Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso. (Luis Sepulveda)

giovedì 19 luglio 2012

24/06/2012: ANELLO GAVIA - MORTIROLO-TRIVIGNO (GRAN FONDO GIORDANA) da Aprica (150 km. 3.400 metri di dislivello), con Passo Gavia e Passo della Foppa (Mortirolo) da Mazzo

Sono circa le 7 quando lascio alle mie spalle l'area riservata ai camper. Nessuno nei pressi del furgone dell'OMPG parcheggiato poco distante; i miei compagni se ne sono già andati. Risalgo le poche centinaia di metri che mi separano dalla partenza e vado ad occupare il mio posto in griglia. Questa è la 7^ ed ultima gara del circuito Coppa Lombardia, ma anche la più dura: 150 km e 3400 metri di dislivello, con un Gavia e un Mortirolo da scalare. Salite che fanno paura anche ai ciclisti più esperti, figuriamoci a me. E’ una competizione importante, tant'è che vi partecipano corridori di tutti i Paesi del mondo e un'autentica folla di big; ciò non fa che aumentare la mia inquietudine.
Alle 7,30, sulle note di We are the Champions e sotto una pioggia di coriandoli, una colonna di ciclisti lunga un chilometro si avvia verso il proprio destino. Non c'è nemmeno il tempo di prendere velocità che si è già tutti col piede a terra. L'andatura controllata lungo i 16 km di discesa fino a Edolo e i diversi restringimenti della carreggiata, causati dai lavori in corso, creano ingorghi e improvvise inchiodate. Scendo con cautela e col proposito di fare una gara tranquilla, consapevole del fatto che questa è, per me, una prova impegnativa; sarebbe già una soddisfazione impagabile portarla a termine … e poi lo speaker ha assicurato che ci aspetteranno tutti, quindi, in teoria, avrei tutto il tempo.
Intanto mi ritengo fortunata di non essere tra quelli fermi a bordo strada, già alle prese con il cambio delle camere d'aria forate.
Il saluto ed il sorriso di Marcello, come sempre, hanno il potere di stemperare un po' la tensione. Quattro chiacchiere e un “in bocca al lupo”, gridato con il cuore anche a Nicola, e poi ognuno scende come si sente. Superato il centro abitato di Edolo e la piccola galleria, ci dirigiamo verso Ponte di Legno, percorrendo il tratto più estremo della Valcamonica. Due tornanti in leggera salita mi consentono di vedere il fiume di ciclisti davanti e dietro di me. La strada continua poi in falsopiano. Decine di colleghi ne approfittano per una pausa tecnica. Beati loro che possono! Dopo 7 km, al bivio per Monno, quasi tutti girano a sinistra per affrontare il percorso corto e rimaniamo giusto quattro gatti. Mi assalgono nuovamente i dubbi; forse sto facendo qualcosa al di sopra delle mie possibilità. Riuscirò a concludere il giro senza stramazzare? E poi domani mattina all'alba c'è il volo per la Sicilia e subito la prima tappa del giro dell'isola. Ce la farò? Dài Manu, abbi fede in te, scaccia ogni pensiero e pedala. Il segreto è tutto qui: non farsi problemi, niente se e niente ma. Mi unisco all'unico gruppetto nei paraggi, che marcia, a dir la verità, con passo troppo lento anche per me. Li supero con un po' d’imbarazzo e mi ritrovo in testa a tirare. Dura poco, perchè dal gruppetto si stacca un ciclista che evidentemente si è convinto di poter fare di meglio. Lo seguo a ruota e insieme ci allontaniamo. E' gentile, ogni tanto si gira per assicurarsi che io ci sia, mi segnala gli ostacoli … ok, gli vado a genio. Due chiacchiere e i 15 km fino a Ponte di Legno volano. 
Dopo il paese la pendenza aumenta, ma di poco. Un paio di chilometri ed ecco il bivio per il Passo Gavia. Svoltiamo a sinistra. Breve discesa, un tratto in piano e poi ci siamo, inizia la prima scalata. 17 km e 1.363 metri di dislivello. Dico al mio compagno di viaggio bresciano di non badare a me e di salire con il suo passo. Lo vedo esitare, ma, poi, piano piano, si allontana. Io ho deciso di risparmiare le gambe. Innesto la ridotta e mi guardo il panorama, che ormai comincio a riconoscere: è la terza volta in due anni che scalo il Gavia e mi piace da morire. Da qui a S. Apollonia ci sono 5 km al 6-8%. Poi, dopo una rampetta all’11%, la pendenza si addolcisce per un breve tratto. Un altro strappo al 14% e poi continua mantenendosi tra il 6 e l’8%, con punte al 9%. 
Man mano che salgo, il panorama diventa via via sempre più grandioso, la vista allietata da un abbagliante ghiacciaio che mi occhieggia dalla parte opposta a quella in cui mi sto dirigendo. Lo posso ben osservare mentre risalgo la china, affrontando i numerosi tornanti che tagliano trasversalmente il fianco della montagna. Alla mia sinistra gorgoglia il Frigidoldo, proveniente dal Parco dello Stelvio, le cui acque, unendosi, a Ponte di Legno, a quelle del Narcanello, che scende, invece, dal ghiacciaio della Presena, andranno a formare il fiume Oglio. La valle in certi punti si restringe notevolmente. Attraverso boschi, pinete e verdi prati dove mucche e vitelli pascolano tranquilli. Il senso di pace e di serenità che provo in questi luoghi è indescrivibile. Ecco cos’è il benessere per me. Nient’altro mi può appagare tanto quanto trovarmi in questi paradisi naturali. Il tempo passa veloce, così come i chilometri che scorrono sotto le mie ruote. Il paesaggio cambia via via che guadagno un po’ di quota, assumendo un aspetto sempre più lunare e roccioso. La galleria mi coglie di sorpresa, sono già arrivata! All’interno si percepisce la differenza di temperatura. Sono poche centinaia di metri, ma sufficienti per raffreddare i muscoli. Sulla parete sinistra, una fila di lampadine riesce con difficoltà a gettare piccoli fasci di luce sulla corsia di destra. Non vedo il fondo stradale che sto percorrendo, ma almeno posso individuare le linee bianche che delimitano le due corsie, così da non perdere il senso dell’orientamento. Presumo che questa illuminazione sia provvisoria e che, dopo la gara, il tunnel torni di nuovo completamente buio. 
All’uscita dalla galleria la pendenza si accentua leggermente, l’asfalto è un po’ malridotto e così rimane per 2 km, fino allo scollinamento, nei pressi del Rifugio Bonetta, a quota 2.652 metri, come pure nei successivi 2-3 km della discesa sul versante opposto. Del resto questa zona è coperta dalla neve per la maggior parte dell’anno ed è inevitabile che l’asfalto si deteriori. La temperatura è gradevole e il k-way è più che sufficiente per affrontare la lunga discesa verso Bormio. Mentre scendo osservo lo splendido scenario di montagne ricoperte da ghiacciai e percorse da lingue di neve candida. Una visione spettacolare, con cascate e strapiombi. Scendo con prudenza gli infiniti tornanti. Anche qui, in alcuni tratti, le pendenze sono di tutto rispetto. Una decina di chilometri e arrivo al pavé del centro di S. Caterina Valfurva. Altra discesa verso S. Antonio e altro tratto di pavé nell’attraversamento del borgo. Poi di nuovo giù, verso S. Nicolò e finalmente, dopo ulteriori 15 Km, sono a Bormio. E' da poco passato mezzogiorno, non c'è più nessuno a presidiare gli incroci. Seguendo le indicazioni per Tirano, mi ritrovo su una strada trafficata, ma, poco dopo, al bivio, lascio a sinistra la superstrada e imbocco una tranquilla via secondaria che corre lungo l’argine dell’Adda, dirigendomi verso Mazzo, che dista circa 30 km. Mi fermo qualche minuto per rifocillarmi con calma e recuperare le energie in vista di quello che ancora mi aspetta. Marco è qui che mi attende da circa un'ora. Mi è venuto incontro risalendo la Valtellina con la sua mountain bike e mi farà compagnia finchè se la sentirà. Riprendo la mia corsa. Passo nell'agghiacciante, desolato tratto di valle, dove, nel luglio del 1987, dopo un periodo di forti piogge, quaranta milioni di metri cubi di materiale si staccarono dal Pizzo Coppetto, una montagna di oltre 3000 metri di quota, e, precipitando a valle ad una velocità di 400 km/h, travolsero e distrussero completamente gli abitati di Sant'Antonio Morignone e Aquilone. Pedalo per alcune centinaia di metri su buon sterrato, alla fine del quale mi supera un gruppetto di ciclisti. Incredibile, sono gli stessi novatesi con i quali ho condiviso qualche chilometro alla GF Alpi. Mi accodo felice. Con il loro aiuto sarà più facile percorrere i restanti chilometri in leggera discesa fino a Mazzo, visto che, tra l'altro, soffia un fastidioso vento contrario. Attraversiamo Sondalo, con l'imponente sanatorio immerso nel verde, e Grosio, passando ai piedi dello splendido castello medievale, con le sue torri e la sua cinta merlata. 
Ed ecco il bivio a sinistra per il Mortirolo o, meglio, il Passo della Foppa: 12,4 km, 1.310 metri di dislivello e 33 tornanti da incubo. Il mio cuore già batte all’impazzata e non sono ancora partita all'attacco del mostro. Eppure sono felice di essere qui. Sto per scalare una delle salite più dure e famose d’Europa ... non è da tutti. Si sale subito e senza misericordia, passando tra le case di Mazzo, che ben presto lasciano il posto ai boschi e ai prati. Il cartello all’inizio dell’ascesa riporta anche l’altimetria, per la maggior parte colorata di rosso, colore che indica pendenze da ribaltamento. La strada, stretta e tortuosa, subisce un’impennata pazzesca intorno al 31° tornante e si mantiene costantemente su questa inclinazione, senza mai mollare, fino al 21°. Mi alzo sui pedali, lo sguardo fisso sull’asfalto davanti a me. Non riesco a guardare il Garmin, ma la pendenza del 18% la sento tutta nelle gambe e nei polmoni. Ci mancava soltanto il vento contrario! Mi rassegno alla tribolazione, ma, in fondo, sono qui per soffrire e ciò che non uccide fortifica, almeno così pare. 
Dopo il 21° tornante, il tratto cruciale è passato, ma le pendenze rimangono elevate, non c’è modo per poter respirare. Devo soltanto resistere, resistere e ancora resistere. 
Sorpasso incredula molti di coloro che mi avevano superato sul Gavia, alcuni dei quali già coi piedi a terra e, con altrettanto sgomento, osservo dei corridori che stanno scendendo in senso contrario e non sono pochi. Che sarà loro successo? Peccato non potermi guardare intorno, non vedere il paesaggio che mi circonda, non riempirmi gli occhi di scenari da ricordare. Sono troppo concentrata nel mantenere respiro e ritmo di pedalata regolari.
Una sferzata di energia me la dà il collega bresciano, che reincontro con sorpresa al ristoro del 6° km. “Sei in gamba”, mi dice con un sorriso. Cavoli, ma allora non sono andata poi così male! 
Mi accorgo in questo momento dell'assenza di Marco. Mi aveva annunciato una sosta tecnica ... mannaggia l'ho perso! Continuo a salire in compagnia del bresciano. La pendenza è sempre a doppia cifra, ma ormai il peggio è passato. All'ottavo chilometro il monumento dedicato a Pantani, che, su questa salita, nel 1994, da perfetto sconosciuto, staccò tutti e vinse la tappa Merano-Aprica, entrando di prepotenza nella storia dei migliori scalatori, mi regala una buona dose di adrenalina. Ignoriamo il bivio per Grosio a sinistra e procediamo verso destra. Dopo un chilometro e mezzo al 9%, la pendenza torna a ruggire, con alcuni strappi all’11-12%. La coltellata finale arriva poco prima di scollinare, con cento metri al 15%.
Ed ecco il cartello che indica l'arrivo al Passo. L'entusiasmo è alle stelle. Inutile indossare il k-way adesso come fanno gli altri, sto bene così e poi tra poco inizia un tratto di mangia e bevi che mi farà sudare nuovamente. Una breve discesa e poi la biforcazione: a sinistra si scende a Monno, mentre a destra si ritorna all'Aprica. Il ciclista bresciano si ferma al ristoro, io continuo da sola. Mancano circa 30 km all'arrivo. Affronto una breve salita e poi un falsopiano di circa una dozzina di chilometri, intervallato da un paio di strappetti.
E finalmente ecco la discesa vera e propria. Mi concentro e aguzzo la vista, soprattutto attraversando il bosco: i giochi di luce ed ombra non permettono di individuare con chiarezza le buche e le crepe dell’asfalto. Non vorrei compromettere tutto con una caduta proprio adesso. Mi raggiungono altri ciclisti. La consapevolezza di avercela quasi fatta ci rende tutti euforici, tanto che scoppiamo in un'allegra risata quando, dopo aver annunciato a gran voce il nostro arrivo ad un gruppo di persone ferme in mezzo alla strada, una madama, forse spaventata, inveisce contro di noi gridando: “Perché non suonate il campanello?”. E così, dopo un tempo interminabile, mi ritrovo al bivio di fondovalle. Ancora uno sforzo, un’ultima, breve contropendenza ed ecco il tappetino, il bip che risuona nell'aria come una dolce armonia, i flash dei fotografi, i loro sorrisi e i loro complimenti, addirittura il mio nome scandito dallo speaker … E' un momento di grande emozione e soddisfazione. La sensazione di aver fatto qualcosa di grande è bellissima. Lo so, non c'è niente di grande nell'arrivare 934^ su 1016, ma io sono felice lo stesso. Il mio ultimo pensiero vola a lui, al grande campione "che sapeva animare gli animi della folla come nessun altro ha più saputo fare".

martedì 19 giugno 2012

10/06/2012: GARDA - MONTE BALDO – S. ZENO DI MONTAGNA – PRADA (103 Km – 2611 metri di dislivello in bici da corsa)


In previsione della Gf Giordana, che si correrà tra due settimane all’Aprica, avevo necessità di accumulare un po’ di dislivello. 152 km e 3.400 metri di disl+, per il percorso medio, non sono uno scherzo e non si possono improvvisare, soprattutto se si parla di Gavia e Mortirolo, due mostri famelici, pronti a sbranarti se non li affronti con la dovuta preparazione. Purtroppo il susseguirsi delle gare, da marzo ad oggi, mi avevano impedito di allenarmi su lunghe distanze e grandi dislivelli, salvo un bel giro, effettuato in una domenica libera da impegni agonistici, nel mese di maggio, di 150 km e 3000 metri di disl+ sui vicini monti di casa. Siccome le previsioni per questo fine settimana davano tempo perturbato, con possibili piogge, nella zona in cui vivo, c’era il rischio di mandare all’aria una delle poche possibilità ancora rimaste per un buon allenamento e la cosa mi rugava un po’. Così, data una sbirciatina al meteo del nord-Italia e verificato che, a sud e ad est della Lombardia, il tempo era migliore, dopo aver escluso le aree colpite dal sisma, sabato sera convinco Marco a trasferirci con il camper sul Lago di Garda. La scelta iniziale cade su Torri del Benaco, dove nel dicembre scorso avevamo lasciato liberamente il mezzo, sia nelle ore diurne che notturne, nel parcheggio antistante il castello scaligero. Oggi, con occhi sgranati per lo stupore, leggiamo la tariffa giornaliera sul parkimetro: 50 euro!!! Follia pura! 
Costeggiando il lago alla ricerca di un’area di sosta alternativa, troviamo, per fortuna, un parcheggio per camper a Garda  (GPS: N45.576420, E010.576420), a 800 metri dal centro, per soli 12 euro, fornito pure di rubinetto e pozzetto per il carico e lo scarico dell’acqua (la corrente si paga a parte, se ci si vuole allacciare). Il mattino seguente il sole splende nel cielo limpido e azzurro. Il temporale notturno ha rinfrescato l’aria, lasciando una gradevole temperatura di 24 gradi. Inforchiamo le nostre bici e partiamo subito alla conquista del Monte Baldo. Da Garda ci dirigiamo verso Costermano, seguendo poi le indicazioni per Pesina e Caprino Veronese. 
Dopo 8 km arriviamo all’imbocco della salita, dov'è posto un cartello con i dati tecnici riguardanti il primo tratto della stessa fino a Spiazzi: 12 km di lunghezza, 610 metri di dislivello, pendenza media del 5%. La strada è ampia e in buono stato; sale con lunghi rettilinei e poche curve, purtroppo battuta da numerosi gruppi di motociclisti. Marco, come suo solito, azzarda ipotesi sul percorso, che, ovviamente, non conosce. E’ convinto che dopo Spiazzi la strada continui in piano sul fianco della montagna per poi scendere a Brentonico, dal versante opposto. Se fosse davvero così, sarebbe deludente; a conti fatti non faremmo più di 800 metri di dislivello e con pendenze molto blande. Un po’ scarso come allenamento. Scolliniamo e scendiamo per 6 km verso Ferrara di Monte Baldo. 
Proprio nel momento in cui tramo di tornare indietro e trascinare Marco su per un’altra salita, scorgo a bordo strada un secondo cartello informativo. L’ascesa continua fino al Valico del Monte Baldo per ulteriori 11,7 km e 765 metri di dislivello, con una pendenza media del 6,54% e la massima del 18%. Meraviglia delle meraviglie! Il bello deve ancora venire! Immediato arriva un assaggio di quel che ci aspetterà: una lunga e secca rampa al 15%, che, gradatamente, scende al 10%. Man mano che procedo mi rendo conto che questa montagna è piuttosto insolita e originale; infatti la strada cambia continuamente direzione. Poco prima dell’Orto botanico e di un Agriturismo, notiamo sulla sinistra una via alternativa per scendere a Garda … da tenere in considerazione. 
Superato l’Agriturismo, la pendenza s’inasprisce. Percorriamo un lunghissimo, ripido drittone in compagnia di motociclisti che lanciano le loro moto ad una velocità pazzesca. Come possono aver scambiato questo angolo di Paradiso per una pista? Non possiamo fare a meno di notare, con tristezza, le numerose lapidi a bordo strada, con le foto dei loro colleghi che ci hanno lasciato le penne. Intanto il cielo si sta annuvolando. La strada spiana leggermente per poi riprendere a salire cattiva per alcune centinaia di metri. Un cartello indica una pendenza del 19%, ma in realtà non si supera mai il 16%. 
Proseguiamo, infine, a mezza costa, lungo il pendio della montagna per un paio di chilometri, prima di scendere per altri due fino ad una malga, dove placide mucche stanno distese sull’erba del prato, incuranti dei nuvoloni neri che, minacciosi, incombono dalla sommità della montagna. La temperatura si è abbassata notevolmente, tanto che il fiato, uscendo dalla bocca, si trasforma in nuvolette di fumo. A questo punto s’impone una scelta. Ci sarebbe la possibilità di scendere a Brentonico (circa 30 km) e successivamente a Serravalle all'Adige (8,5 km), per tornare a Garda dopo altri 50 km, di cui circa 40 percorribili su pista ciclabile, oppure scendere a Torbole, sempre via Brentonico (50 km) e sciropparsi 40 km di Gardesana trafficata. 
Nel frattempo grossi goccioloni iniziano a cadere dal cielo. Conveniamo che la cosa migliore sia quella di ritornare sui nostri passi senza indugio e rientrare per la stessa strada percorsa all’andata. Per fortuna la pioggia cessa quasi subito, una volta spostatici dalla zona interessata dalla perturbazione. Al bivio dopo l’Agriturismo scendiamo a destra, imboccando la strada notata durante la risalita, che si rivela molto tranquilla e suggestiva, correndo tra splendide pinete, verdi pascoli e isolate malghe. Passiamo accanto ad un sacrario, con le croci bianche di coloro che hanno perso la vita per la Patria e un attimo di commozione mi prende leggendo le parole incise sulla stele commemorativa. 
Riprendiamo a scendere fino all’incrocio con la strada principale percorsa all’andata, che seguiamo a ritroso, e in poco tempo ci ritroviamo a Spiazzi. Ritorniamo verso Garda, attraversando di nuovo Caprino e Pesina, ma, siccome è presto e abbiamo fatto soltanto 1850 metri dislivello, nei pressi di Costermano propongo a Marco di salire a San Zeno di Montagna. Sono 7 km molto dolci con un dislivello di soli 250 metri, su strada ampia e un po’ trafficata, ma, una volta scollinati, chiedo di poter continuare ancora un po’ verso Prada, giusto per conoscere altre strade e nuovi luoghi. Marco brontola, ma mi accontenta. 
Superato il centro abitato, la strada si restringe e inizia a salire con più decisione. Passiamo attraverso fitti boschi e distese erbose dove muli, pecore e mucche pascolano tranquilli, avvolti dalla pace e dal silenzio di questi luoghi. Dopo altri 8 km e 500 metri di dislivello arriviamo agli impianti di risalita che conducono al rifugio Fiori del Baldo. Continuando per altri 13 km potremmo scendere al Castello di Brenzone, dove parte il primo troncone della seggiovia, e rientrare a Garda costeggiando per 21 km il lago. A questo punto abbiamo accumulato 85 km e 2600 metri di dislivello. Per Marco sono più che sufficienti ed è ora di rientrare. Dietro front. 
Un caffè al bar e poi scivoliamo a valle, deviando a destra pochi chilometri dopo il borgo di S. Zeno, verso Albisano. Percorriamo una stradina che scende, zigzagando, tra argentati uliveti e ridenti giardini, immersi nella fragranza dei gelsomini e delle svariate specie di fiori che rallegrano con i loro colori questa balconata sul lago. Attraversiamo il piccolo borgo e alla rotonda continuiamo dritto, seguendo le indicazioni per Garda, che raggiungiamo dopo 19 km di discesa. Prima di riprendere la via di casa ci concediamo un giro sul lungolago e tra i vicoli del bel centro storico. Adoro il lago di Garda, in tutte le stagioni; mi rilassa e mi restituisce tanta energia. 
Da casa mia ci si arriva in poco più di un'ora e ogni volta è come se partissi per una vacanza. 











ALTRI DIARI DI VACANZE IN CAMPER+BICI SUL LAGO DI GARDA:





mercoledì 13 giugno 2012

03/06/2012: GRANFONDO VIGNETI DELL’OLTREPO’ MARATHON (Salice Terme – Lombardia) km 106 – 1450 metri di dislivello


Finalmente una giornata calda, soleggiata e senza vento; la prima dopo quella, ormai lontana, di Laigueglia dello scorso marzo. Era ora! Vero che nel cielo si stanno radunando un po’ di nuvole, ma sono stratificazioni alte e apparentemente innocue. Comunque la temperatura è gradevole e, anche se dovesse piovere, non credo patiremmo il freddo. 
Il sole, la pace che si respira a Salice Terme, con il suo parco, immenso e secolare, il profumo intenso del caprifoglio, l’allegra confusione dei ragazzi del mio team … tutto fa sperare in una lieta giornata. Ed è, quindi, con animo sereno che chiudiamo il camper alle nostre spalle, la mente già rivolta verso la Granfondo che inizierà tra poco più di mezz’ora, 6^ prova valida per la Coppa Lombardia. All’improvviso vedo Marco impallidire; mi ci vuole un attimo per afferrare la drammaticità delle sue parole: “Le chiavi … sono rimaste nel camper!!!”. Nooooo …. E adesso??? Beh, mica ci rovineremo la festa per una quisquilia del genere! Ci penseremo al ritorno, ormai è tardi. Così Francesco, Riccardo ed io ci avviamo verso le griglie di partenza, mentre Bruno, Roberto, Pierino, Marco e la Patty, che hanno deciso di fare il percorso fuori gara, ci precederanno. Risaliamo il bel viale alberato fino alle terme, da dove parte la competizione. Francesco va ad occupare la prima griglia, riservata ai primi di categoria; io e Riccardo, invece, entriamo nella seconda. 
E' tutto molto tranquillo. L’impianto stereo per ora non funziona, non c’è la solita musica assordante, nessun suono a martoriare i nostri timpani; soltanto il gioioso cinguettio degli uccellini che affollano le ombrose chiome degli alberi lungo la via. Inoltre, stavolta, non siamo entrati in griglia con il solito, largo anticipo e l’attesa sarà più breve. Mi guardo attorno: molti volti sono ormai noti; corpi fasciati in completini variopinti, muscoli guizzanti, bici costose e superleggere, con i chip verdi ben fissati sulle ruote anteriori. Abbasso gli occhi e il sangue mi si congela nelle vene. Il mio chip … è rimasto sul camper!!! Guardo angosciata Riccardo. E adesso??? Mi chiede con partecipata ansia il mio compagno. Una cosa è certa, è inutile che io rimanga qui. Esco affranta dalla mia griglia. Come ho potuto essere così distratta? Passo accanto a Francesco e con voce rotta gli chiedo come posso rimediare al fatto. “Ma vai a noleggiarne uno!”. Geniale! Perché non ci ho pensato? Ripercorro trafelata il viale fino all’ingresso del parco, attraverso con la bici in spalla il prato, onde evitare qualche inopportuna foratura, fino al Punto Chip e mi metto in coda. Per fortuna, d’abitudine, porto sempre del denaro con me, anche se in gara non servirebbe. Quando è il mio turno, spiego l’accaduto e mi viene consegnato un chip bianco abbinato al mio numero di pettorale. Quindi tolgo la vite dalla ruota, inserisco il chip, rimetto la vite al suo posto e, bici in spalla, riattraverso il prato. 
Risalgo il viale alberato, faccio verificare a Francesco il mio operato per evitare ulteriori guai e ritorno nella mia griglia, ormai affollata. Rassicuro Riccardo, è tutto a posto. Pochi minuti e lo speaker dà il via alle danze. Sono le 8,30 in punto. Puff, ce l’ho fatta per un pelo e meno male che me ne sono accorta in tempo. Pigio il pulsantino dello start sul Garmin. Niente, non parte. Provo e riprovo. Nulla! Dopo anni di efficiente servizio, proprio oggi ha deciso di fare le bizze. Perfetto! Non solo non conosco il percorso, ma non avrò nemmeno la possibilità di sapere i chilometri macinati e quelli mancanti all’arrivo. Alé, si va allo sbaraglio e che Dio me la mandi buona. L’inizio non è stato dei migliori, ma non sia mai che io perda l’ottimismo e la voglia di pedalare. Con mia grande gioia, il tratto iniziale in pavè non favorisce elevate velocità e, dopo un paio di chilometri, la strada inizia subito a salire, ragion per cui ci sono ancora tanti ciclisti tutt’attorno. I cartelli, posti all’attacco delle salite, mi permettono almeno di avere un’idea di dove mi trovo e di ciò che mi aspetta. Ecco quello di Altacollina: 5 km ad una pendenza media del 3,6% e massima dell’11%. Il copione si ripete. Solite gambe legnose per la partenza a freddo, solite imprecazioni a chi, nella foga di superare, rischia di farmi cadere, solita attenzione a chi grida “destra”, “sinistra” e solito, gradito scambio di saluti con il mio omonimo del Team Tex. 
Scollino abbastanza velocemente, dopo aver superato un piccolo dislivello di 180 metri. Breve discesa verso Godiasco, su asfalto un po’ sconnesso, seguita da un tratto pianeggiante, che percorro con un gruppetto di ciclisti milanesi. Poi la strada riprende a salire dolcemente verso Ponte Nizza e Casa Ponte. Più che una salita, sembrerebbe, almeno inizialmente, un lungo falsopiano; in effetti in 10 km si supera un dislivello di soli 340 metri e la pendenza media è del 3,2%, ma, nell’ultimo tratto, s’inasprisce, toccando, in alcuni punti, il 10%. La strada è ampia e in buono stato, il ritmo di pedalata regolare. Lungo il cammino raccogliamo, prima, una ciclista vestita di rosa e, poco oltre, un’altra che indossa un calzoncino rosso. Quando, verso la fine, la salita comincia a farsi sentire nelle gambe, noi donne rallentiamo, mentre gli uomini continuano con lo stesso passo, allontanandosi. Le mie colleghe sono molto concentrate, pedalano a testa bassa, ognuna presa dalla propria prestazione e, all'apparenza, un po' affaticate. Perciò me ne sto nel mio brodo, tranquilla, guardando il paesaggio circostante e ascoltando la musica del mio lettore MP3. Poco prima di scollinare a S. Albano, m'imbatto in Marco, con la sua mountain bike e insieme procediamo verso Calghera. Qui le due ragazze si riprendono e si lanciano veloci nella discesa di Casamarchese. La strada è stretta e l’asfalto in cattivo stato. Scendo alla mia maniera e, curva dopo curva, perdo di vista le mie compagne. Nonostante tutto, quando arrivo sul tratto pianeggiante, ho raggiunto sia loro che altri ciclisti … mistero della fede. 
Costeggiamo il lago artificiale, formato dalla diga di Molato e, subito dopo, imbocchiamo la stradina a sinistra che, serpeggiando dolcemente tra dorati campi di grano, punteggiati da una miriade di tulipani rossi, conduce a Pometo. Questa salita è chiamata “piccolo Stelvio”, semplicemente perché sale tutta  a tornanti per 3,9 km, ma le pendenze non hanno niente a che vedere con quelle della mitica montagna valtellinese: infatti ha un dislivello di soli 200 m, una pendenza media del 5,1% e la massima del 9%. Le mie due colleghe sembrano gareggiare tra di loro e salgono con una certa grinta, prendendo subito le distanze da me. Io attacco bottone con un ciclista che avevo già visto in altre gare e osservo il panorama, per molti versi simile a quello delle Langhe in Piemonte: colline cosparse di vigneti a perdita d’occhio. 
Quando scollino, il ragazzo è rimasto un po’ indietro. Giro a destra e affronto un tratto di saliscendi molto bello, immerso nel verde, prima di scendere a Crocetta, Francia ed arrivare a Vallescuropasso. Intravedo non lontano i colori rosa e rosso con i quali identifico ormai le due cicliste che mi precedono e, quando imbocco la successiva salita al Passo Carmine dal versante di Rocca de’ Giorgi, sono di nuovo con loro. Questa salita di 6,9 km e 380 metri di dislivello è quella più impegnativa di tutto il percorso medio, con lunghi tratti al 10%, ma ciò che la rende più faticosa è il tipo di asfalto, molto grosso e “grezzo”, che crea un forte attrito con i copertoncini, rallentando maggiormente la velocità. Non riesco a stare seduta e poi ho paura di forare, perciò la faccio quasi tutta fuori sella, in compagnia della ragazza col calzoncino rosso, mentre quella di rosa vestita è qualche metro avanti, ma sempre in vista. 
Alla fine della salita c’è il ristoro. La “rossa” passa oltre, mentre io e la “rosa” ci fermiamo un attimo e poi ripartiamo. La strada continua un po’ in piano, per poi scendere a sinistra con ampie curve; spiana di nuovo, prima di risalire a S. Albano, dove supero la ragazza col calzoncino rosso, in preda ad un'evidente crisi. Poco più avanti raggiungo Bruno, che già sente aria di vacanza e procede solo soletto, con passo tranquillo, i pensieri ormai unicamente rivolti alle assolate spiagge ed agli infuocati tramonti di Tenerife che l'attendono l'indomani. Verrò poi a sapere che il gruppetto dei miei amici si disgregò strada facendo, con la Patty che, sbagliando strada, finì a Monte Penice, mentre Roberto, incantato dai dolci occhi della distributrice d’acqua, si prese un'infinita pausa al ristoro. Solo Pierino sa quanto gli sia costato trascinarlo via e convincerlo a ripartire. Saluto il mio presidente con allegria e continuo fino a S. Albano, dove inizia il lungo falsopiano in discesa, il medesimo percorso all’andata in senso inverso. E qui perdo la “rosa”, che, con un allungo, va ad agganciarsi ad un gruppetto che ci precede. Così mi ritrovo da sola, in mezzo al traffico domenicale, a pestare, con inaspettata energia, sui pedali.  
Ecco Ponte Nizza. Passo nel centro del paese, facendo attenzione al via vai di auto e pedoni. Giro a destra, ritorno su una tranquilla strada secondaria fino ad Osteria Nuova e affronto, con ritrovato slancio, l'ultima, bella salitella verso Pozzol Groppo. Scendo, quindi, a Godiasco, ripercorrendo a ritroso la salita iniziale e, superato Montealfeo, arrivo sul pavè di Salice Terme, passando a tutta velocità sotto il gonfiabile, con le mani ancora in presa bassa. A vedermi, sembra che abbia fatto chissà cosa, invece sono arrivata 552^ su 624. Vabbè, quel che conta, alla fine, è divertirsi.
Ma adesso bisogna risolvere il problema del camper. Grazie alla cassetta degli attrezzi recuperata sul furgone di Pierino, Marco riesce a togliere il vetro di una finestrella della mansarda, lasciata fortunatamente socchiusa, e a spingere all’interno uno smilzo ragazzino, assoldato sul posto, che, coraggiosamente, si presta all’operazione di recupero delle chiavi, togliendoci così dai pasticci. Attendiamo, quindi, l’arrivo di Bruno e, poi, ci avviamo verso il parco, dove è stato allestito il pasta party. Solo un piatto di pasta, ma abbondante, cotta al punto giusto e per tutti, oltre a frutta e vino a volontà. 

Una successiva sosta al bar diventa l’occasione per festeggiare la nascita del nipotino di Francesco e della Patty. Abilmente, la barista ci alletta con l’assaggio di salame nostrano, da annaffiare con un eccellente Pinot nero vinificato bianco dell'Oltrepo' Pavese, fresco e profumato. La neo nonnina recupera anche una golosa torta di mandorle, da lei preparata per celebrare il felice evento e tutti insieme brindiamo al piccolo nascituro, al quale diamo il benvenuto, augurandogli di cuore un futuro da campione come quello del nonno. 

32° Gavazzeni Riccardo – 2:51:52 – 5° cat.
66° Belotti Francesco – 2:55:36 – 2° cat.
552^ Emanuela Tintori – 04:02:15 – 14° cat. su 17 (29^ su 35 class. Femm.)  


sabato 12 maggio 2012

06/05/2012: GRAN FONDO ALPI (Sondrio – Lombardia) (90 km – 1100 m di dislivello) - 5^ prova valida per la Coppa Lombardia


                                                             
Dopo complesse trattative, riusciamo a strappare a Riccardo un orario più umano per la partenza. Sondrio dista 175 km; con la superstrada ci si arriva in circa due ore e la gara inizierà soltanto alle 9. Così alle 5 ci mettiamo in viaggio: Riccardo e Pierino sul furgone; io, Francesco e la Patty sulla Passat guidata dal nostro simpatico presidente, il quale, con grande positività, ignora la spia luminosa che, tutto ad un tratto, si accende sul cruscotto: “motore in avaria”. Nel cielo poche nuvole fanno ben sperare. Lungo il tragitto Bruno ci fa da Cicerone: ecco alla nostra destra la strada che sale a Valcava; quello che stiamo costeggiando è il lago di Garlate, primo troncone del lago di Como; più avanti, sull’altra sponda, il Ghisallo; là in fondo, a destra, sotto quel cielo tempestoso, la Valsassina e la strada per Culmine San Pietro; alla nostra sinistra i vigneti che producono vini di gran rilievo, quali Sassella, Inferno, Grumello, Prestigio e Sforzato. E’ proprio un pozzo di sapere il nostro presidente ed io non mi lascio sfuggire una parola; come una spugna, assorbo ogni informazione. Quanto vorrei anch'io dare un nome a tutto ciò che vedo! Man mano che risaliamo la Valtellina, però, notiamo che lo scenario attorno a noi non è dei più felici. Nuvole basse ricoprono i pendii delle montagne, il cielo è livido e gonfio di pioggia. All’uscita di una galleria uno scroscio violento e improvviso si abbatte sulla nostra vettura, facendoci sobbalzare. Ho la vaga idea che oggi non ce la passeremo molto bene. Anche la temperatura si è abbassata notevolmente. Il termometro del bar dove ci fermiamo per far colazione segna 7 gradi; questo tempo da lupi non è certo l’ideale per correre una Gran Fondo. Riccardo medita di non partire e vedo Francesco perplesso. Solo in questo momento vengo a sapere che il regolamento della Coppa Lombardia prevede, comunque, lo scarto del minor punteggio conseguito nelle gare del circuito e, quindi, i miei due compagni stanno valutando se effettivamente val la pena di buttarsi sotto la pioggia per una gara che poi, con molta probabilità, verrebbe scartata. 

Io come sempre casco dal pero. Sarà veramente questa la mia peggior corsa? Non che nelle altre io sia stata poi così brillante. Comunque, visto che di punteggi non ci capisco niente e che della classifica non me ne può fregar di meno, per me il problema non si pone. Nello sport come nella vita mi interessa soltanto portare a termine quello che ho iniziato e se le prove sono 7 io cerco di farle tutte e 7, con il bello od il cattivo tempo. Perciò, se l’organizzazione dice che la gara si può fare, io ci provo. Mi dispiacerebbe però lasciare cinque persone ad attendermi per ore solo perché io mi sono impuntata. Ad arginare ogni indecisione dei miei compagni, uno squarcio nel cielo cupo, un triangolo di luce. Inaspettato, uno sprazzo di sole irrompe dalle nuvole, creando un bellissimo arcobaleno; “l’occhio di Dio” scherza la Patty. E se è Dio che lo vuole … 
Ci prepariamo io, Francesco e Riccardo. Bruno e Pierino faranno il giro con l’”ammiraglia”, mentre la Patty attenderà i primi arrivati con le chiavi del furgone. Una mezz’oretta prima della partenza ci avviamo verso le griglie, pressoché deserte. In effetti, del migliaio di partecipanti previsti, risultano iscritti poco più di 700 ciclisti e ne partiranno soltanto 526, tra cui 20 donne, delle quali io devo essere quella con più primavere alle spalle. Di fianco a me Olga Cappiello, ex professionista, non più giovanissima neanche lei, ormai da anni dedita alle Gran Fondo e che si cimenta nei percorsi lunghi, arrivando quasi sempre prima tra le donne. Davvero forte. Oggi, invece, il percorso lungo è stato soppresso a causa dell’impraticabilità della strada che sale a Santa Cristina e tutti correremo il medio di 90 km e circa 1100 metri di dislivello. Nel giro di pochi minuti il cielo si ricompatta e ricomincia a piovere. Che beffa! Non manca molto alla partenza. Ecco Bruno; il suo passaggio è ormai diventato un gesto scaramantico. La colonna sonora di “Sogni di gloria” cattura la mia attenzione: farà da sottofondo al conto alla rovescia. Mi emoziono. Sono qui anch’io, piccola ciclista, in mezzo a tanti campioni. Aggancio il pedale destro: 3, 2, 1 … pronti via. Velocità controllata per 1 km e mezzo. E allora che senso ha partire a manetta? Come a Laigueglia, è tutto un andare e frenare, con la differenza che qui piove e l’asfalto è viscido. Alla prima inchiodata per poco non faccio un testacoda con la bici. Mi basta questo per lasciare andare avanti tutti, che poi non sono molti. Una voce dall'inconfondibile accento milanese precede l'arrivo di Hiroshi. “Dài, la facciamo insieme”, mi dice tranquillo. Ciò significa per me la morte certa. Ci pensa il fato, nella frazione di pochi secondi, a decidere per me, creando un mega ingorgo all'imbocco di una rotonda, nel quale perdo di vista il mio prode cavaliere, che sparisce tra la folla di ciclisti. Grazie, comunque, Hiroshi per le tue buone intenzioni. Com'era prevedibile, rimango sola. Ho davanti a me 24 km di statale, lunghi e in leggera pendenza, che affronto con l'incubo di forare. Domenica scorsa alla Gran Fondo delle Valli Bresciane, poco dopo l'arrivo, le gomme si erano afflosciate improvvisamente con un lungo sibilo e così pure martedì, mentre salivo ai Colli di S. Fermo. Ad ogni imperfezione dell'asfalto, sussulto; con le orecchie tese ascolto il rumore delle ruote. Basta! Devo scacciare il pensiero, non posso fare 90 km con quest'ansia addosso. 
Mi superano alcuni ciclisti. Approfitto dell'occasione e accellero per mettermi a ruota. Poco dopo, il ciclista alla testa del gruppetto cede il suo posto al secondo della fila, mettendosi in coda e così via, finchè, inesorabilmente, arriva anche il mio turno. Cosa faccio, mi defilo ignobilmente come sempre, confidando nella loro comprensione? Quantomeno ci devo provare, giusto per dimostrare la mia buona volontà. Il fatto che mi risuperi subito uno dei miei colleghi non lascia adito a dubbi sulla mediocrità del mio intervento. Mi sposto di lato per lasciar passare gli altri, ma mi accorgo che siamo rimasti solo in tre. Com'è possibile? Non sarà stato per colpa mia … Bravissimi i miei due colleghi; alternandosi regolarmente riescono a raggiungere Tirano in un tempo più che buono, considerato che la pioggia continua a cadere, incessante. Giriamo a sinistra e ci immettiamo su una strada secondaria. Uno dei due ragazzi va più spedito rispetto all'altro, che tende a staccarsi. Io rimango incollata come una sanguisuga a quello che avanza con più energia. Ogni tanto si gira; non capisco se gli dia fastidio la mia presenza oppure se controlli che io ci sia. Scusa, ma ho deciso che sarò la tua ombra. Però è carino, mi segnala le buche e i vari ostacoli sulla strada, segno che mi tollera. Una piccola risalita e poi una breve discesa. Mi sembra di scivolare sul burro. Chissà se saper pattinare mi sarà d'aiuto oggi ... Mi aspetto di venir superata dal gruppetto che, nel frattempo, ci aveva raggiunti e invece nulla. Anche il mio gregario rimane indietro. O sono eccessivamente prudenti loro o io sto osando un po' troppo. 

Ci reimmettiamo, quindi, su una strada trafficata e, dopo circa 8-9 km, giungiamo a Tresenda. Imbocchiamo, poi, il bivio a destra per Teglio, località nota per l'accademia del pizzochero e perchè, pare, abbia dato origine al nome di questa valle. 5 km (pendenza media 7%, max 9%, dislivello 350 metri) che scorrono veloci, chiacchierando con il mio giovane collega, il quale, però, ha un passo più rapido del mio e, quando scolliniamo, mi ha staccata di qualche decina di metri. Come promesso, ecco Bruno e Pierino ad attendermi e a fare il tifo per me sotto la pioggia; che carini! Ti aspettiamo al Triangia, grida Bruno, affiancandosi poco dopo con l’ammiraglia. Passo davanti al ristoro e procedo su un falsopiano, dove mi aggrego ad un gruppo di novatesi. Scendiamo, poi, tutti insieme dall'altro versante e tutti insieme affrontiamo i 22 km di mangia e bevi fino a Sondrio, passando per Ponte in Valtellina, Tresivio, Poggiridenti e Montagna, su una strada panoramica che corre alta sulla valle. Stiamo, infatti, ritornando verso la città, ma, poco prima di giungervi, giriamo a destra per salire a Ponchiera. Piano, piano, i miei compagni si allontanano e mi ritrovo a percorrere i successivi 3 km (pendenza media 9%, max 12%, dislivello 350 metri) in completa solitudine. La strada è stretta e abbastanza ripida; poi, dopo il paese, spiana, ma l'asfalto, per un breve tratto, presenta tante, piccole rosicchiature, che rendono un po' malagevole il passaggio in bici. Supero un ponte in pietra su un impetuoso torrente dalle acque torbide e marroni a causa della terra trascinata durante la sua corsa e, subito dopo, un altro ancora, che attraversa un corso d’acqua più piccolo. Pedalo in mezzo al verde, il canto degli uccellini a farmi compagnia. Che pace e che meraviglia, nonostante il maltempo! Ancora 4-5 km di discesa fino a Mossini e poi, all'improvviso, uno strappo a destra da far paura. Leggo sul cartello: Triangia, 5 km, pendenza media 7,4%, max 9%, dislivello 350 m. Un posto molto bello, tranquillo. Mi accorgo adesso che ha smesso di piovere. A metà strada, però, mi sembra di fare una fatica sproporzionata rispetto alla difficoltà della salita che sto affrontando. Mi affianca un'auto. Un signore mi chiede se voglio riposare. Lì per lì non capisco, ma poi realizzo cosa intende: se con una mano mi aggrappassi al finestrino aperto, potrebbe “darmi un passaggio”. A me??? Non se ne parla nemmeno!!! A costo di arrivare in cima con la lingua per terra. E’ mezzogiorno quando scollino; le campane del paese suonano a festa. Non vedo nè Bruno nè Pierino. Strano, Bruno è uno che mantiene la parola data. Forse che da qualche parte hanno organizzato un ristoro con degustazione di vini e pizzoccheri? Mi guardo in giro, ma non vedo nulla del genere. Mi rammento dell'ambulanza incrociata fra Teglio e Sondrio che correva a sirene spiegate. Non sarà successo qualcosa ai miei compagni ... Ma che vado a pensare! Magari l’ammiraglia sarà in panne da qualche parte. Inizio la discesa, ma m’imbatto all'improvviso in nuvole basse che limitano la visibilità a poco più di 20 metri. Non vedo i tornanti, non vedo niente. Fa freddo e la bici va un po' dove vuole lei. Rallento sensibilmente, finchè, scendendo di quota, la nebbia si dirada. Passo attraverso piccoli, splendidi borghi antichi, dalle strade anguste, fiancheggiate da case in pietra, tipiche della Valtellina e finalmente li vedo, i miei angeli custodi, in piedi e al freddo, ad attendermi con lo scatto pronto. Tiro un sospiro di sollievo. Non è successo niente di quel che immaginavo, per fortuna. Semplicemente ogni accesso a Triangia era sorvegliato dai volontari ed interdetto al traffico motorizzato. Rido nel vedere Bruno venirmi incontro, a passo da bersagliere, con la macchina fotografica. Mi chiede se va tutto bene. A dir la verità mi sento come se m'avesse investito un autotreno, ma, convinta, di arrivare a Sondrio in discesa, rifiuto la barretta che mi offre e che potrebbe ridarmi un po’ di energia. 

Poco dopo la strada spiana e diventa un po' sconnessa. Guado un'immensa pozzanghera che occupa l'intera sede stradale, supero Castione, Andevenno, Postalesio, Berbenno e attraverso il grande ponte sull'Adda. Sono stanca e sola ormai da parecchio tempo. Mancano una dozzina di chilometri a Sondrio e non sono certo in discesa, come stupidamente avevo pensato. Il vento contrario, seppur non fortissimo, a questo punto mi sembra la Bora che soffia a Trieste. Ma ecco la manna dal cielo, che si manifesta sotto forma di un ciclista di Iseo. Mi offre gentilmente le sue ruote. Anche lui, mi dice, non si è mai sentito così stanco. Mi metto al riparo delle sue possenti spalle, finchè non ci imbattiamo in due ciclisti del posto, che prontamente si piazzano davanti a noi. "Se non vi offendete vi diamo una mano". Figurati se mi offendo! Ecco il cartello dei 10 km e poi quello dei 5. L’ingresso in città. Sono così stravolta che a fatica riconosco la Patty, che mi sta aspettando all’arrivo con le chiavi del furgone. Poveretta, chissà da quanto tempo è lì per me … Spero almeno di averla ringraziata. 

Saluto e mando un bacio ai due valtellinesi che ci hanno scortati. Devo dire che, se nella vita di tutti i giorni m’imbatto spesso nell’indifferenza e nella freddezza del genere umano, ciò non avviene, salvo rare eccezioni, nell’ambiente ciclistico ed è anche per questo che amo questo sport.
Ma non finisce qui. Sulla strada di casa, durante una sosta al bar, si apre il sipario ed ha inizio lo spettacolo. Bruno telefona a Roberto, oggi in tutt’altre faccende affaccendato, per comunicargli il suo 5° posto di categoria. La vittima della burla, poco convinta, si affretta a chiamare Pierino per una conferma, il quale, con dovizia di particolari, inizia ad imbastire un racconto molto colorito sulla gara e, rincarando la dose, si assegna pure lui un 3° posto in classifica. Certo che la fantasia non gli manca proprio! Mi metto nei panni del nostro adorabile capitano e immagino la sua espressione sbalordita all’altro capo del filo. Forse sta rimpiangendo di non essere venuto con noi oggi; se Bruno è arrivato 5°, lui, avrebbe potuto ambire sicuramente al primo posto. Si starà rodendo il fegato per questo ed io vorrei che qualcuno alla fine gli dicesse: “Sorridi, sei su scherzi a parte!!!”. Invece quelle simpatiche canaglie glielo lasciano credere … ma fino a quando, povero Roberto?

In conclusione:
77° Gavazzeni Riccardo – 2:42:19 – 5° cat.
147° Belotti Francesco – 2:47:44 – 5° cat.
510^ Tintori Emanuela – 4:01:20 – 8^ cat.




giovedì 3 maggio 2012

29/04/2012: GRAN FONDO VALLI BRESCIANE (Brescia - Lombardia) (108 km - 1393 metri di dislivello)

Il cielo plumbleo, stamattina, è un’amara sorpresa. Le previsioni meteo, per oggi, davano nuvole e un po’ di pioggia soltanto tra le 14 e le 15. Chissà se il tempo terrà veramente fino a quell’ora! Francesco mi dice che a Milano sta già piovendo; infatti, guardando verso ovest, il cielo è quello tipico dei temporali primaverili, scuro e minaccioso. Ecco, il temporale mi mancava proprio! Come di consueto, ci ritroviamo da Riccardo, per poi partire tutti insieme alla volta di Brescia, dove, alle 9,15, avrà luogo la Gran Fondo delle Valli Bresciane, 5^ prova valida per il circuito del Giro delle Regioni e 4^ per quello della Coppa Lombardia. 
Dalla Valcamonica, attraverso il Passo Tre Termini, si accederà alla Val Trompia; da lì, passando per Lodrino, raggiungeremo la Val Sabbia e, dopo aver affrontato le salite di Preseglie e del Colle S. Eusebio, approderemo di nuovo a Brescia, per un anello di 108 km e 1393 metri di dislivello. Il percorso è molto bello, si pedalerà in mezzo al verde e le salite non presentano alcuna seria difficoltà. Avevo fatto un giro di ricognizione mercoledì scorso, 25 aprile, ma quel giorno splendeva il sole ed avevo potuto cogliere i colori della primavera in tutto il loro splendore. Oggi sarà completamente diverso. Alla gara partecipiamo soltanto io, Francesco, Riccardo, Mirko e Roberto. Bruno, nonostante due antidolorifici, ha ancora male alla schiena e non si fida a salire in bici. Sostiene, il nostro caro presidente, che, se la schiena gli si bloccasse, soltanto un argano a motore riuscirebbe a smontarlo dalla sella. Così, ha deciso di seguirci con l’”ammiraglia”, mettendosi a nostra completa disposizione e lo farà con grande impegno e solerzia. Con noi anche Pierino e Vincenzo, che ci precederanno fuori gara. Il nostro viaggio è veloce: Brescia dista soltanto 30 km da Grumello. Nell’immenso parcheggio del Centro S. Filippo c’è posto per tutti. Come al solito, le operazioni di preparazione avvengono in un clima disteso e brioso. Roberto, poi, questa mattina è pimpante e carico più che mai. Appoggio due dita al suo braccio a mo’ di spina nella presa della corrente, perché mi trasmetta un po’ della sua energia e poi ci avviamo verso le nostre griglie. Anche in questa occasione sono più o meno in pole position, insieme a Riccardo e Francesco. Non so con che criterio avvenga l'assegnazione dei pettorali, ma, oggi, parto addirittura con il n. 81. Puntualmente, Bruno passa per assicurarsi che i suoi figliocci siano tutti ben sistemati ai loro posti; è un modo per darci la sua benedizione. Il tempo all’interno delle griglie trascorre sempre troppo lentamente. Gli ultimi minuti, però mi piacciono da matti. Musica a manetta, adrenalina che schizza da tutti i pori, conto alla rovescia, 3 … 2 …1… Pronti via! Si parte subito a razzo. Curva secca a sinistra, un’altra a destra. Qualcuno urla. Evito per un pelo una ragazza caduta in mezzo alla strada. Mamma mia! Ok, concentrazione! Ci sono un’infinità di rotonde e spartitraffico nei 30 km di quasi pianura da qui ad Iseo; non devo distrarmi. Una mano si appoggia delicatamente sulla mia spalla destra e mi fa uscire dallo stato di trance. Che bello il sorriso di Marcello! E’ un toccasana per il mio umore, che stava andando di pari passo con il grigiore del tempo. Lo saluto con entusiasmo mentre si allontana lesto. Sorrido a mia volta ad una ragazza che mi sta superando. Mi fa cenno di seguirla. E’ molto robusta, ma viaggia sorprendentemente veloce. Mi dispiace, non ce la faccio. Le dico di non preoccuparsi per me, ma lei continua a girarsi, mi aspetta. Non è giusto, lei deve fare la sua gara. Quando, però, si rende conto che sono un caso disperato, per fortuna se ne va con il resto della ciurma. 
Arrivo ad Ome. Comincio a riconoscere i luoghi e finalmente trovo un gruppetto che fa al caso mio. Mi tranquillizzo; questi non li perdo di sicuro e non rimarrò sola a metà strada come temevo. Incredibile, però, come i chilometri scorrano rapidi sotto le nostre ruote; gli ultimi dieci, poi, ce li mangiamo in un soffio. Ad Iseo, poco prima del passaggio a livello, un’altra ragazza a terra, ma questo è un “incidente annunciato”. Ero convinta che il Comune avrebbe chiuso quei profondi crateri almeno nell’imminenza della gara e, invece, sono ancora lì e da tempo immemorabile. Io ci ravviserei un bel reato di  tentato omicidio o, meglio, di tentata strage. Ma bisogna proprio attendere che ci scappi il morto per provvedervi? Ci vuole così tanto a riempire le buche con del catrame? Per non parlare del tratto di strada all’ingresso del paese, con quegli orribili rattoppi dei rattoppi. Una vera vergogna per un rinomato centro turistico! Arriva l’ambulanza a sirene spiegate. Mi viene la pelle d’oca. Spero che alla malcapitata non sia successo niente di grave. Qualche imprecazione nell’aggirare la nuova, mini rotondina e, al semaforo, giro a destra. Inizia qui la salita al Passo Tre Termini, meglio conosciuto come "Polaveno": 8 km dolci, una pendenza media del 5,7% e 500 metri di dislivello. Decido di farla quasi tutta fuori sella; mi costa meno fatica che pedalare seduta. Raggiungo la ragazza robusta, che in salita sta pagando un po’ l’eccesso di peso, ma è ammirevole la sua volontà. La saluto, vorrei fare qualcosa per aiutarla, ma è lei che mi incita ancora: “Vai che sei grande!”. Mi consola il fatto che Mirko le stia facendo compagnia. Questa volta non lo richiamo all’ordine, va bene così.
Ad un tratto una voce alle mie spalle: “Hai visto come vai forte oggi?”. Guardo stralunata Marcello, quasi avessi visto un fantasma. “Ma che ci fai qui?” gli chiedo. “Ho forato!”. Accidenti, come mi dispiace! Si era preparato così bene per questa gara … Ma, a questo punto, ha perso i treni più veloci e recuperarli sarà dura. Si alza sui pedali e sparisce in un amen. Che tipo Marcello! E che autocontrollo! Un altro al suo posto sarebbe nero di rabbia, mentre lui ha ancora voglia di fare lo spiritoso. Una personalità da leader. E’ giovane, ma è sempre stato molto più maturo della sua età. Marcello può fare grandi cose nella vita, perché è intelligente e la sua sensibilità gli attira il bene delle persone. Sono così immersa nei miei pensieri che mi accorgo all’ultimo minuto di Luis che sta scendendo dall’altra parte della carreggiata con Ezio. Negli ultimi tempi il troppo lavoro non gli ha permesso di allenarsi e non se l’è sentita, oggi, di gareggiare, ma, conoscendolo, non credo che la cosa gli dispiaccia più di tanto; e poi, in questo momento, al centro della sua vita c’è la sua splendida bimba, Estel, che lo gratifica più di ogni altra cosa al mondo.
Scollino praticamente da sola e scendo subito verso Ponte Zanano. Cavoli, sta iniziando a piovigginare! L’asfalto potrebbe diventare scivoloso; devo stare attenta. A metà discesa mi supera Mirko e, poco dopo, altri ciclisti. Mi ricordo della necessità di aggrapparmi a qualcuno per risalire più agevolmente la Val Trompia fino a Brozzo, dove c’è il bivio per Lodrino. Perciò, metto da parte ogni cautela e vado all’inseguimento delle mie lepri. Ne trovo una di verde vestita, che corre spedita, forse un po’ troppo per me, ma ci provo e poi il verde di solito mi porta bene. Sorpassiamo di gran carriera alcuni colleghi, tra cui Mirko. La strada è in leggera salita, ma stringo i denti. Preferisco tener duro piuttosto che dovermi sciroppare questi 7,5 km da sola. Al bivio per Lodrino mollo la presa; voglio salire con il mio passo i successivi 5 km e mezzo, dalla pendenza media del 5,1% e dal dislivello di 288 metri. Nel frattempo mi raggiunge Mirko. Saliamo un po’ insieme, ma il mio compare odia le salite quanto io odio i falsopiani e, piano piano, rimane indietro, ma vedo che è in buona compagnia. Sarò io una pensamale o è una combinazione che Mirko si stacchi sempre quando nei paraggi c’è una donzella? Vabbè, non sono affari miei. Mi affianca un ciclista un po’ su d’età; parla uno strano dialetto, però è simpatico. Mentre chiacchieriamo, sento qualcuno fare il mio nome. Mi giro appena in tempo per scorgere Massimo, Paolo e Antonella. Quanti incontri! Beh, è normale: oggi sto giocando quasi in casa. Quando scollino, trovo Bruno ad attendermi con il K-way che gli avevo consegnato alla partenza, ma per ora la pioggerellina non mi dà problemi, perciò decido di lasciarglielo. Mi chiede gentilmente se ho bisogno di qualcosa, facendomi un elenco dettagliato di tutto ciò che offre il ristoro. Gli rispondo che sto bene così. Lo ringrazio e passo oltre. Ma dove lo troviamo un altro presidente tanto premuroso? La strada corre per un tratto in quota, prima di scendere verso Nozza e la Val Sabbia. Nel giro di pochi minuti la pioggerellina si trasforma in pioggia torrenziale. Mi pento di non aver preso con me la mantellina, ma ormai è tardi per rimediare. L'acqua batte inclemente su braccia, schiena e gambe, appiccicando gli abiti alla pelle; s'infila fastidiosamente nelle scarpette e inzuppa i calzini. 
Comincio ad avere freddo e a sentire un certo disagio. La discesa è lunghissima, interminabile. Mi maledico per la mia imbecillità. Poco prima del bivio per Barghe, mi supera una ragazza, che mi esorta a seguirla; era tra le prime quattro, ma ha forato pure lei. E' davvero carina: si gira più volte per vedere se riesco a starle a ruota, vorrebbe aiutarmi. Purtroppo, nonostante io spinga come una forsennata sui pedali, proprio non ce la faccio: è troppo veloce. Credo sia più dispiaciuta lei di me, ma questa è una gara ed è giusto che ognuno pensi per sé. La lascio andare. Mi basta il suo gesto a rincuorarmi e continuo tranquilla da sola. Mi riacchiappa il simpatico ciclista, che si era fermato al ristoro di Lodrino, e procediamo insieme fino al bivio per Preseglie. Poi, quando la strada inizia a salire, io innesto la ridotta da carro funebre e perdo terreno. Il pover’uomo si gira più volte, ma anche lui sta facendo la sua gara e, piano piano, si allontana. La pioggia, adesso, è diminuita d’intensità. Passa Bruno in auto e rallenta per dirmi che mi aspetterà al Colle S. Eusebio. Scollino dopo 2,4 km di salita ad una pendenza media del 4%. Supero il piccolo paese e scendo dall’altro versante fino ad una rotonda. Giro a destra, imboccando una strada larga e trafficata. Poi, finalmente, salgo verso Odolo ed il Colle S. Eusebio, dove mi aspettano 7,4 km di salita alla pendenza media del 3,2%, con un dislivello di 258 metri. Mi supera il primo del percorso lungo, preceduto da due moto della scorta. E’ magro da far paura e sale agilissimo, apparentemente senza alcuno sforzo. Mi riferirà più tardi Bruno, mentre assistiamo alle premiazioni, che molti dei ragazzi premiati oggi sono ex professionisti, come pure la prima donna del lungo, che scoprirò, in seguito, essere stata sospesa dalle gare per due anni, in un passato non molto lontano, perché trovata positiva all’antidoping. Diceva proprio un'istante fa il mio anziano collega: "meglio ultimi, ma puliti". Poco prima di scollinare, vengo raggiunta da una ragazza; ha la bellezza di due gregari, eppure non riesce a superarmi. Ed io non sono certo una saetta. Scambio due parole con i suoi ragazzi, ma lei mi snobba sdegnosamente. 
Saluto Bruno, fermo a bordo strada. Grida che dopo la curva è finita. Mi lancio, quindi, nella discesa e stavolta il verbo è appropriato. Credo di non essere mai scesa così bene in vita mia. Affronto le curve quasi come i ciclisti veri, con i gomiti che sfiorano le ginocchia. L’asfalto è bagnato, ma sono molto concentrata, mi sento sicura. Arrivo a Nave dopo 10 km. Prendo di petto lo strappetto nel centro del paese, giro a sinistra e, poi, giù di nuovo. Mancano altri 10 km all'arrivo. Quando la strada diventa pianeggiante, mi superano i due gregari e la ragazza. Mi metto a ruota, ma, ad ogni rotonda, lei rimane indietro ed io, pur senza intenzione, non posso fare a meno di usurparle il posto, che, poi, le ricedo. Cerco di scherzare, di fare delle battute su quelle maledette rotonde, ma lei niente, mi ignora, se ne sta sulle sue. Siamo ormai in città. Una curva a destra, un cavalcavia, un lungo tratto sulla superstrada a 48 km/h. Un’altra curva a destra ed ecco in fondo al rettilineo il gonfiabile dell’arrivo. Uno dei gregari si sposta, mi lascia il suo posto. Che occasione! Prendo a raccolta tutte le mie residue energie e, con impeto gioioso, passo in volata davanti alla mia rivale. Se solo mi avesse fatto un accenno di sorriso, me ne sarei stata buona, buona alle sue spalle e, invece, il suo comportamento ha suscitato in me un irresistibile bisogno di darle una lezione. 
Mi cambio e mi precipito al pasta party. Marcello mi aveva avvertita: “Chi di noi arriva prima, si sbafa tutto quello che c’è”. Devo fermarlo prima che ponga in atto il suo proposito. Non posso permettere che riacquisti di nuovo quegli 8-9 kg persi con tanta fatica. E, comunque, ho una fame da lupi! Invece, lo trovo ancora in perfetta linea e, per fortuna, ha lasciato un po’ di pasta anche per noi. Dio sia lodato! 
Al ritorno, la sosta in Autogrill per un caffè è soltanto una scusa per un'ulteriore merenda. Oggi dobbiamo ringraziare la moglie di Vincenzo per l'ottima torta di mele e Bruno per le sue pregiate bottiglie di Bonarda e di Pinot Bianco dei Colli Piacentini. Questo è il momento più bello della giornata. Guardo i miei compagni prendersi in giro scherzosamente e scambiarsi battute degne di artisti di cabaret. Le simpatiche bagarre tra Bruno e Roberto, poi, mi ricordano tanto quelle di Don Camillo e Peppone … due eterni avversari, ma, in fondo, grandi amici. 
Roberto, il nostro addetto al taglio

E questi i numeri
(totale arrivati nel corto 1151; 402 nel lungo):
    62° Gavazzeni Riccardo – 3° cat. - 2:56:26
  119° Belotti Francesco – 3° cat. - 3:02:07
  914° Seghezzi Roberto – 59° cat. - 3:51:26
1051^ Tintori Emanuela – 34^ su 45 cat. - 4:13:57 
1078° Paris Mirko – 204° cat. - 4:20:19