia! Allora la rotopress funziona davvero! Bruno, ma che tempo hai fatto? Sono arrivato un’ora e mezzo fa, perché, vedi, arrivato al bivio tra il corto e il medio, mi sono detto “Ma chi me lo fa fare? E così ho preso la via più breve”. Bruno, Bruno … così non vale! E il nostro capitano? Tanto per cambiare, è stato di nuovo vittima di una burla. La sua soddisfazione per un presunto 6° posto di categoria, purtroppo, è durata ben poco. Gli autori dello scherzo si sono giustamente meritati tutta la sequela di insulti vomitati dal pover'uomo. Dài Roberto, non prendertela! Come dice il proverbio “Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi” e vedrai che, prima o poi … A proposito del diavolo! Domenica prossima ci aspetta in Versilia e speriamo che quest'anno non ci metta lo zampino.

I tempi:

Percorso medio:

Francesco:   2:55:57
Stefano Moraschini:   2:58:53
Roberto:   3:31:16
Emanuela:   4:03:11
Patty:   4:15:33

Percorso corto:

Riccardo:   1:41:27
Federico:   1:43:53
Stefano Biella:   1:51:23
Tiziano:   1:56:23
Luis:   2:01:41
Bruno: 2:31:25

mercoledì 20 marzo 2013

10/03/2013: GRAN FONDO CITTA' DI LA SPEZIA

(km 87 – 1570 metri di dislivello)


Parcheggio Conad, ore 5,30. Quattro loschi figuri consultano l'orologio con un po’ di apprensione. All'improvviso il buio della notte è squarciato dal chiarore dei fari di un furgone bianco che si avvicina velocemente, arrestandosi accanto alle uniche due vetture parcheggiate nel piazzale deserto. Portiere che si aprono e si chiudono, un po' di scompiglio tra i presenti. Poi il furgone riparte sgommando, seguito da una piccola Ford Fiesta e infila il casello dell'autostrada A4 direzione Venezia, venendo di nuovo inghiottito dalle tenebre. Due tocchi sicuri e precisi dell'autista e nell'abitacolo del Fiat Ducato si diffonde un bel tepore insieme ad una musica ritmata che tiene alto il morale agli occupanti del veicolo, nella specie, la sottoscritta, seduta tra il Presidente ed il Capitano. Ma quale onore!
Svincolo di Piacenza. Penetriamo uno spesso banco di nebbia. Troppo presi dai nostri discorsi, non ci accorgiamo del vuoto lasciato dietro di noi. Solo il capitano, a distanza di tempo, se ne avvede. Per fortuna ci sono i cellulari che consentono di ricompattare le fila. Più tardi la nebbia si dirada rivelando un'alba spettacolare. Il sole, che sta sorgendo all'orizzonte, preannuncia una giornata splendida. Ci freghiamo le mani esultanti, pensando a coloro che stamattina hanno dato forfait, poco fiduciosi nel meteo odierno.
Passo della Cisa. I nostri sorrisi si tirano. Lo scenario che si presenta davanti ai nostri occhi è a dir poco agghiacciante. Ma, dài, Roberto, non preoccuparti, qui è sempre così; una volta scesi dall'altro versante vedrai … vedrai ... Un cielo livido, da apocalisse, ci accoglie a La Spezia. Non ci sono dubbi: oggi sarà una giornata memorabile.
La Spezia, ore 8,30. La partenza è prevista per le 10,00. Mentre raggiungiamo a piedi il punto di ritrovo per il ritiro dei pacchi gara, Bruno ci dà indicazioni, nel suo solito modo chiaro e conciso, sulla disposizione delle strade della città, tutte parallele alla costa, cosicchè, secondo lui, sarebbe difficile perdersi. Uhm .. forse non sa ancora con chi ha a che fare. Nel frattempo il cielo pare aprirsi sopra di noi. Le speranze si accendono, il morale si rialza. Torniamo al furgone e, prima che si cambi idea, ci cambiamo, togliamo le bici e ci avviamo verso le griglie. Raggiungo la mia proprio nel momento in cui lo speaker annuncia che mancano 10 minuti alla partenza. Guardo con occhi sgranati una mia giovane collega. Dieci minuti? Ammappete, mi devo sbrigare! Tolgo convulsamente il k-way e i guantini in lattice messi precauzionalmente sotto i guanti felpati … tanto per ora non servono. La mia flebile speranza è aggrappata a quei tre raggi di sole che sono riusciti a trafiggere la spessa coltre di nubi sopra le nostre teste. Ancora pochi minuti, durante i quali vengo a sapere che il percorso lungo è stato annullato a causa di una frana. Massima attenzione anche su quello corto, perchè le strade sono in pessimo stato. Maremma maiala, questa gara è tutta un’incognita! Davvero in prima griglia c'è Francesco Renga? Il cantante? Tanto per rimanere in tema, potremmo cantare in coro “Un giorno bellissimo … per stare insieme”. Ok, dài, sono pronta. Tre … due … uno … avanti a tutta. A tutta dove? Dopo neanche 3 km, una rampa stretta, ripida e tortuosa pone fine al nostro slancio e ci ritroviamo a fare gli equilibristi con le bici, quasi immobili. Mai sentite tante bestemmie tutte insieme. Non mettere il piede a terra è soprattutto una questione di fortuna. C'è chi ce l'ha e chi non ce l'ha, come il nostro povero presidente, che, tra l'altro, maldestramente urtato, cade pure rovinosamente a terra. Io cerco di resistere, sfruttando ogni centimetro libero, con giochi acrobatici che mi fanno sudare freddo. Appoggio, non appoggio, sì, no, aspetta ancora un secondo, forse ce la faccio, no non ce la faccio. Aiuto! Panico, ansia. Solo la buona sorte mi permette di superare il tratto d'imbuto senza fermarmi. Che sollievo! Quando, infine, il grosso del branco è passato, posso cominciare a guardarmi attorno. Ormai siamo saliti di quota e da qui si gode un vasto panorama della città. Una luce diffusa e bianca illumina il golfo di La Spezia, laggiù, in lontananza. Il mare ha lo stesso colore grigio piombo del cielo. Uno spettacolo inquietante e suggestivo allo stesso tempo.

Affronto la salita di Costa di Murlo insieme ad un collega di Pisa, cercando di capire la sensazione alle gambe. Anche a febbraio, come a gennaio, non sono riuscita ad allenarmi più di tanto per via dell'influenza e del tempo infausto. Cinque uscite in bici basteranno? Bah … spero di poter ancora beneficiare di un po' di rendita dell'anno scorso per sopravvivere anche a questa Granfondo.
La strada sale zigzagando per 4,5 km e 290 metri di dislivello in mezzo al verde. Poi iniziamo a scendere. L’asfalto bagnato ed una serie di curve e controcurve mi inducono a tirare i freni più del solito. Mi rassegno a rimanere sola, come sempre. La discesa è breve, poco più di un paio di chilometri. Poi, all'incrocio, svolto a sinistra. Sono all’undicesimo chilometro. Le nuvole intanto sono tornate a chiudersi. Continuo ancora, per un breve tratto, su falsopiano in leggera discesa, attraversando i paesi di San Benedetto e Riccò del Golfo. All'incrocio con la SP 38, devio di nuovo a sinistra, iniziando una salita regolare e dalle pendenze molto modeste, che mi condurrà, dopo 3 km, a Pignone e, successivamente, dopo altri 7,5 km, al Passo del Termine. Quest’ultimo collega la Val di Vara con le Cinque Terre e si trova a ridosso di Monterosso e di Vernazza.
Finora le gambe reagiscono bene. La strada corre in una splendida valle, affiancata dal torrente Vara, che scende impetuoso alla mia sinistra. Il luogo ha un suo fascino anche così, con il bosco ancora nella sua veste invernale, gli alberi spogli e i bucaneve che spuntano dalla terra umida con i loro piccoli campanelli bianchi; la primavera, che dovrebbero preannunciare, quest'anno, ahimè, tarda ad arrivare. Un susseguirsi di rivoli d'acqua e cascatelle solcano i fianchi della montagna. Il cielo è sempre più cupo. Nuvole nere, gonfie e pesanti, annunciano pioggia e tempesta. Umido che entra nelle ossa, negli abiti. Non sono più sola, adesso. Ho raggiunto qualche collega e qualcun altro ha raggiunto me. Alcuni chilometri prima di scollinare veniamo risucchiati da una fitta nebbia, che riduce la visibilità a poco più di 3 metri. Intravedo i profili sfumati di altri ciclisti che procedono lentamente verso il nulla. Qualcuno, forse per rincuorarsi, chiama i propri compagni per nome, chiedendo la loro posizione.
Un ex biker mi affianca. E’ la sua prima gara su strada. Forse ha bisogno di compagnia e così procediamo insieme, chiacchierando. Scolliniamo al 31° km. Al ristoro non mi fermo, sto bene così e poi non voglio disperdere il calore accumulato durante l’ascesa. Dall’altro versante la situazione non è migliore. Oltre alla nebbia, la strada è bagnata e disseminata di terriccio. Molti i volontari lungo i 6-7 km di discesa verso Levanto a segnalare i tratti peggiori e ad invitarci alla prudenza. Non c’è nemmeno bisogno di dirmelo. Scendo praticamente a passo d’uomo, soprattutto gli ultimi, ripidi e tortuosi chilometri. Perdendo quota, però, esco anche dalle nuvole che avvolgevano la cima della montagna. Uno scorcio meraviglioso e del tutto inatteso mi appare davanti all’improvviso: nel cielo si è aperto uno squarcio azzurro e una luce dorata illumina un piccolo lembo di costa, creando un contrasto drammatico, teatrale, con le tinte fosche del paesaggio circostante. Tanto basta per scaldarmi il cuore e le membra intirizzite.
Sono tapinata da un genovese che mi chiama “365”, un personaggio estroso, che attacca bottone con tutti. Mi prende una furia omicida quando mi fa i complimenti per le mie doti da discesista, chiaramente una presa per i fondelli, ma la sua simpatia mi fa desistere dal mio proposito. Arrivo in paese con un piccolo gruppo che si disgrega non appena inizia la salita verso Montale. Siamo al 40° km. Qualcuno rimane indietro, altri mi superano, come la ragazzina che si gira a salutarmi con un sorriso dolce. Scollino dopo circa 5 km e 290 metri di dislivello, procedendo, poi, in piano. Mi sorpassa un ciclista, al quale mi aggancio con prontezza poco prima di entrare nella galleria. E' lunga soltanto un chilometro, ma la scarsa illuminazione e l'asfalto, a tratti grezzo e ricoperto di ghiaietta, mi creano qualche problema. Lungo il tunnel raccogliamo altri fuggitivi, ma, all'uscita, il mio gregario si ferma e mi ritrovo, mio malgrado, a tirare il gruppetto. La strada è leggermente in discesa, ma sento tutto il peso di questa responsabilità. Mi impegno più che posso e, quando, dopo pochi chilometri, la strada riprende a salire, mi accorgo di essere rimasta sola con la dolce ragazzina. Continuiamo insieme verso Termine di Roverano. Anche lei mi fa i complimenti per come ho affrontato la discesa. Ma che è, stamattina si sono messi tutti d'accordo? Rido divertita. “Ma se continuavo a frenare ..”. “Sì, però gli altri frenavano più di te”. Eh, già, al peggio non c’è mai fine. 
Dopo un chilometro e mezzo, al ristoro, lei si ferma ed io proseguo da sola. La strada adesso scende di nuovo in leggero falsopiano, attraversando un paesaggio gradevole. Mi accodo ad un ciclista dell'Avis di Pistoia, sopraggiunto nel frattempo. Non capisco se stia piovendo o se l'acqua che mi appanna gli occhi è quella sollevata dalla sua bici. A bordo strada un cartello giallo mi informa che mancano 30 km all’arrivo. Ariecco il genovese al seguito di un gruppetto. Mi incita a seguirli. Facciamo un po' di strada insieme. Poi, piano piano, il gruppetto si scioglie. Rimaniamo il pistoiese, io ed il genovese, quest'ultimo sempre al traino. Superiamo i centri abitati di Pogliasca e Borghetto. Raggiunta Padivarma, procediamo sulla statale fino alla Foce, dove svoltiamo a sinistra per affrontare l’ultima salita di 2,4 km verso Viseggi, con una pendenza massima dell'8%. Il pistoiese accusa crampi e stanchezza, mentre il genovese s'invola e sparisce alla nostra vista. Salgo piano anch'io. In coscienza mi dispiace per il ragazzo, che ci ha tirati fin qua, anche se so che alla prossima e ultima discesa mi seminerà in un battibaleno, ma è giusto così. Di certo a lui non importa nulla che io sia lì o meno, ma ho bisogno di sentirmi bene con me stessa. Dopo la breve ascesa, la strada continua ancora con qualche saliscendi per poi buttarsi, in modo deciso, verso La Spezia. Mentre il pistoiese, come previsto, mi sorpassa, lo saluto con cordialità. Non credo che lo rivedrò ancora, anche se lui è convinto del contrario. Chissà …
Quest’ultimo tratto è il peggiore di tutto il percorso. L’asfalto è in condizioni davvero vergognose. I ciclisti che mi hanno preceduto e che procedevano in gruppo devono essere stati davvero in gamba per essere riusciti a scendere da qui senza farsi male. La manifestazione di per sé è stata organizzata con attenzione e un forte dispiegamento di volontari, ai quali va un grande ringraziamento, soprattutto per averci assistito in una giornata da tregenda come questa, ma sarebbe bello se, all’impegno e all’entusiasmo di tutti quanti, si unisse anche quello delle varie amministrazioni comunali per rendere più sicure le strade con un po’ di manutenzione. Dopotutto, non ci fanno proprio una gran bella figura.
Ed eccomi, dopo gli ultimi 8 km di martirio, finalmente sul viale del traguardo. Il gonfiabile, il fotografo e lo speaker che annuncia il mio arrivo: 972^ su 1023 partiti e 998 arrivati.
Ad accogliermi con le chiavi del furgone nientepopodimeno che il mitico capitano. Mai cosa è più gradita di quella di potersi togliere subito gli abiti bagnati dopo una corsa. A dir il vero, non so come, sono stata risparmiata dalla grandinata che ha colpito i miei compagni di squadra, nonostante qualcuno di loro mi precedesse e qualcun altro mi seguisse. Mi sono beccata soltanto due brevi “annaffiate”.
Uno scroscio violento accoglie, invece, il nostro grande presidente al suo arrivo. Ma sì, dài, anche questa è andata, in barba a chi stamattina si è girato dall'altra parte nel letto caldo e asciutto.
E così, dopo un ottimo piatto caldo di pasta al pesto, una sosta in autogrill per un brindisi ed una veloce merenda, spaparanzata sul sedile del Ducato, mentre osservo rilassata il paesaggio inondato dalla luce rosata del tramonto, ascolto il capitano che, con grande competenza, mi accultura sul parassitismo di cova del cuculo e sulla nidificazione di altre specie ornitologiche. Roberto sei unico!

I numeri:
Belotti Francesco: 2:41:21
Moraschini Stefano: 2:56:07
Seghezzi Roberto: 3:26:26
Tintori Emanuela: 4:06:43
Marchetti Bruno: 4:16:44


sabato 23 febbraio 2013

10/02/2013: GRAN FONDO LAIGUEGLIA (Liguria) (km 110 - 1865 metri di dislivello)

Quando tutto si accanisce contro di te, ti chiedi se ciò che accade non sia un segno del destino che ti suggerisce di cambiare direzione. Assecondarlo, quindi, oppure far finta di niente e cercare di superare, una dopo l'altra, le varie difficoltà fino ad avere la meglio? Sta di fatto che a gennaio, vuoi per varie vicissitudini personali, vuoi per il maltempo e la mia avversione ai rulli, non avevo fatto un allenamento sufficiente per affrontare una gara di 110 km e 1865 metri di dislivello. Ci mancavano soltanto le elezioni che costringessero gli organizzatori ad anticipare la manifestazione sportiva di due settimane! Già mi pareva presto il 24 febbraio, figuriamoci il 10! E' vero che non sono un'agonista e che per me conta solo portare a termine la gara, ma è proprio questo il punto. Ci sarei riuscita questa volta? Ma, sì, dài, chissene..., vada come vada! 
Ed è così che, libera dall'ansia da prestazione e pronta a godermi una magnifica giornata sulla riviera ligure, venti minuti prima della partenza, raggiungo quatta, quatta il mio angolino in fondo alla griglia. Mi sento tranquilla e rilassata, forse troppo. 
Giornata luminosa, cielo completamente terso, aria frizzante sulla pelle, ma il tepore del sole conforta. Sorrido ascoltando i commenti di chi crede di aver esagerato nell'abbigliamento, peraltro, per nulla paragonabile al mio. Di proposito, mi sono imbozzolata in uno spesso strato di vestiti in perfetto look artico. Sono stanca del freddo patito nelle settimane precedenti. Oggi voglio morire dal caldo!
Lo speaker informa che siamo in 3.300, distribuiti su una lunghezza di circa un chilometro. Apperò! Le solite raccomandazioni e, poi, il Sindaco dà il via: tre … due … uno … vamos!!!
Pedalo tranquilla. Con la partenza controllata, ci fermeremo ancora 27 volte prima di uscire dall'abitato. Non vale neanche la pena diventare matti. Quest'anno non mi faccio fregare. A debita distanza e insieme a pochi altri ciclisti, osservo divertita il continuo inchiodare e ripartire di chi ci precede. Ormai conosco la strada, però i due dossi tra il secondo ed il terzo chilometro non me li ricordavo. Per fortuna qualcuno me li fa notare. Belli e veloci i 20 km sull'Aurelia. Ogni anno che passa sembrano sempre più brevi. Butto l'occhio sull'immensa distesa azzurra del mare e sulla linea di costa baciata dalla luce calda del sole mattutino. Mi sento bene, in armonia con me stessa e con il mondo che mi circonda.
Attraverso la galleria quasi da sola. Alle mie spalle sta sopraggiungendo un grosso plotone che mi fagocita al suo interno, espellendomi, però, nel giro di pochi secondi. Mi aggancio lesta al fanalino di coda, che mi trasporta in un amen al bivio di Ceriale, dove svoltiamo a sinistra verso Cisano sul Neva. Un piccolo strappetto e, poi, un lungo falsopiano in salita, alternato da alcuni tratti di discesa. La strada non è particolarmente larga, ma noto molta prudenza da parte dei numerosi ciclisti che ancora stanno arrivando a frotte. Un po' di attenzione nelle rare curve, qualche rampetta da fare fuorisella per sgranchire le gambe ed anche il bivio per Arnasco giunge in men che non si dica. Quest'anno niente ressa al ponticello. Siamo al 24° km. 
La salitella che segue non mi preoccupa: ormai so che è breve. Subito dopo, la strada spiana e si viaggerà ancora velocemente per circa 3 km. 
Al 27° km inizia la prima vera salita, che ci porterà, con qualche saliscendi e dopo una ventina di chilometri, a Costa Bacelega, passando per i borghi di Arnasco, Vendone ed Onzo. D'ora in poi ognuno sale col proprio passo. Il mio è quello da crociera, regolare e agile. Ogni tanto mi alzo sui pedali e porto avanti la mia danza per alcuni minuti, riuscendo a rimontare facilmente diverse posizioni. Supero piccoli paesini e attraverso boschi ancora rinsecchiti, ma il paesaggio è gradevole. Una volta scollinato, affronto con prudenza, la bella discesa di circa 5 km in mezzo agli ulivi, le curve secche ed il susseguirsi di stretti tornantini. Finora tutto bene. Nel mio abbigliamento invernale ci sto a meraviglia, sia in salita che in discesa e, come al solito, non ho né fame né sete.  
Nel successivo tratto di pianura mi ritrovo in un bel gruppetto. Il forte vento non ci consente di viaggiare particolarmente veloci, ma da sola sarebbe stato un dramma percorrere i 7 km fino ad Ortovero. Ed ecco il bivio a destra, che ci immette su una stradina secondaria. Un paio di chilometri in una zona periferica e, dopo una svolta a destra, imbocchiamo la strada che ci porterà, dopo 4 km di salita ed altrettanti in falsopiano, prima a Ligo e, poi, a Casanova Lerrone. Mi ricordo che qui l’anno scorso avevo più energia; oggi comincio ad accusare un po’ di stanchezza. Il panorama però è grandioso. Man mano che si sale di quota, la vista spazia lontano, su tutta la costa ligure. Allo scollinamento, dove è posto il secondo ristoro, c'è una calca infernale. Non mi voglio fermare, ma per passare sono costretta a scendere dalla bici e fare qualche passo a piedi. Nessuno si sposta dalla strada, nonostante le mie gentili richieste. La carreggiata è invasa da decine e decine di ciclisti fermi a ruminare. Con non poca difficoltà, supero la barriera umana e risalgo in sella. 
La strada, adesso, corre in piano, per poi scendere di nuovo in mezzo agli uliveti, andando, infine, ad incrociarsi, dopo un'ampia curva a sinistra, con quella principale che ci condurrà, in circa 8 km, a Garlenda. Continuando, invece, verso destra si raggiungerebbe il Passo del Cesio. Sono sola già da un po' di tempo e il vento contrario è davvero fastidioso. Al paese c'è la deviazione a destra per il passo del Testico. Siamo più o meno intorno al 78° km. Dopo il campo sportivo la strada s'inclina subito verso l'alto. Arranco con fatica, sono stanca, ma l'ambiente che mi circonda è splendido e mi aiuta a distrarre la mente. A bordo strada cespugli di mimosa e rosmarino. Nei boschi una profusione di narcisi bianchi e gialli. La primavera è già alle porte. Eppure, quelle cime innevate, che si stagliano all'orizzonte, non sembrano molto distanti da qui. Passo per i borghi di Paravenna e Caselle. Dopo circa 7 km la strada spiana e s'incrocia con quella che, a sinistra, scende ad Alassio. Io, invece, svolto a destra e percorro altri 5 km in falsopiano, facendo attenzione ai polli che attraversano la strada nei pressi di un'azienda agricola. Il primo tratto di contropendenza inganna. La vera discesa, infatti, inizia dopo un altro breve tratto di salita, al 90° km. Poi, finalmente, giù, a rotta di collo. Ancora venti chilometri. Le curve, ampie e dolci, invitano a mollare un po' i freni. Gli ultimi dieci chilometri sono, neanche a dirlo, controvento. Mi rassegno alla solita tribolazione, in attesa che arrivi l'ennesimo treno cui agganciarmi. Il primo disponibile è proprio piccolo, ma meglio di niente. Procediamo a testa bassa lungo il rettilineo che porta ad Andora e, alla deviazione per Colla Micheri, non essendoci alcun volontario a presidiare l'incrocio, segnaliamo la manovra di svolta col braccio sinistro. Le auto rallentano e ci permettono di imboccare la stradina che, dopo 2 km, ci condurrà al traguardo.
Per la cronaca, ho impiegato 17 minuti in più dell'anno scorso, ma quest'anno i tempi si sono dilatati un po' per tutti, perciò, come si dice, "mal comune, mezzo gaudio". Se, poi, consideriamo che, dei 3300 ciclisti al via, 1000 si sono ritirati, non posso che essere soddisfatta di aver percorso, ai primi di febbraio e con scarso allenamento, 110 km e 1865 metri di dislivello in 4 ore e 56 minuti.