Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso. (Luis Sepulveda)

venerdì 13 gennaio 2012

31/07/2011: Col de la Bonette da Jausiers (2802 metri alt.) (1° giorno: alta Provenza in bici e camper - Francia)

(Jausier – Col de la Bonette – Jausier)
(km 23 di salita – 1515 metri di dislivello – in bici da corsa)

Aspettavo con impazienza questa settimana di vacanza in bici e camper nell’Alta Provenza. Marco ed io, infatti, percorreremo qualche breve tratto della Route des Grandes Alpes, “il più affascinante itinerario montano per ciclisti e motociclisti” che si snoda su 684 km e 17 passi, dal Lago di Lemano, nei pressi di Ginevra, a Menton.

Attraverso il Colle della Maddalena, sabato sera raggiungiamo Jausiers (1.213 metri di alt.), nella valle dell'Ubaye, in territorio francese, e parcheggiamo il camper nell’apposita area, gratuita, ma priva di corrente (GPS: N44.421470, E006.737288). Nei pressi, per il carico e lo scarico dell’acqua, c’è un’attrezzatura che funziona soltanto con la carta di credito. Il villaggio è veramente piccolo e tranquillo; in due passi lo visitiamo tutto, ragion per cui ne approfittiamo per andare a nanna presto ed essere pronti l’indomani a scalare il leggendario Colle della Bonette, salita storica del Tour de France, di 23 km e 2802 metri di quota. Questo colle è situato all'interno del Parco Nazionale del Mercantour, al confine tra i dipartimenti di Alpes-Maritimes e Alpes de Haute Provence. Così, domenica mattina, dopo aver riempito gli zainetti con cibarie varie, agganciamo i pedali delle nostre bici ed imbocchiamo la “plus haute route d’Europe”, come indica il cartello stradale all’inizio della salita. Per la verità non è proprio così, ma fingiamo di crederci. Attraversato il ponte sul fiume Ubaye, la strada sale dolcemente tra piccoli borghi e vecchie cascine. Da subito veniamo assaliti da un nugulo inviperito di mosche. Ci circondano dalla testa ai piedi e si depositano a grappoli sui nostri corpi. Ho i guantini letteralmente ricoperti di mosche. Non c’è verso di allontanarle. Inutile agitare le mani per scacciarle; dopo qualche secondo le maledette ritornano disciplinatamente ai loro posti. Che tormento pedalare così! Marco sostiene che, una volta saliti di quota, le mosche ci abbandoneranno, ma dovremo pedalare ancora una decina di chilometri prima di liberarcene. Per fortuna la pendenza all’inizio è blanda, intorno al 6-7%. 
Mi distraggo osservando ciò che mi sta intorno: i prati stranamente senza fiori, i cippi a bordo strada che indicano i chilometri percorsi, quelli rimanenti e la pendenza media del chilometro successivo. Beh, devo dire che la prima impressione non è entusiasmante: il paesaggio è abbastanza scialbo e desolato, per nulla paragonabile alla vivace bellezza dei passi dolomitici, ma ogni montagna ha un proprio fascino e unicità, come le persone, basta saperli cogliere. Tornante dopo tornante, saliamo di quota. Al settimo chilometro siamo già a 1700 metri di altitudine. E' tutto molto tranquillo; l'unico suono è quello dell'acqua che scorre nei torrenti. 
Superiamo una baita e, dopo un breve tratto in discesa, ritorniamo a salire, ma in modo più deciso. Infatti le pendenze adesso si innalzano all'8-9%, con punte al 12%. Il paesaggio diventa sempre più brullo, con pietre e massi disseminati sul pendio della montagna, mentre, a ricordarmi che stiamo pedalando ad una quota significativa, ci pensano i fischi delle marmotte. Il cielo nel frattempo si è annuvolato e l’aria è diventata più fresca. Qualche moto a farci compagnia, poche auto e pochi ciclisti. A quota 2000 metri siamo circa a metà salita. Mancano ancora 11 km al Colle e 800 metri di dislivello. Un pianoro, un'altra baita ed altri tornanti. Risaliamo un costone roccioso ed ecco, al sedicesimo chilometro, un piccolo lago, alimentato dai ruscelli che scorrono lungo i pendii della montagna. Dopo un chilometro pianeggiante, la strada si dirige con decisione verso sinistra.
Qui iniziano gli ultimi chilometri più impegnativi al 10-11%. Superiamo alcune fortificazioni militari e, al ventesimo chilometro, ci troviamo nei pressi del Col de Restefond a 2.656 metri di quota. Siamo quasi vicini alla nostra meta e adesso l’ambiente circostante, nella sua selvaggia solitudine, è di una bellezza sconcertante. I due chilometri che ci separano dal colle sono facilmente pedalabili, vista la dolce pendenza. In breve valichiamo anche il colle geografico della Bonette (da non confondere con la vetta), a 2715 metri di quota e ci troviamo all’incrocio con la strada che conduce a Nizza, come indica il cartello segnaletico. Per raggiungere quota 2802, però, dobbiamo continuare dritto e aggirare la cima della Bonette, una piramide rocciosa dall’aspetto cupo, lungo la nuova strada che i francesi hanno tracciato in epoca recente, facendola così diventare la più alta d'Europa. E’ un tratto di circa un chilometro piuttosto ripido. Gli ultimi, aspri tornanti e anche questa è conquistata, con grande fatica, ma altrimenti che soddisfazione sarebbe? 
L’aria è gelida e non c’è alcun rifugio o costruzione in cui poterci riparare; solo una stele rocciosa con una targa nera che, oltre ad indicare la quota di 2802 metri, racconta la storia di questa strada, costruita, per volere di Napoleone, al fine di collegare Nizza a Briançon attraverso i colli Bonette, Vars e Izoard. Dall’altra parte della carreggiata, un irto sentiero consente di raggiungere, dopo un'arrampicata di 10 minuti a piedi, un belvedere posto a 2860 metri di quota, dal quale si può godere di uno spettacolare panorama a 360° e dove una table d'orientation permette di individuare le alte vette che si stagliano all’orizzonte.
A questo punto non c'è altro da fare che ritornare a Jausiers attraverso la medesima strada. Mentre planiamo verso il fondovalle, con calma e ormai senza più il fardello della fatica, possiamo osservare meglio il paesaggio che, in discesa, offre scorci più ampi e lontani. E già penso alla salita che ci aspetta domani: il Colle della Cayolle. 

mercoledì 4 gennaio 2012

24/07/2011: Colle delle Finestre + Tour dell’Assietta (Piemonte) -(53 km – 2200 metri dislivello in mountain bike)

(Susa – Colle delle Finestre – Cima Ciantiplagna – Frais – Chiomonte – Susa)

Apro gli occhi e ... tendo le orecchie. Tutto tace ed è un buon segno. Forse non siamo venuti a Susa per niente. Ieri sera, improvvisamente, dopo il Palio storico dei borghi si era levato un vento fortissimo, di quelli che fan piegare paurosamente le fronde degli alberi, e aveva continuato a soffiare con furia durante la notte. Impossibile pensare di salire in mountain bike al Colle delle Finestre e fare il giro dell’Assietta con quelle condizioni. Ma stamattina, grazie al cielo, è tornata la calma, o quasi; che bellezza, non tornerò a casa con le pive nel sacco! Scarichiamo le bici dal camper, parcheggiato per l'occasione dietro la tranquilla stazioncina ferroviaria di Susa, in un'area di sosta gratuita, dotata di pozzetto ed energia elettrica. Con grande entusiasmo e curiosità partiamo verso la nostra nuova avventura. La strada che sale al Colle delle Finestre, per chi proviene da Torino (uscita autostrada Susa Est), si trova sulla sponda sinistra della Dora Riparia. Pertanto, trovandoci noi sulla Statale 25, che corre sull’argine destro del fiume, dobbiamo attraversare quest’ultimo sul ponte e portarci sulla Statale 24, seguendo le indicazioni per Meana, Frais, Colle delle Finestre. Raggiungiamo velocemente il bivio e imbocchiamo la strada a destra che s'inerpica tra le case di Meana con pendenze che, così a freddo, tagliano da subito le gambe. All'altezza del ponte della ferrovia, una rampa al 14% mi manda in leggero affanno. Per fortuna, dopo Meana la pendenza si attenua un po' e si stabilizza, mantenendosi tra il 9 ed il 10%. Lasciamo alle nostre spalle le case e gli orti del piccolo borgo e saliamo immersi in uno splendido e fitto bosco di castagni, mentre la strada comincia ad avvitarsi attorno alla montagna in una serie incredibile di tornanti, che si susseguono, uno dopo l’altro, in maniera serrata (28 in circa 3 km). Le gambe mi fanno un po' male, forse perché mi alleno poco con la mountain bike, che, tra l’altro, pesa quasi il doppio di quella da corsa ed ha i copertoni che aderiscono all’asfalto come una ventosa. Ho scelto le ruote grasse per affrontare questa salita, perchè gli ultimi 9 km non sono asfaltati ed inoltre la nostra intenzione è quella di proseguire oltre il Colle e fare un giro sulla dorsale dell'Assietta. Così le gambe fanno quello che possono ed io, per distogliere il pensiero dalla fatica, mi concentro sul paesaggio, che certo non lascia indifferenti. Ci troviamo nel Parco Osiera-Rocciavrè. Il cielo è limpido e azzurro, l'aria fresca e non tira vento, per ora. Speriamo si mantenga così per il resto della giornata. Dopo circa 10 km finisce l’asfalto e inizia lo sterrato o, meglio, la cosiddetta strada bianca, larga e dal fondo abbastanza compatto. In ogni caso, io non me la sarei proprio sentita di percorrerla con la bici da corsa, come fanno i corridori del Giro d’Italia o alcuni ciclisti amatoriali. Prima del Giro la strada era stata “pulita”, ma ora in molti punti è ricoperta da un’infinità di sassolini e il rischio di forare o di perdere l’equilibrio è reale. Usciamo dal bosco e, a questo punto, il paesaggio cambia completamente: la strada adesso sale serpeggiando in mezzo a vaste distese erbose. La scelta del rapporto medio davanti risulta azzeccata, soprattutto dopo aver superato due bikers che, avendo invece optato per il rampichino, danno l’impressione di fare una fatica immensa con i rapporti troppo agili. Salendo con regolarità i muscoli si scaldano e le gambe cominciano a girare bene, tanto che ricevo i complimenti da un ciclista che sale con la bici da corsa. Mi chiedo come abbia fatto costui a percorrere gli ultimi, stretti tornanti prima del colle, dove la carreggiata è piuttosto sconnessa, anche a causa dei fuoristrada che faticano a salire e smuovono la terra con le ruote, creando solchi e avvallamenti pericolosi per i ciclisti. Una volta scollinati, lo spettacolo  che si presenta davanti ai nostri occhi è veramente grandioso: da qui si dominano le valli sottostanti e le vette alpine che le incoronano. C’è un bel po’ di folla: del resto è una domenica soleggiata di luglio e i gitanti possono salire comodamente in auto o moto anche da Sestrière e da Fenestrelle, attraverso una buona strada asfaltata. Infatti il valico collega la Val di Susa con quella del Chisone. Faccio qualche coccola ad un dolcissimo pastore tedesco e poi, dopo aver chiesto informazioni, ripartiamo verso l’Assietta.

Scendiamo circa 250 metri lungo la strada asfaltata del versante opposto ed imbocchiamo un largo sentiero che sale alla sua destra in modo deciso verso il Colle della Vecchia. Qui il rampichino lo uso anch’io: il fondo è di quelli che ti impediscono di distogliere gli occhi dalle ruote e la concentrazione è al massimo: una minima distrazione e si rotola a valle. Ogni tanto ci fermiamo per goderci il panorama. Sarebbe da stupidi pedalare in un posto tanto meraviglioso senza ammirare il paesaggio circostante e così ne approfittiamo anche per fare qualche fotografia. La Strada dell'Assietta è di origine militare e si snoda, per oltre 30 km, quasi interamente sopra i 2000 metri di quota Salvo alcuni giorni ed orari, in cui vige il divieto, è aperta anche ai motociclisti, ma presumo che soltanto le moto da enduro o da cross possano percorrerla.

Lungo il tragitto notiamo le fettucce rosse del passaggio di una Gran Fondo. Spero in cuor mio che i corridori abbiano fatto il giro nel nostro senso di marcia e che ci abbiano preceduti, perché, in caso contrario, per me sarebbe una tragedia. Scopriremo più tardi che, proprio questa mattina, si è corsa la 24^ edizione del Tour dell'Assietta (82 km per la Marathon e 57 km per la Gran Fondo), con professionisti del calibro di Deho, Tiberi, Mirko Celestino, Sandra Klomp e la bellezza di 1200 partecipanti. L’abbiamo scampata bella! Strano, però, avevo creduto che il giro dell’Assietta si sarebbe svolto tutto in quota e, quindi, visto che al Colle delle Finestre ci trovavamo già a 2176 metri di altitudine, mi aspettavo di pedalare, se non in piano, almeno in leggera pendenza. Invece, qui si continua a salire senza tregua e il sentiero tira da matti. Purtroppo il mio Garmin si è scaricato ed il contachilometri del mio compagno d’avventura è rimasto a casa. Inoltre, entrambi non portiamo l’orologio.

Così non abbiamo nulla che possa indicarci la pendenza, la distanza e l’ora; però mi sembra che sia trascorso un tempo interminabile da quando abbiamo lasciato il Colle delle Finestre. Finalmente arriviamo ad un fortino e ne approfittiamo per mangiare un boccone ed indossare il k-way, non perché inizi la discesa, ma perché quassù c’è un aria così gelida che fa venire la pelle d’oca anche in salita. Il panorama è eccezionale: si vede all’orizzonte il lago del Moncenisio, il Rocciamelone e tutta una serie di catene montuose. Risaliamo in sella, convinti che ormai manchi poco alla Testa dell’Assietta. Stiamo salendo da una vita e non è possibile che si debba continuare ancora per molto. Pedalo con passo stanco per un tempo infinito e la pendenza non accenna a diminuire, anzi. Anche Marco, che è abbastanza allenato ed ha la forza di un mulo, inizia a manifestare segni di insofferenza e dubbi sull’esattezza del tracciato che stiamo percorrendo.

Purtroppo non c’è anima viva a cui chiedere informazioni, ma, a questo punto, mi sembra insensato tornare indietro. Vedo il mio compare in preda ad una leggera apprensione. Non voglio farmi contagiare dalla sua ansia; non mi sento in pericolo e la paura, si sa, è una brutta compagnia. La mia unica preoccupazione è che il meteo non cambi repentinamente; per il resto ci rimangono ancora diverse ore di luce e prima o poi incontreremo una strada che scende, altrimenti, di questo passo, stavolta, finiamo davvero in paradiso. Così rimuginando, procedo a fatica in mezzo alle rocce, con il vento che comincia a soffiare a raffiche, l’aria gelidissima che fa lacrimare gli occhi. Marco ogni tanto va in avanscoperta, poi ritorna per darmi notizie. Niente, la strada continua a salire. Ma quanti chilometri avremo fatto? Proprio nel momento in cui mi sto chiedendo se forse non sia il caso di fare dietro front, vedo Marco venirmi incontro più sollevato; mi informa che siamo giunti a Cima Ciantiplagna, GPM della Gran Fondo, nientedimeno che alla ragguardevole quota di 2849 metri. Accipicchia, ecco perché la salita non finiva più! Basta dare un’occhiata al fondovalle per capire che siamo veramente in alto.

Faccio un bel respiro e mi rilasso, tutto è bene ciò che finisce bene. Il problema è che, adesso, abbiamo davanti una discesa interminabile. O, almeno, è quello che io immagino. Invidio la mountain bike biammortizzata di Marco, che gli permette di scendere comodamente seduto. Io, invece, per evitare gli scossoni, dovrò tenere staccato il mio posteriore dalla sella, in una posizione tale da mettere ko le mie povere gambe, già martoriate dalla lunga salita. Ma, ahimè, poco dopo un’amara sorpresa: si ricomincia a salire. Non ci posso credere! Dove diavolo siamo finiti? Adesso la strada non sarà tutta un su e giù all’infinito ... ci dev'essere un sentiero che scende a valle! Mi trovo a pensare come sarebbe passare la notte a questa quota con maglietta, calzoncini e k-way. Non perdiamo la calma e non fasciamoci la testa prima che si sia rotta. Sangue freddo e tutto si risolverà nel migliore dei modi. Intanto l'ascesa prosegue inesorabilmente, il tempo passa e nulla succede. Finchè un incrocio ci coglie di sorpresa. Quasi non ce l'aspettavamo più! Non è un miraggio: un ampio sentiero punta verso il basso ed è pure presente una freccia di legno sul quale leggiamo “Frais”. Alleluia! Conosciamo questa località e sappiamo che da lì si può raggiungere Chiomonte e poi Susa. 

Il sentiero è abbastanza ripido e invaso da pietre, ma non importa; ciò che conta in questo momento è perdere quota. Via, giù a cannone! Ed eccoci poco dopo nel meraviglioso bosco di Salbertrand; senza dubbio uno dei più belli che io abbia mai visto in vita mia, con alberi secolari dai tronchi giganteschi. Sembra uscito da una fiaba! 
Non era proprio questo il giro che avevo programmato, ma pazienza! In effetti non abbiamo raggiunto la Testa dell’Assietta, però siamo arrivati alla Punta del Gran Serin e anziché scendere al paese di Salbertrand siamo scesi a Chiomonte. Tuttavia, è stata una grande esperienza e, nonostante quel pizzico di angoscia che mi è preso nel viaggiare così alla cieca, ho potuto apprezzare quei luoghi estremamente selvaggi. Penso che ci ritornerò, sull'Assietta, magari partendo dalla Val Chisone, perché mi è rimasta dentro la voglia di completare il giro e la curiosità di sapere quanto mancava ancora alla nostra meta.

E la prossima volta non dimenticherò di caricare il mio Garmin, tra l’altro munito di GPS. Di certo, essere consapevoli dello spazio e del tempo, dà un po' di tranquillità in più.

sabato 24 dicembre 2011

17/07/2011: Colle del Nivolet (2612 metri alt.) Piemonte - (106 km – 2220 metri di dislivello in bici da corsa)






Scalare in bici il Colle del Nivolet (2612 metri di quota), ai primi posti per coefficiente di difficoltà nelle classifiche dei colli ciclabili, era uno dei tanti miei sogni nel cassetto. Non si tratta di un valico carrabile, in quanto, poco oltre lo scollinamento e il Rifugio Savoia, la stradella asfaltata lascia il posto ad un sentiero che scende nella Valsavarenche, in Valle d'Aosta. 
Avevo scoperto questa salita su una rivista di cicloturismo ed ero rimasta colpita soprattutto dalla sua lunghezza: 40 km da Locana. Chissà perché più le salite sono lunghe e più mi attraggono! 
Così, consultati alcuni siti meteo, i quali tutti concordemente escludevano la possibilità di pioggia per questo fine settimana, venerdì sera Marco ed io partiamo subito dopo il lavoro alla volta di Pont Canavese, dove troviamo una bella area sosta per camper, gratuita, sulla riva del torrente, in Via Soana (GPS: N45.421660, E007.600410) - 12 posti - area picnic - camper service - sosta massima: 48 ore - e addirittura fornita di colonnine per l’allaccio alla corrente. Incredibile! 
L’indomani mattina, di buon’ora, inforchiamo le nostre bici e c'involiamo alla conquista del mitico colle. Non sto più nella pelle! Mi emoziono sempre quando sono in procinto di realizzare un sogno. 
Pont Canavese (476 metri s.l.m.) è un ottimo punto di partenza, perchè mi dà la possibilità di riscaldare bene i muscoli. Infatti, da qui a Locana (613 metri s.l.m) ci separano circa 10 km di falsopiano in leggera salita e sarà soltanto da quella località che cominceremo a vedere le prime pendenze significative. C'è da dire che, al momento, il panorama non è un granchè. 
Da Sparone in avanti, mentre risaliamo il corso del torrente Orco, si susseguono i paesi e le frazioni della valle, particolarmente stretta soprattutto nella parte centrale. A Locana, entriamo nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Poco oltre Rosone, la strada attraversa una galleria non illuminata lunga 370 metri mentre il falsopiano comincia ad essere intervallato da brevi e facili salitelle. Dopo circa 14 km da Locana, raggiungiamo Noasca (1063 metri s.l.m.). Appena oltre il paese affrontiamo quattro ripidi tornanti con pendenze al 14%, procedendo poi in piano fino all’imbocco di una galleria, ben illuminata ed asfaltata, per la verità, ma rabbrividisco all’idea di respirare per 3,5 km il gas di scarico delle auto. Per di più è tutta in salita, ad una pendenza costante del 10%; molto meglio evitarla. Decidiamo, perciò, di percorrere la vecchia strada per Ceresole Reale, che si inerpica sul fianco sinistro della galleria per 4 km; all'inizio è sterrata e, seppur si tratti di pochi metri, preferisco scendere dalla bici per scongiurare il rischio di una foratura. Successivamente la carreggiata diventa nuovamente asfaltata, però in molti punti il vecchio manto stradale è mancante ed invaso da terra e pietre franate dalla montagna. Man mano si sale, la pendenza diventa più sensibile e mantenere l'equilibrio qui non è impresa da poco. Ad un tratto, tuttavia, dobbiamo per forza entrare nella galleria, immettendoci con attenzione da sinistra. Dopo circa 100 metri si potrebbe uscire di nuovo sulla vecchia strada, ma, considerate le sue pessime condizioni e visto che il traffico è scarso, decidiamo di continuare all’interno del tunnel, peraltro umidissimo, dal quale usciamo il più velocemente possibile e con immenso sollievo. Procediamo nell'ascesa, affrontando, poco prima di Ceresole Reale, un paio di stretti, irti tornanti. Poi, la pendenza si attenua e pedaliamo dolcemente fino al centro abitato (23 km da Locana - m. 1612 metri s.l.m.). Lungo la strada ammiriamo antiche dimore ed un ex Grand Hotel di fine '800, ben ristrutturati, testimonianza di un'epoca in cui questa località era la meta di un turismo elitario. Una breve discesa ci porta quasi a lambire la sponda destra di un grande lago artificiale e, superate le rare case della frazione Villa, c'inoltriamo in un ambiente alpestre vero e proprio.

In falsopiano giungiamo al borgo di Chiapili, dove il paesaggio diventa via via sempre più incantevole: non per niente il parco in cui ci troviamo si chiama Gran Paradiso! Abbiamo già nelle gambe 1000 metri di dislivello e mancano ancora 15 km al colle! Adesso, la strada che risale l'Alta Valle dell'Orco è caratterizzata da una serie infinita di curve e tornanti; le pendenze sono abbastanza sostenute e si riducono soltanto poco prima del Lago Serrù. Oltrepassiamo la chiesetta della Madonna della Neve (m 2.275 s.l.m.), ma, dopo un chilometro e mezzo, la pendenza s'inverte e perdiamo circa 100 metri di dislivello. Perveniamo, così, ad un altro bacino artificiale: il Lago Agnel. La strada passa, ora, sopra una piccola diga, tornando, poi, a salire tra immense pietraie. Seguono 14 tornanti non particolarmente impegnativi e senza dubbio il panorama da quassù dev'essere qualcosa di straordinario, ma a noi, oggi, non è dato vederlo: purtroppo, dal fondovalle sta avanzando, lungo il pendio della montagna e ad una velocità sorprendente, un'enorme massa grigia che tutto fagocita al suo passaggio, noi compresi. Arriviamo al Colle avvolti dalle nuvole. L'aria si è fatta gelida e piccole gocce di pioggia cominciano a bagnare l'asfalto. Mi riparo alla bell’e meglio dietro un'auto per togliere gli indumenti umidi ed indossare quelli asciutti, che, per fortuna, ho portato con me nello zainetto. Ho, comunque, freddo e qui non c'è un rifugio in cui riscaldarsi o rifocillarsi.


E allora giù, a rotta di collo, per la stessa strada fatta all'andata, in compagnia dei fischi delle marmotte. Scendendo di quota, il meteo migliora un po' e in un attimo siamo di nuovo al Lago Agnel. Qualche dolore nel superare i 6-700 metri di risalita all’Alpe Agnel e, quindi, ci fiondiamo verso Chiapili. Un'altra lieve asperità per ritornare al lago di Ceresole e, una volta lasciato alle nostre spalle il famigerato tunnel, che in discesa non pone alcun problema, in un tempo che pare brevissimo, raggiungiamo Locana e Pont Canavese. Non mi era mai successo di percorrere 50 km, quasi ininterrotti, di discese più o meno ardite. Un'esperienza inebriante! E' ancora presto e ne approfittiamo per fare un giretto nel borgo medievale di Pont: ecco l'Antica Via del Commercio, con i suoi bellissimi portici, e il Palazzo Borgarello, decorato in terracotta e ferro battuto. Davvero un piccolo gioiello! Passiamo, quindi, ai piedi della torre Ferranda e della torre Tellaria, che dominano il paesaggio dall'alto della roccia su cui poggiano; infine, non posso concludere la splendida giornata senza aver ingurgitato la mia immancabile vasca di gelato. E, adesso, sì che si ragiona!

mercoledì 7 dicembre 2011

10/07/2011: Anello Passo del Vivione e Croce di Salven (Lombardia) - (km 85 – 1900 metri di dislivello in bici da corsa)



(Borno – Demo – Passo del Vivione – Schilpario – Dezzo – Croce di Salven – Borno)

TRACCIA GPS: 



Il Passo del Vivione, in Valcamonica, è uno di quei valichi che ciclisti e motociclisti desiderano scalare almeno una volta nella vita. Sarà per la strada che sale quasi interamente all’ombra di un bosco rigoglioso, sarà per la sua lunghezza,  per i borghi antichi che si attraversano, per le cascate, i ruscelli, la pace che, dicono, si respiri qui (sic!); insomma, ci sono tante ragioni che lo rendono speciale e lo contraddistinguono dagli altri. La mia curiosità è davvero tanta! Ho deciso di fare il giro antiorario, per affrontare la salita al Passo dal versante migliore, che, a detta dei più, è quello camuno. Perciò, partendo da Borno, in Valcamonica, il nostro itinerario inizia subito in picchiata. Un improvviso e simpatico messaggio al cellulare mi strappa un sorriso, che mi rimarrà stampato sul volto come un’ebete lungo i 10 km di discesa fino a Malegno. La strada è tranquilla, esposta al sole; mi sento bene nel fisico e nello spirito. Subito dopo il passaggio a livello svoltiamo a sinistra, superiamo il ponte sul fiume Oglio e prendiamo la statale per Edolo e Ponte di Legno, che sale in leggera pendenza per circa 30 km, lungo la Valcamonica, sino al bivio per Forno Allione, da dove inizia la salita vera e propria al Vivione. Questo è il tratto più odioso, noioso e trafficato, però non c’è alternativa, lo dobbiamo subire. La strada, pur essendo a doppia corsia, è piuttosto stretta ed è impossibile ignorare il via vai di auto e soprattutto di moto. Che strazio! Di tanto in tanto scruto l’orizzonte nella speranza di scorgere qualche indicazione stradale e, dopo un tempo che mi pare interminabile, finalmente scorgo il cartello tanto agognato. Con immenso sollievo giro a sinistra, supero di nuovo il passaggio a livello e il ponte sul fiume Oglio, imboccando una stradina che inizialmente sale in mezzo ai prati e la cui larghezza massima è di 2,5 metri.
Il sollievo dura poco. Purtroppo anche qui l’andirivieni di moto è abbastanza sostenuto. Chissà perché credevo di essermi liberata dai motociclisti! Non che ce l'abbia con loro, anzi, se presi singolarmente o a piccoli gruppi, mi sono pure simpatici, ma quando sono troppi fanno davvero un gran bordello e il pericolo di farsi male è reale, soprattutto su questo stretto nastro d'asfalto. Per la verità non sono tutti uguali, ci sono quelli che guidano tranquilli e con prudenza, godendosi pure loro con calma il paesaggio e poi ci sono quelli indiavolati, che credono di correre in pista e fanno ruggire i motori, tagliano le curve e te li trovi di fronte all’improvviso. Più di una volta mi hanno sfiorata, nonostante io strisciassi come una biscia lungo il muro alla mia destra. A parte questo, i 20 km di salita da Forno Allione al Passo sono molto suggestivi: quando il traffico cessa e il rombo dei motori si allontana, possiamo pedalare nel bosco silenzioso ascoltando il gorgogliare dell'acqua del torrente e delle cascatelle. Per i primi 15 km la strada si snoda con pendenze tra il 6 e l'8%, quindi non particolarmente impegnativi, fino ad un pianoro, dopo il quale la salita diventa costantemente severa e il bosco più rado. Superato un ponte su un torrente impetuoso, alcuni tratti al 13% mi danno un po' di filo da torcere, ma mi distraggo guardando una bella cascata. Procediamo sul ripido pendio della montagna, lungo una strada tagliata nella roccia: sulla sinistra si apre un inquietante burrone, oltre ad una bella vista retrospettiva sulla Val Paisco. All'improvviso sbuchiamo in una grande sella rivestita di prati e boschetti, ma la pendenza non accenna ad attenuarsi, mantenendosi ben tosta fino a poche centinaia di metri dal rifugio. L'ambiente qui è selvaggio, con cime aspre e ampi valloni che discendono verso il valico. Sicuramente l’ascesa a questo Passo, compiuta in un giorno feriale, mi avrebbe dato un piacere diverso; purtroppo, non sempre si è liberi di scegliere e così, quando scollino, ignoro le decine di moto parcheggiate davanti al rifugio e la confusione creata dai loro cavalieri, fermatisi per il pranzo. E’ giusto mezzogiorno, la fame già da tempo si faceva sentire e lo stomaco adesso reclama. Ci spostiamo in un angolo più tranquillo e sbraniamo i nostri panini seduti sull’erba del prato. Nel frattempo il cielo si è annuvolato. In montagna il tempo è sempre così imprevedibile! Meglio non perdere troppo tempo, perché ci aspetta un’altra salita. Indossiamo il k-way e scendiamo dal versante opposto verso Schilpario. La discesa è lunga e anche qui la strada, almeno inizialmente, è molto stretta, con imponenti precipizi che fanno rabbrividire; se mi distraggo troppo potrei avere il piacere di provare l’ebbrezza del volo; ci sono tratti veramente pericolosi e le protezioni sono pressoché assenti. Scendiamo affrontando numerosi tornanti, attraversando pascoli e boschi, finchè, dopo 12 km, arriviamo a Schilpario. Giunti ad un bivio, anziché proseguire dritto sulla statale per Dezzo, giriamo a sinistra, superiamo il ponte sul fiume e prendiamo la strada a destra per Pradella e Azzone, una via alternativa e parallela alla statale, ma meno trafficata e più gradevole, la quale, dopo 8,5 km incrocia la Via Mala che da Boario Terme sale a Dezzo. E' proprio qui che, circa 90 anni fa, arrivarono 6 milioni di metri cubi d'acqua fuoriusciti dalla diga del Gleno, crollata poche settimane dopo il suo riempimento. L'acqua giunse fino al lago d'Iseo, seminando morte e distruzione al suo passaggio. Con questi sinistri ricordi perveniamo all’incrocio, ignoriamo la strada che sale al Passo della Presolana e proseguiamo verso sud per qualche decina di metri. Al bivio successivo giriamo a sinistra, superiamo il ponte sul torrente e iniziamo la salita alla Croce di Salven, che ho già percorso un paio di volte in solitaria. Sette chilometri non particolarmente impegnativi, belli dal punto di vista paesaggistico e soprattutto tranquilli. Finalmente le orecchie hanno la possibilità di riposare e noi di rilassarci, prima di arrivare al parcheggio della funivia di Borno, dove io e Marco abbiamo abbandonato il camper questa mattina e dove concludiamo il nostro bell’anello di 85 km e 1900 metri di dislivello. Una doccia, un gelato e un giro a piedi nel grazioso centro storico del piccolo borgo sono la degna conclusione di una giornata tutto sommato appagante, centauri a parte. 

mercoledì 30 novembre 2011

29/06/2011: anello Passo Fedaia - Passo Pordoi - Passo Falzarego (km 90 – 2400 metri di dislivello in bici da corsa) Dolomiti


(Caprile – Passo Fedaia – Canazei - Passo Pordoi – Arabba – Passo Falzarego – Caprile)

TRACCIA GPS:

 


Lo so, è ridicolo passare una notte in bianco a causa di una salita, ma non posso farci nulla: il Fedaia mi fa paura, così come mi fanno paura il Mortirolo e lo Zoncolan. Però, ne sono anche attratta. Perciò, dopo un’abbondante colazione ipercalorica, si parte alla conquista del Passo: io piena di timore, il mio compagno d’avventura tutto bello rilassato. Vorrei avere la sua tranquillità, ma le voci che circolano sul Fedaia non hanno fatto altro che alimentare il mio terrore. Non sono i 13,7 km e 1.059 metri di dislivello a spaventarmi, ma le pendenze, che raggiungono la punta massima del 18% proprio negli ultimi 6 km, nonchè l'impossibilità di trovare dei punti in cui si possa riprendere fiato e recuperare. D’accordo che spesso e volentieri si fa del falso terrorismo, ma se questa volta non fosse così? Vabbè, alla peggio, posso scendere dalla bici e farla a piedi. C’è sempre una prima volta. La salita arriva quasi subito, dopo l'ampio curvone a sinistra, ma i primi 5-6 km sono facili, a parte un paio di brevi strappi. Superiamo Rocca Pietore e, giunti a Plan, procediamo a sinistra, sulla vecchia strada, fino a Sottoguda, lasciando la statale alla nostra destra. Sono emozionata, tra poco m'infilerò nei Serrai, una gola spettacolare, unica al mondo, caratterizzata da pareti alte fino a 60 metri e poco distanti l’una dall’altra. Una delle ragioni per le quali desideravo tanto salire al Fedaia era appunto quella di passare attraverso questa feritoia della montagna, che avevo visto in TV durante le riprese del Giro d’Italia. Un luogo davvero suggestivo e magico; che meraviglia!

I Serrai di Sottoguda






A malincuore abbandoniamo questo incanto. Già all'interno della gola la salita cominciava a farsi sentire, ma, all'uscita, la pendenza si fa davvero seria. Dopo circa un chilometro e mezzo raggiungiamo Malga Ciapela, dove la strada dei Serrai si ricongiunge alla statale e da dove partono gli impianti di risalita diretti alla Marmolada.
Da qui dovrebbero iniziare i 6 km assassini. Ormai ci siamo. Infatti la strada incomincia ad inclinarsi paurosamente. Ce la farò, non ce la farò? Un km al 12% per raggiungere la baita Dovich, un paio di Km al 11,2% per arrivare alla Capanna Bill. A rendere impegnativo questo tratto non è soltanto la pendenza, ma anche l’assoluta mancanza di curve: tra la Malga Ciapela e la Capanna Bill c’è un interminabile, odioso rettilineo ed è proprio qui che si tocca la pendenza massima del 18%. Si dice che percorrendo questa strada in discesa, senza toccare i freni, si possano raggiungere i 100 Km orari. Sfortuna vuole che inizi pure a soffiare un forte vento, ovviamente contrario. Ci mancava solo questo! Ma perché proprio oggi? La mia preoccupazione aumenta. Se prima conservavo dentro di me una minuscola speranza di farcela, adesso la situazione comincia a diventare disperata. Il panorama non mi sembra niente di straordinario, ma forse sono talmente sotto sforzo da non riuscire ad apprezzare quelle rare immagini che i miei occhi riescono a catturare qua e là durante le sporadiche volte in cui riesco a staccarli dall’asfalto. Spingo con forza sui pedali, le gambe mi fanno male, ma vado avanti, piano piano.
Dopo la Capanna Bill iniziano i tornanti, ma non cambiano le pendenze, che rimangono elevate anche in questo tratto: i 2,5 Km che mi separano dalla vetta, infatti, sono caratterizzati da una pendenza media dell'11% e da una punta al 15%. C’è persino un pannello stradale che premurosamente me lo fa notare, come se ce ne fosse bisogno! Improvvisamente riemergo dal mio stato di trance; sento delle voci, intravedo un edificio. Che succede? Dove sono? La strada spiana. Cerco con lo sguardo un'altra via che sale: non posso essere già arrivata!  Sfilo di fianco al cartello e leggo “Passo Fedaia”, ma ancora penso ad un errore. Faccio un giretto d'esplorazione. C’è soltanto una strada che scende dal versante opposto. Inutile negare l’evidenza: che io ci creda o no, sono arrivata al Passo. 



Dài, ci meritiamo un buon caffè; il mio compare anche una fetta di torta, visto che, oltre a non essere allenato, è salito pure con dei rapporti impossibili. Come abbia fatto, io proprio non lo so. Eh, ma è mica finita qui! Indossiamo il k-way e scendiamo dall’altra parte, costeggiando dapprima un laghetto artificiale e, poi, passando ai piedi del ghiacciaio della Marmolada, maestoso e abbagliante alla luce del sole.

Il ghiacciaio della Marmolada

Spettacolare questa discesa che ci deposita a Canazei. Un veloce pieno di acqua alle borracce e, poi, su di nuovo, verso il Passo Pordoi. Altri 13 km di salita, circa 800 metri di dislivello e 27 tornanti, ma al confronto della precedente sono una passeggiata e posso tranquillamente osservare il paesaggio, che è davvero una favola. 

Gruppo Sella 

Salita al Passo Pordoi

Ovunque una miriade di fiori, un’esplosione di colori e una gioia per gli occhi. C’è un po’ di traffico, ma, d’altra parte, il Pordoi fa parte del Sella Ronda, il classico giro dei quattro Passi che fanno tutti. Infatti, quando scolliniamo, troviamo una gran bolgia di auto, moto e pullman: niente a che vedere con il solitario e tranquillo Passo Fedaia. 



La fame a questo punto morde terribilmente. Ci fermiamo ad un bar per rifocillarci e per dare un’occhiata ad una cartina stradale appesa alla parete. Da qui ci sono due possibilità per scendere a Caprile e ritornare all’albergo, ma ce n’è anche una terza, che contempla una deviazione al Passo Falzarego. Una tentazione per me. Butto lì la mia proposta, aspettandomi quantomeno un accenno di protesta o un tentennamento da parte del mio compagno. Macchè! E' presto, si può fare. Evviva! C'involiamo verso Arabba, cercando di non fare la fine degli insetti sul parabrezza dei pullman che salgono con grande baldanza nel senso inverso. 

Il Sass Pordoi

Non ci sono parole per descrivere la bellezza del paesaggio che si apre davanti ai miei occhi mentre scendo, canticchiando, i 33 tornanti. Nell'anima, un'immensa sensazione di libertà, un'incontenibile voglia di volare.


La piramide dell'Antelao

Al crocevia, prendiamo la via a sinistra per affrontare gli ultimi 10 km di salita e i 600 metri di dislivello del Passo Falzarego. Strada tranquilla e non impegnativa. La luce calda del tardo pomeriggio, la pace che si respira qui, il nostro incedere regolare, le nostre chiacchiere rilassate … Vorrei poter continuare così all’infinito, ma forse ho chiesto troppo al mio paziente compagno, che comincia ad accusare un terribile dolore alla pianta del piede. Mancano ancora parecchi chilometri al Passo e non so se ce la farà a continuare. Ma lui è un uomo duro, di quelli che non mollano mai. Stoicamente va avanti, ignorando le fitte, ma soprattutto senza lamentarsi. Ammiro la sua capacità di sopportare in silenzio. Questi, sì, che sono Uomini! Ed è soprattutto in certe situazioni che si capisce quanto valgono. 




Eccoci finalmente al Passo, ai piedi del Monte Lagazuoi, all’interno del quale è stato scavato, durante la prima guerra mondiale, un lungo e stretto cammino che conduce all'omonimo rifugio, a 2.752 metri di quota. L’ho percorso a piedi un paio di anni fa con l’aiuto di una torcia; veramente adrenalinico!
Una sosta al passo per riposare le stanche membra e, poi, affrontiamo l'ultima discesa della giornata, 19 bellissimi chilometri in mezzo ai boschi e alle pinete fino a Caprile.
In conclusione: in tre giorni abbiamo macinato 261 km e accumulato 6.800 metri di dislivello; abbiamo pedalato ai piedi, ai fianchi e alle sommità di un numero considerevole di vette dolomitiche, soffrendo, gioendo ed emozionandoci dopo ogni conquista. E, se vogliamo mettere in conto anche la camminata da sogno di 21 km alla Forcella del Giau, la splendida passeggiata al Catinaccio Rosengarten, con vista sulle Torri del Vajolet e sul Gruppo Sella, la gita a Cortina con la scenografica visione del Monte Cristallo, possiamo dire di aver fatto quasi l’en plein di queste splendide Dolomiti, uniche al mondo e nostro tesoro inestimabile. Una vacanza memorabile, dove, una volta tanto, tutto, ma proprio tutto, è stato perfetto. A questo punto, non mi resta altro che ringraziare di cuore colui che le ha dato vita.


Panorama dalla Forcella del Giau

Catinaccio Rosengarten e Torri del Vajolet


Gruppo Sella


La piana di Cortina dal Passo Giau












venerdì 25 novembre 2011

27/06/2011: anello Pale di San Martino - Dolomiti (Veneto) - (km 100 – 2600 metri di dislivello in bici da corsa)



(Agordo - Cencenighe – Falcade – Passo Valles – Passo Rolle – Passo Cereda – Forcella Aurine – Agordo)

TRACCIA GPS:

 

Un'altra splendida giornata di sole, cielo terso, azzurro, senza un baffo di nuvola ... l'animo ben disposto ad affrontare il giro programmato per oggi, che già sulla carta si preannuncia massacrante. Da Agordo, risaliamo la valle fino a Cencenighe. Dopo 9 km di falsopiano in leggera salita incontriamo, alla nostra sinistra, il bivio per Falcade. Da qui al Passo Valles ci dividono 20 km e 1259 metri di dislivello. Oltrepassato il paese, entriamo in una galleria dalla quale usciamo, dopo un chilometro, rintronati e irritati dal rumore, scoprendo, poi, con rammarico, che esisteva una via alternativa. Tratti di falsopiano si alternano a ripidi strappi fino a Falcade,
dove facciamo una breve sosta per fotografare la bella chiesa parrocchiale.


Superato il centro abitato, affrontiamo un lungo tornante che dà l'avvio all'ascesa vera e propria. Altri due tornantoni e raggiungiamo il bivio: lasciamo alla nostra destra la strada che sale al Passo San Pellegrino e svoltiamo a sinistra, verso il Passo Valles. Abbiamo già percorso 13 km di salita, ma, da questo punto, iniziano i dolori: la carreggiata si restringe notevolmente ed i successivi 7 km sono formati da interminabili, logoranti, ripidi segmenti al 10-11%. La pineta non ci offre un centimetro di ombra, il sole, a quest’ora, è a picco e si abbatte inclemente su di noi. I nostri sorrisi si spengono via via che saliamo di quota e il mio compare diventa stranamente taciturno. Chissà cosa sta passando nella sua testa! Procediamo in silenzio, ognuno chiuso nei propri pensieri.


L'arrivo al Passo è un gran sollievo; questa salita mi ha distrutta. Ordiniamo un paio di panini al rifugio e ci accomodiamo fuori in terrazza: ho proprio bisogno di recuperare un po' di energia. Il giro è ancora lungo e non sappiamo cosa ci aspetta. Dopo le foto di rito, rimontiamo in sella e scendiamo dal versante opposto. La strada è stretta e in forte pendenza, ma in pochi chilometri arriviamo ad un bivio: a destra si perviene a Paneveggio e a Predazzo, in Val di Fiemme; noi, invece, giriamo a sinistra per salire al Passo Rolle. 6,5 km davvero dolci ed è una fortuna, perché le gambe risentono ancora della salita appena affrontata. Brevi, ma numerosi tratti all’ombra, concedono un po’ di sollievo, mentre i cartelli a bordo strada segnano lo scorrere dei chilometri. Il Passo stavolta arriva abbastanza velocemente.


Ci fermiamo al rifugio per bere qualcosa di fresco. Oggi il caldo è impressionante e la sete non ci dà tregua. Il panorama da quassù, però, è meraviglioso e, al cospetto delle maestose Pale di San Martino, iniziamo una lunga, veloce discesa che ci porterà, dapprima a San Martino di Castrozza (dove non manchiamo di fare un'altra sosta per mangiare un gelato e bere un caffè),  poi, a Primiero, da cui inizia la salita al Passo Cereda, che si rivela un vero massacro per i garretti.


E’ davvero un’inaspettata e poco gradita sorpresa, ma dobbiamo rassegnarci. Se vogliamo ritornare ad Agordo dobbiamo per forza arrampicarci per quassù. Le prime rampe sono delle rasoiate nei muscoli, peraltro raffreddati dalla lunga discesa; poi, innestiamo la ridotta da carro funebre e, passettino dopo passettino, centellinando ogni residua energia, raggiungiamo il Passo. Sorrido all’esclamazione di delusione del mio compagno, il quale, giustamente, osserva che i 1369 metri di quota non valevano tanta sofferenza. 


Quando scolliniamo, le ombre sono ormai allungate, ma ci concediamo un'ultima sosta al rifugio per dissetarci. Non abbiamo fretta, il bello di questa vacanza è che non ci sono orari da rispettare. Chiediamo informazioni circa la via più breve per Agordo. Ci spiegano che abbiamo due alternative: una via diretta e veloce oppure un’altra che sale alla Forcella Aurine per 3-4 km e scende, poi, ad Agordo. Due persone sensate avrebbero scelto la prima soluzione, ma siccome noi abbiamo soltanto una vaga idea di quello che sia il buon senso, optiamo masochisticamente per la seconda soluzione. E allora via in discesa, senza ulteriori indugi, fino a Gosaldo e poi di nuovo su, verso il cielo. La sofferenza, però, dura poco, perché, dopo un primo strappetto, la pendenza si assesta su un comodo 4-5% e lo scollinamento arriva senza troppa fatica. Un tratto in falsopiano e, finalmente, ci lanciamo negli ultimi chilometri di discesa. 


Il sole sta tramontando e tinge di rosa le rocce dolomitiche di fronte a noi, creando un’atmosfera magica e surreale. E’ una visione spettacolare, meritato premio per un giro piuttosto impegnativo di 100 km tondi tondi, 2600 metri di dislivello e 3 Passi. Complimenti e sincera ammirazione per il mio coraggioso o incosciente compagno di viaggio, che ha affrontato questo tour de force senza pensarci due volte e senza mai lamentarsi, pur avendo nelle gambe soltanto 150 km di allenamento. Semplicemente superbo!