Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso. (Luis Sepulveda)

martedì 24 gennaio 2012

03-04/08/2011: da Barcelonnette alle Gole del Daluis in camper (4° giorno: Alta Provenza in bici e camper – Francia - 300 km)



03/08/2011
Lasciata l’area camper di Barcelonnette, ci dirigiamo a sud sulla D900, costeggiando per un tratto la sponda del Lago di Serre Ponçon e, al bivio per Seyne, imbocchiamo la via alla nostra sinistra. Valichiamo facilmente il Col de Maure ed il Col du Labouret, continuando il nostro viaggio lungo una strada tranquilla, che si snoda tra sonnacchiosi, piccoli borghi rurali. Oggi ce la prendiamo con calma, abbiamo bisogno di recuperare le fatiche dei giorni precedenti ed è bello godersi il panorama che scorre lento attraverso i finestrini del camper, fare qualche sosta per assaggiare le golosità culinarie della regione e scambiare due chiacchiere con i nonnini del posto. Giunti a Digne-les-Bains, dopo 85 km, però, finiamo dritti e senza volerlo su una veloce superstrada, che ci scodellerà, 53 km più a sud, nella pittoresca cittadina di Castellane, dominata da un'alta falesia di 200 metri, sulla cui sommità si erge un campanile. E' tardo pomeriggio ed il parcheggio riservato ai camper è completo (Aire Municipale Ancienne Route de Grasse, Castellane - GPS: N 43.846410, E006.514840 - Tariffa: 9 euro, max 48 ore)

Perciò andiamo alla ricerca di un posto per passare la notte in uno dei tanti campeggi disseminati sulla strada delle famose Gorges du Verdon, che è senz'altro spettacolare, visto che costeggia le gole più grandi d'Europa, seconde al mondo soltanto dopo il Gran Canyon statunitense, ma terribilmente trafficata in questo periodo dell’anno. Avendola già percorsa nel 2006, so che mi procurerà un mix di vertigine, euforia e palpitazioni: la strada è stretta, scavata nella roccia e ci vuole un’attenzione particolare per evitare le sporgenze laterali. In alcuni punti, l’incrocio con altri camper è da brivido e, comunque, tutti i campeggi sono al completo, pure quello più remoto di La Palud, dove finalmente riusciamo a fare manovra ed invertire la rotta di marcia. Peccato, mi sarebbe piaciuto l’indomani fare il periplo completo delle gole in bici (103 km, compresa la magnifica Route des Crêtes, e 2450 metri di dislivello), ma il traffico esagerato renderebbe la cosa troppo stressante e pericolosa. E' un giro che, effettuato in un periodo di bassa stagione, sarebbe un’esperienza unica e fantastica, ne sono certa. Adesso, invece, l'imperativo categorico è quello di allontanarci subito da questa confusione. Visto che in tutta l'area delle gole vige il divieto di campeggio libero o di sosta per camper, una volta ritornati a Castellane, ci reimmettiamo sulla N85 per Digne-Les-Bains e, dopo 300 metri, alla nostra sinistra, troviamo un ampio spiazzo nei pressi del Museo della Resistenza, dove poter trascorrere la notte.



04/08/2011
Ritorniamo verso Castellane ed imbocchiamo la D955, seguendo le indicazioni per il Col d'Allos. Nei successivi 13 km costeggiamo il lago artificiale di Castillon, con la sua diga ad arco, pervenendo, quindi, al bivio con il Colle, che lasciamo, però, alla nostra sinistra per seguire la N202 in direzione di Entrevaux. Dopo circa una ventina di chilometri, poco prima del villaggio, svoltiamo a sinistra e prendiamo la D902 che conduce alle Gorges di Daluis, per fortuna sufficientemente ampia e tranquilla. Man mano che saliamo di quota, il paesaggio cambia. Che meraviglia il contrasto tra il verde brillante della vegetazione ed il rosso vinaccio delle rocce! Questo luogo è chiamato il “Colorado” delle Alpi ed è un vero spettacolo: gole profondissime sono state scavate nei millenni dalle acque del Var, lungo la sua corsa verso il Mediterraneo. 

La strada, all'andata, aggira in un unico senso di marcia le numerose, strette gallerie, essendo, queste ultime, percorribili soltanto nel senso inverso (col camper, al ritorno, siamo passati a filo). Superiamo il Point Sublime e la Clue d'Amen, dagli splendidi belvedere. L'ambiente è particolarmente suggestivo finchè la strada scende in corrispondenza del corso d'acqua. La valle allora si allarga e i colori tornano quelli di sempre. Dopo 20 km giungiamo a Guillaumes, dove, tra l'altro, c'è un'area camper gratuita dietro la stazione dei vigili del fuoco, sulla riva del fiume (GPS: N44.087770, E006.852850 - € 2 gettone per servici presso bar-tabacchi). Da qui, risalendo una bella strada a tornanti per circa 13 km, arriviamo alla stazione sciistica di Valberg. 
La nostra intenzione sarebbe quella di fare il circuito intero delle gole e, quindi, dopo aver raggiunto Beuil, scendere lungo le Gorges del Cians, affluente del Var, per ritornare, infine, di nuovo ad Entrevaux, completando un anello di 83 km. Purtroppo, all'uscita dell'abitato di Valberg, un cartello vieta il passaggio ai mezzi di larghezza superiore ai 2,5 metri e di altezza superiore ai 3,10 metri. Che peccato! E vabbè, non c'è niente da fare, bisogna proprio ritornare indietro. Certo che, a saperlo prima, non ci saremmo avventurati fino ai 1700 metri di quota di Valberg per niente. Dietro front! Ripercorriamo i 13 km in discesa fino a Guillaumes e risaliamo all'apice delle gole, scomparendo, poi, all'interno degli striminziti tunnel per riuscirne, ogni volta, dopo pochi secondi, con un gran sospiro di sollievo.





Ritornati all'incrocio con la D202, svoltiamo a sinistra e scendiamo a Entrevaux, antico villaggio circondato da un'ansa del Var e dalle montagne provenzali. 


Parcheggiato il camper nei pressi della piccola stazione ferroviaria, dove transita il Pignes (storico trenino a vapore che collega Nizza a Digne-les-Bains, attraversando paesaggi pittoreschi tra le anse dei fiumi, campi di lavanda, strette gole, decine di ponti, viadotti e gallerie), andiamo alla scoperta di questo piccolo borgo medievale. 


Dopo aver superato il ponte sul fiume e l'impressionante ponte levatoio, attraverso la Porta Reale accediamo al centro storico.


Ci incamminiamo, quindi, lungo la via che conduce alla cittadella, costruita su un abbagliante sperone roccioso a strapiombo sui tetti del borgo, arrampicandoci, poi, su per una ripida rampa fortificata che sale a zig zag. Stupendi gli scorci che si intravedono attraverso le strette feritoie aperte nella muraglia.



Alla fortezza ci arrivo con la lingua per terra, ma la fatica è ben ripagata dall'incredibile panorama sulla valle del Var che si gode da quassù. 
Visitiamo le varie stanze, le celle, le prigioni sotterranee, buie ed inquietanti, percorrendo su e giù gli stretti, angusti cammini.


Poi scendiamo di nuovo al villaggio. Un susseguirsi di stradine tortuose e pittoresche, fiancheggiate da antiche, alte abitazioni, che non lasciano filtrare la luce del sole. Botteghe, fontane, una cattedrale, un curioso museo della moto, di proprietà di un gentilissimo italiano, che si può visitare gratuitamente o lasciando un obolo a piacere.
Ritornati al camper, decidiamo di spostarci a Touët sur Var, altro piccolo, singolare borgo medievale, le cui case, alte e strette, le une contro le altre, letteralmente incollate ad una falesia verticale, ricordano un po' la particolare architettura dei villaggi tibetani. 

Troviamo un posto per la sosta notturna nel parcheggio della tranquilla stazioncina e da qui, domani, potremo risalire, in bici questa volta, le gole del Cians.






venerdì 20 gennaio 2012

02/08/2011: Col d’Allos da Barcelonnette (2250 metri alt.) (3° giorno: Alta Provenza in bici e camper - Francia)

(km 40 – 1050 metri di dislivello – 19 km di salita - in bici da corsa)

Il Col d'Allos mette in comunicazione la valle dell'Ubaye, a nord, con l'Alta Valle del Verdon, a sud. Da inizio luglio a fine agosto, tutti i venerdì, dalle 8 alle 11, la D908 per il colle è riservata soltanto ai ciclisti, ma oggi è martedì, quindi dovremo condividerla anche con i mezzi motorizzati. Partiamo da Barcelonnette e seguiamo la medesima strada percorsa ieri, ma, al bivio segnalato da una scultura raffigurante un’enorme bicicletta, deviamo a destra, lasciando a sinistra la strada per il Col de la Cayolle. Imbocchiamo la D908, ignorando l’indicazione a destra per Praloup. Attraversiamo un ponte sul torrente e saliamo lungo il fianco della montagna esposto ad ovest. La strada si restringe e si snoda tortuosa, in mezzo al verde, con una pendenza costante. E’ una bella salita, non troppo impegnativa, ma neppure troppo dolce; insomma, di quelle che ti consentono di respirare e di godere il panorama, che è, a dir poco, entusiasmante, con scorci davvero incantevoli.
Il traffico, per fortuna, è scarso e gli automobilisti gentili. Qualcuno si sporge dal finestrino e grida  “Bonjour et bon courage!”, tipico e simpatico incoraggiamento rivolto ai ciclisti che scalano le montagne, strappandomi un sorriso. Pochi chilometri prima di scollinare superiamo una coppia che, con due bici robuste e appesantite da enormi borsoni, arranca lentamente e con evidente fatica sotto il sole cocente. Al colle c’è un bel rifugio, con tanto di tavoli e panche di legno all'esterno. E' una bellissima giornata, il cielo azzurro e terso. Nonostante i 2250 metri di quota, la temperatura è gradevole; così ce la prendiamo con comodo. Le gambe cominciano ad essere affaticate e reclamano un po’ di riposo: non sono abituata a pedalare tre giorni consecutivi e soprattutto ad affrontare ogni volta salite così lunghe. Perciò domani sarà una giornata esclusivamente di trasferta. Continueremo a percorrere la Route des Grands Alps, ma con il camper e ci dirigeremo verso Sud.


mercoledì 18 gennaio 2012

01/08/2011: Col de la Cayolle da Barcelonnette (2326 metri alt.) (2° giorno: alta Provenza in bici e camper - Francia)

(km 60 – 1193 metri dislivello – 27 km di salita - in bici da corsa)

Ieri pomeriggio, al rientro dal Col de la Bonette, ci siamo trasferiti con il camper nell’aria di sosta attrezzata di Barcelonnette (1.130 metri alt.), che dista 8,5 km da Jausiers (Aire de Camping-Car Jacques Villain Digue de la Gravette 21, Barcelonnette, GPS: N44.382670, E006.657050). Si trova dietro il campo di atletica, ad 1 km dal centro. Tariffa, agosto 2020: 10 euro, pagamento con carta di credito. PS: siamo ripassati a maggio del 2024 e l'area camper era chiusa, pare definitivamente).
Dopo la lunga ascesa di ieri, per non stancare eccessivamente le gambe, abbiamo pensato di scalare oggi il Colle della Cayolle, risalendo la valle parallela a quella dell'Ubaye. Una salita impegnativa per la lunghezza, 27 km dal bivio (30 km da Barcelonnette), ma gradevole, con pendenze modeste, tranne gli ultimi 9 km un po' più duretti, ma non troppo.
Dopo l'abitato di Barcelonnette, percorrendo un falsopiano lungo la D 902 e seguendo le indicazioni per la "Route des Grandes Halpes", raggiungiamo il bivio per il Col della Cayolle. La strada sale dolcemente sino ad Uvernet. Superato il ponte sul torrente, entriamo nelle meravigliose gole del Bachelard, un affluente dell’Ubaye. Che spettacolo! Adoro pedalare nelle gole o gorges, come le chiamano qui, lungo questa strada stretta e tortuosa. Attraversiamo ponti e torrenti, spostandoci continuamente da una parte all'altra della vallata.

Le gole finiscono dove la valle comincia ad aprirsi. Dopo alcuni falsopiani, alternati a brevi strappetti, giungiamo al piccolo borgo di Saint Laurent; null'altro che un pugno di case ed un grazioso ristorantino. La strada si insinua adesso in una fresca pineta; oltrepassiamo una bella cascata e raggiungiamo la testa della valle, in località Bayasse. Attraversiamo di nuovo il torrente e affrontiamo alcuni tornanti non particolarmente aspri, se non fosse per il forte vento contrario che aumenta la difficoltà. Altri ponti, altre cascate. ll panorama è molto vario e non annoia mai. Un cartello ci informa che siamo entrati nel Parco Naturale del Mercantour. Il paesaggio diventa via via più brullo e il vento soffia sempre più forte. Gli ultimi tre chilometri sembrano eterni. Comincio a soffrire. Ma ecco l’ultimo cippo: mancano soltanto 600 metri al Colle. Che fatica! Finalmente scolliniamo. Una coppia di motociclisti si congratula con noi: il vento impetuoso ha reso la vita difficile pure a loro.  

In questo luogo desolato e spoglio non c'è alcuna possibilità di ristoro. Avevamo incontrato il rifugio Cayolle un chilometro prima di scollinare, ma qui non esiste nulla di nulla, oltre alla pietra miliare che indica l’arrivo al colle. Perciò facciamo subito dietro front e ci lanciamo nella lunga discesa verso Barcelonnette. Vivace e colorata cittadina di giorno, di sera, una volta chiusi i negozietti e ritirati i tavolini dei bar, si trasforma in un villaggio fantasma. Per quanto ci riguarda, l’avventura continua e, visto che non c’è il due senza il tre, domani si va all'attacco del Col d’Allos, nella valle parallela a quella percorsa oggi.












venerdì 13 gennaio 2012

31/07/2011: Col de la Bonette da Jausiers (2802 metri alt.) (1° giorno: alta Provenza in bici e camper - Francia)

(Jausier – Col de la Bonette – Jausier)
(km 23 di salita – 1515 metri di dislivello – in bici da corsa)

Aspettavo con impazienza questa settimana di vacanza in bici e camper nell’Alta Provenza. Marco ed io, infatti, percorreremo qualche breve tratto della Route des Grandes Alpes, “il più affascinante itinerario montano per ciclisti e motociclisti” che si snoda su 684 km e 17 passi, dal Lago di Lemano, nei pressi di Ginevra, a Menton.

Attraverso il Colle della Maddalena, sabato sera raggiungiamo Jausiers (1.213 metri di alt.), nella valle dell'Ubaye, in territorio francese, e parcheggiamo il camper nell’apposita area, gratuita, ma priva di corrente (GPS: N44.421470, E006.737288). Nei pressi, per il carico e lo scarico dell’acqua, c’è un’attrezzatura che funziona soltanto con la carta di credito. Il villaggio è veramente piccolo e tranquillo; in due passi lo visitiamo tutto, ragion per cui ne approfittiamo per andare a nanna presto ed essere pronti l’indomani a scalare il leggendario Colle della Bonette, salita storica del Tour de France, di 23 km e 2802 metri di quota. Questo colle è situato all'interno del Parco Nazionale del Mercantour, al confine tra i dipartimenti di Alpes-Maritimes e Alpes de Haute Provence. Così, domenica mattina, dopo aver riempito gli zainetti con cibarie varie, agganciamo i pedali delle nostre bici ed imbocchiamo la “plus haute route d’Europe”, come indica il cartello stradale all’inizio della salita. Per la verità non è proprio così, ma fingiamo di crederci. Attraversato il ponte sul fiume Ubaye, la strada sale dolcemente tra piccoli borghi e vecchie cascine. Da subito veniamo assaliti da un nugulo inviperito di mosche. Ci circondano dalla testa ai piedi e si depositano a grappoli sui nostri corpi. Ho i guantini letteralmente ricoperti di mosche. Non c’è verso di allontanarle. Inutile agitare le mani per scacciarle; dopo qualche secondo le maledette ritornano disciplinatamente ai loro posti. Che tormento pedalare così! Marco sostiene che, una volta saliti di quota, le mosche ci abbandoneranno, ma dovremo pedalare ancora una decina di chilometri prima di liberarcene. Per fortuna la pendenza all’inizio è blanda, intorno al 6-7%. 
Mi distraggo osservando ciò che mi sta intorno: i prati stranamente senza fiori, i cippi a bordo strada che indicano i chilometri percorsi, quelli rimanenti e la pendenza media del chilometro successivo. Beh, devo dire che la prima impressione non è entusiasmante: il paesaggio è abbastanza scialbo e desolato, per nulla paragonabile alla vivace bellezza dei passi dolomitici, ma ogni montagna ha un proprio fascino e unicità, come le persone, basta saperli cogliere. Tornante dopo tornante, saliamo di quota. Al settimo chilometro siamo già a 1700 metri di altitudine. E' tutto molto tranquillo; l'unico suono è quello dell'acqua che scorre nei torrenti. 
Superiamo una baita e, dopo un breve tratto in discesa, ritorniamo a salire, ma in modo più deciso. Infatti le pendenze adesso si innalzano all'8-9%, con punte al 12%. Il paesaggio diventa sempre più brullo, con pietre e massi disseminati sul pendio della montagna, mentre, a ricordarmi che stiamo pedalando ad una quota significativa, ci pensano i fischi delle marmotte. Il cielo nel frattempo si è annuvolato e l’aria è diventata più fresca. Qualche moto a farci compagnia, poche auto e pochi ciclisti. A quota 2000 metri siamo circa a metà salita. Mancano ancora 11 km al Colle e 800 metri di dislivello. Un pianoro, un'altra baita ed altri tornanti. Risaliamo un costone roccioso ed ecco, al sedicesimo chilometro, un piccolo lago, alimentato dai ruscelli che scorrono lungo i pendii della montagna. Dopo un chilometro pianeggiante, la strada si dirige con decisione verso sinistra.
Qui iniziano gli ultimi chilometri più impegnativi al 10-11%. Superiamo alcune fortificazioni militari e, al ventesimo chilometro, ci troviamo nei pressi del Col de Restefond a 2.656 metri di quota. Siamo quasi vicini alla nostra meta e adesso l’ambiente circostante, nella sua selvaggia solitudine, è di una bellezza sconcertante. I due chilometri che ci separano dal colle sono facilmente pedalabili, vista la dolce pendenza. In breve valichiamo anche il colle geografico della Bonette (da non confondere con la vetta), a 2715 metri di quota e ci troviamo all’incrocio con la strada che conduce a Nizza, come indica il cartello segnaletico. Per raggiungere quota 2802, però, dobbiamo continuare dritto e aggirare la cima della Bonette, una piramide rocciosa dall’aspetto cupo, lungo la nuova strada che i francesi hanno tracciato in epoca recente, facendola così diventare la più alta d'Europa. E’ un tratto di circa un chilometro piuttosto ripido. Gli ultimi, aspri tornanti e anche questa è conquistata, con grande fatica, ma altrimenti che soddisfazione sarebbe? 
L’aria è gelida e non c’è alcun rifugio o costruzione in cui poterci riparare; solo una stele rocciosa con una targa nera che, oltre ad indicare la quota di 2802 metri, racconta la storia di questa strada, costruita, per volere di Napoleone, al fine di collegare Nizza a Briançon attraverso i colli Bonette, Vars e Izoard. Dall’altra parte della carreggiata, un irto sentiero consente di raggiungere, dopo un'arrampicata di 10 minuti a piedi, un belvedere posto a 2860 metri di quota, dal quale si può godere di uno spettacolare panorama a 360° e dove una table d'orientation permette di individuare le alte vette che si stagliano all’orizzonte.
A questo punto non c'è altro da fare che ritornare a Jausiers attraverso la medesima strada. Mentre planiamo verso il fondovalle, con calma e ormai senza più il fardello della fatica, possiamo osservare meglio il paesaggio che, in discesa, offre scorci più ampi e lontani. E già penso alla salita che ci aspetta domani: il Colle della Cayolle. 

mercoledì 4 gennaio 2012

24/07/2011: Colle delle Finestre + Tour dell’Assietta (Piemonte) -(53 km – 2200 metri dislivello in mountain bike)

(Susa – Colle delle Finestre – Cima Ciantiplagna – Frais – Chiomonte – Susa)

Apro gli occhi e ... tendo le orecchie. Tutto tace ed è un buon segno. Forse non siamo venuti a Susa per niente. Ieri sera, improvvisamente, dopo il Palio storico dei borghi si era levato un vento fortissimo, di quelli che fan piegare paurosamente le fronde degli alberi, e aveva continuato a soffiare con furia durante la notte. Impossibile pensare di salire in mountain bike al Colle delle Finestre e fare il giro dell’Assietta con quelle condizioni. Ma stamattina, grazie al cielo, è tornata la calma, o quasi; che bellezza, non tornerò a casa con le pive nel sacco! Scarichiamo le bici dal camper, parcheggiato per l'occasione dietro la tranquilla stazioncina ferroviaria di Susa, in un'area di sosta gratuita, dotata di pozzetto ed energia elettrica. Con grande entusiasmo e curiosità partiamo verso la nostra nuova avventura. La strada che sale al Colle delle Finestre, per chi proviene da Torino (uscita autostrada Susa Est), si trova sulla sponda sinistra della Dora Riparia. Pertanto, trovandoci noi sulla Statale 25, che corre sull’argine destro del fiume, dobbiamo attraversare quest’ultimo sul ponte e portarci sulla Statale 24, seguendo le indicazioni per Meana, Frais, Colle delle Finestre. Raggiungiamo velocemente il bivio e imbocchiamo la strada a destra che s'inerpica tra le case di Meana con pendenze che, così a freddo, tagliano da subito le gambe. All'altezza del ponte della ferrovia, una rampa al 14% mi manda in leggero affanno. Per fortuna, dopo Meana la pendenza si attenua un po' e si stabilizza, mantenendosi tra il 9 ed il 10%. Lasciamo alle nostre spalle le case e gli orti del piccolo borgo e saliamo immersi in uno splendido e fitto bosco di castagni, mentre la strada comincia ad avvitarsi attorno alla montagna in una serie incredibile di tornanti, che si susseguono, uno dopo l’altro, in maniera serrata (28 in circa 3 km). Le gambe mi fanno un po' male, forse perché mi alleno poco con la mountain bike, che, tra l’altro, pesa quasi il doppio di quella da corsa ed ha i copertoni che aderiscono all’asfalto come una ventosa. Ho scelto le ruote grasse per affrontare questa salita, perchè gli ultimi 9 km non sono asfaltati ed inoltre la nostra intenzione è quella di proseguire oltre il Colle e fare un giro sulla dorsale dell'Assietta. Così le gambe fanno quello che possono ed io, per distogliere il pensiero dalla fatica, mi concentro sul paesaggio, che certo non lascia indifferenti. Ci troviamo nel Parco Osiera-Rocciavrè. Il cielo è limpido e azzurro, l'aria fresca e non tira vento, per ora. Speriamo si mantenga così per il resto della giornata. Dopo circa 10 km finisce l’asfalto e inizia lo sterrato o, meglio, la cosiddetta strada bianca, larga e dal fondo abbastanza compatto. In ogni caso, io non me la sarei proprio sentita di percorrerla con la bici da corsa, come fanno i corridori del Giro d’Italia o alcuni ciclisti amatoriali. Prima del Giro la strada era stata “pulita”, ma ora in molti punti è ricoperta da un’infinità di sassolini e il rischio di forare o di perdere l’equilibrio è reale. Usciamo dal bosco e, a questo punto, il paesaggio cambia completamente: la strada adesso sale serpeggiando in mezzo a vaste distese erbose. La scelta del rapporto medio davanti risulta azzeccata, soprattutto dopo aver superato due bikers che, avendo invece optato per il rampichino, danno l’impressione di fare una fatica immensa con i rapporti troppo agili. Salendo con regolarità i muscoli si scaldano e le gambe cominciano a girare bene, tanto che ricevo i complimenti da un ciclista che sale con la bici da corsa. Mi chiedo come abbia fatto costui a percorrere gli ultimi, stretti tornanti prima del colle, dove la carreggiata è piuttosto sconnessa, anche a causa dei fuoristrada che faticano a salire e smuovono la terra con le ruote, creando solchi e avvallamenti pericolosi per i ciclisti. Una volta scollinati, lo spettacolo  che si presenta davanti ai nostri occhi è veramente grandioso: da qui si dominano le valli sottostanti e le vette alpine che le incoronano. C’è un bel po’ di folla: del resto è una domenica soleggiata di luglio e i gitanti possono salire comodamente in auto o moto anche da Sestrière e da Fenestrelle, attraverso una buona strada asfaltata. Infatti il valico collega la Val di Susa con quella del Chisone. Faccio qualche coccola ad un dolcissimo pastore tedesco e poi, dopo aver chiesto informazioni, ripartiamo verso l’Assietta.

Scendiamo circa 250 metri lungo la strada asfaltata del versante opposto ed imbocchiamo un largo sentiero che sale alla sua destra in modo deciso verso il Colle della Vecchia. Qui il rampichino lo uso anch’io: il fondo è di quelli che ti impediscono di distogliere gli occhi dalle ruote e la concentrazione è al massimo: una minima distrazione e si rotola a valle. Ogni tanto ci fermiamo per goderci il panorama. Sarebbe da stupidi pedalare in un posto tanto meraviglioso senza ammirare il paesaggio circostante e così ne approfittiamo anche per fare qualche fotografia. La Strada dell'Assietta è di origine militare e si snoda, per oltre 30 km, quasi interamente sopra i 2000 metri di quota Salvo alcuni giorni ed orari, in cui vige il divieto, è aperta anche ai motociclisti, ma presumo che soltanto le moto da enduro o da cross possano percorrerla.

Lungo il tragitto notiamo le fettucce rosse del passaggio di una Gran Fondo. Spero in cuor mio che i corridori abbiano fatto il giro nel nostro senso di marcia e che ci abbiano preceduti, perché, in caso contrario, per me sarebbe una tragedia. Scopriremo più tardi che, proprio questa mattina, si è corsa la 24^ edizione del Tour dell'Assietta (82 km per la Marathon e 57 km per la Gran Fondo), con professionisti del calibro di Deho, Tiberi, Mirko Celestino, Sandra Klomp e la bellezza di 1200 partecipanti. L’abbiamo scampata bella! Strano, però, avevo creduto che il giro dell’Assietta si sarebbe svolto tutto in quota e, quindi, visto che al Colle delle Finestre ci trovavamo già a 2176 metri di altitudine, mi aspettavo di pedalare, se non in piano, almeno in leggera pendenza. Invece, qui si continua a salire senza tregua e il sentiero tira da matti. Purtroppo il mio Garmin si è scaricato ed il contachilometri del mio compagno d’avventura è rimasto a casa. Inoltre, entrambi non portiamo l’orologio.

Così non abbiamo nulla che possa indicarci la pendenza, la distanza e l’ora; però mi sembra che sia trascorso un tempo interminabile da quando abbiamo lasciato il Colle delle Finestre. Finalmente arriviamo ad un fortino e ne approfittiamo per mangiare un boccone ed indossare il k-way, non perché inizi la discesa, ma perché quassù c’è un aria così gelida che fa venire la pelle d’oca anche in salita. Il panorama è eccezionale: si vede all’orizzonte il lago del Moncenisio, il Rocciamelone e tutta una serie di catene montuose. Risaliamo in sella, convinti che ormai manchi poco alla Testa dell’Assietta. Stiamo salendo da una vita e non è possibile che si debba continuare ancora per molto. Pedalo con passo stanco per un tempo infinito e la pendenza non accenna a diminuire, anzi. Anche Marco, che è abbastanza allenato ed ha la forza di un mulo, inizia a manifestare segni di insofferenza e dubbi sull’esattezza del tracciato che stiamo percorrendo.

Purtroppo non c’è anima viva a cui chiedere informazioni, ma, a questo punto, mi sembra insensato tornare indietro. Vedo il mio compare in preda ad una leggera apprensione. Non voglio farmi contagiare dalla sua ansia; non mi sento in pericolo e la paura, si sa, è una brutta compagnia. La mia unica preoccupazione è che il meteo non cambi repentinamente; per il resto ci rimangono ancora diverse ore di luce e prima o poi incontreremo una strada che scende, altrimenti, di questo passo, stavolta, finiamo davvero in paradiso. Così rimuginando, procedo a fatica in mezzo alle rocce, con il vento che comincia a soffiare a raffiche, l’aria gelidissima che fa lacrimare gli occhi. Marco ogni tanto va in avanscoperta, poi ritorna per darmi notizie. Niente, la strada continua a salire. Ma quanti chilometri avremo fatto? Proprio nel momento in cui mi sto chiedendo se forse non sia il caso di fare dietro front, vedo Marco venirmi incontro più sollevato; mi informa che siamo giunti a Cima Ciantiplagna, GPM della Gran Fondo, nientedimeno che alla ragguardevole quota di 2849 metri. Accipicchia, ecco perché la salita non finiva più! Basta dare un’occhiata al fondovalle per capire che siamo veramente in alto.

Faccio un bel respiro e mi rilasso, tutto è bene ciò che finisce bene. Il problema è che, adesso, abbiamo davanti una discesa interminabile. O, almeno, è quello che io immagino. Invidio la mountain bike biammortizzata di Marco, che gli permette di scendere comodamente seduto. Io, invece, per evitare gli scossoni, dovrò tenere staccato il mio posteriore dalla sella, in una posizione tale da mettere ko le mie povere gambe, già martoriate dalla lunga salita. Ma, ahimè, poco dopo un’amara sorpresa: si ricomincia a salire. Non ci posso credere! Dove diavolo siamo finiti? Adesso la strada non sarà tutta un su e giù all’infinito ... ci dev'essere un sentiero che scende a valle! Mi trovo a pensare come sarebbe passare la notte a questa quota con maglietta, calzoncini e k-way. Non perdiamo la calma e non fasciamoci la testa prima che si sia rotta. Sangue freddo e tutto si risolverà nel migliore dei modi. Intanto l'ascesa prosegue inesorabilmente, il tempo passa e nulla succede. Finchè un incrocio ci coglie di sorpresa. Quasi non ce l'aspettavamo più! Non è un miraggio: un ampio sentiero punta verso il basso ed è pure presente una freccia di legno sul quale leggiamo “Frais”. Alleluia! Conosciamo questa località e sappiamo che da lì si può raggiungere Chiomonte e poi Susa. 

Il sentiero è abbastanza ripido e invaso da pietre, ma non importa; ciò che conta in questo momento è perdere quota. Via, giù a cannone! Ed eccoci poco dopo nel meraviglioso bosco di Salbertrand; senza dubbio uno dei più belli che io abbia mai visto in vita mia, con alberi secolari dai tronchi giganteschi. Sembra uscito da una fiaba! 
Non era proprio questo il giro che avevo programmato, ma pazienza! In effetti non abbiamo raggiunto la Testa dell’Assietta, però siamo arrivati alla Punta del Gran Serin e anziché scendere al paese di Salbertrand siamo scesi a Chiomonte. Tuttavia, è stata una grande esperienza e, nonostante quel pizzico di angoscia che mi è preso nel viaggiare così alla cieca, ho potuto apprezzare quei luoghi estremamente selvaggi. Penso che ci ritornerò, sull'Assietta, magari partendo dalla Val Chisone, perché mi è rimasta dentro la voglia di completare il giro e la curiosità di sapere quanto mancava ancora alla nostra meta.

E la prossima volta non dimenticherò di caricare il mio Garmin, tra l’altro munito di GPS. Di certo, essere consapevoli dello spazio e del tempo, dà un po' di tranquillità in più.

sabato 24 dicembre 2011

17/07/2011: Colle del Nivolet (2612 metri alt.) Piemonte - (106 km – 2220 metri di dislivello in bici da corsa)






Scalare in bici il Colle del Nivolet (2612 metri di quota), ai primi posti per coefficiente di difficoltà nelle classifiche dei colli ciclabili, era uno dei tanti miei sogni nel cassetto. Non si tratta di un valico carrabile, in quanto, poco oltre lo scollinamento e il Rifugio Savoia, la stradella asfaltata lascia il posto ad un sentiero che scende nella Valsavarenche, in Valle d'Aosta. 
Avevo scoperto questa salita su una rivista di cicloturismo ed ero rimasta colpita soprattutto dalla sua lunghezza: 40 km da Locana. Chissà perché più le salite sono lunghe e più mi attraggono! 
Così, consultati alcuni siti meteo, i quali tutti concordemente escludevano la possibilità di pioggia per questo fine settimana, venerdì sera Marco ed io partiamo subito dopo il lavoro alla volta di Pont Canavese, dove troviamo una bella area sosta per camper, gratuita, sulla riva del torrente, in Via Soana (GPS: N45.421660, E007.600410) - 12 posti - area picnic - camper service - sosta massima: 48 ore - e addirittura fornita di colonnine per l’allaccio alla corrente. Incredibile! 
L’indomani mattina, di buon’ora, inforchiamo le nostre bici e c'involiamo alla conquista del mitico colle. Non sto più nella pelle! Mi emoziono sempre quando sono in procinto di realizzare un sogno. 
Pont Canavese (476 metri s.l.m.) è un ottimo punto di partenza, perchè mi dà la possibilità di riscaldare bene i muscoli. Infatti, da qui a Locana (613 metri s.l.m) ci separano circa 10 km di falsopiano in leggera salita e sarà soltanto da quella località che cominceremo a vedere le prime pendenze significative. C'è da dire che, al momento, il panorama non è un granchè. 
Da Sparone in avanti, mentre risaliamo il corso del torrente Orco, si susseguono i paesi e le frazioni della valle, particolarmente stretta soprattutto nella parte centrale. A Locana, entriamo nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Poco oltre Rosone, la strada attraversa una galleria non illuminata lunga 370 metri mentre il falsopiano comincia ad essere intervallato da brevi e facili salitelle. Dopo circa 14 km da Locana, raggiungiamo Noasca (1063 metri s.l.m.). Appena oltre il paese affrontiamo quattro ripidi tornanti con pendenze al 14%, procedendo poi in piano fino all’imbocco di una galleria, ben illuminata ed asfaltata, per la verità, ma rabbrividisco all’idea di respirare per 3,5 km il gas di scarico delle auto. Per di più è tutta in salita, ad una pendenza costante del 10%; molto meglio evitarla. Decidiamo, perciò, di percorrere la vecchia strada per Ceresole Reale, che si inerpica sul fianco sinistro della galleria per 4 km; all'inizio è sterrata e, seppur si tratti di pochi metri, preferisco scendere dalla bici per scongiurare il rischio di una foratura. Successivamente la carreggiata diventa nuovamente asfaltata, però in molti punti il vecchio manto stradale è mancante ed invaso da terra e pietre franate dalla montagna. Man mano si sale, la pendenza diventa più sensibile e mantenere l'equilibrio qui non è impresa da poco. Ad un tratto, tuttavia, dobbiamo per forza entrare nella galleria, immettendoci con attenzione da sinistra. Dopo circa 100 metri si potrebbe uscire di nuovo sulla vecchia strada, ma, considerate le sue pessime condizioni e visto che il traffico è scarso, decidiamo di continuare all’interno del tunnel, peraltro umidissimo, dal quale usciamo il più velocemente possibile e con immenso sollievo. Procediamo nell'ascesa, affrontando, poco prima di Ceresole Reale, un paio di stretti, irti tornanti. Poi, la pendenza si attenua e pedaliamo dolcemente fino al centro abitato (23 km da Locana - m. 1612 metri s.l.m.). Lungo la strada ammiriamo antiche dimore ed un ex Grand Hotel di fine '800, ben ristrutturati, testimonianza di un'epoca in cui questa località era la meta di un turismo elitario. Una breve discesa ci porta quasi a lambire la sponda destra di un grande lago artificiale e, superate le rare case della frazione Villa, c'inoltriamo in un ambiente alpestre vero e proprio.

In falsopiano giungiamo al borgo di Chiapili, dove il paesaggio diventa via via sempre più incantevole: non per niente il parco in cui ci troviamo si chiama Gran Paradiso! Abbiamo già nelle gambe 1000 metri di dislivello e mancano ancora 15 km al colle! Adesso, la strada che risale l'Alta Valle dell'Orco è caratterizzata da una serie infinita di curve e tornanti; le pendenze sono abbastanza sostenute e si riducono soltanto poco prima del Lago Serrù. Oltrepassiamo la chiesetta della Madonna della Neve (m 2.275 s.l.m.), ma, dopo un chilometro e mezzo, la pendenza s'inverte e perdiamo circa 100 metri di dislivello. Perveniamo, così, ad un altro bacino artificiale: il Lago Agnel. La strada passa, ora, sopra una piccola diga, tornando, poi, a salire tra immense pietraie. Seguono 14 tornanti non particolarmente impegnativi e senza dubbio il panorama da quassù dev'essere qualcosa di straordinario, ma a noi, oggi, non è dato vederlo: purtroppo, dal fondovalle sta avanzando, lungo il pendio della montagna e ad una velocità sorprendente, un'enorme massa grigia che tutto fagocita al suo passaggio, noi compresi. Arriviamo al Colle avvolti dalle nuvole. L'aria si è fatta gelida e piccole gocce di pioggia cominciano a bagnare l'asfalto. Mi riparo alla bell’e meglio dietro un'auto per togliere gli indumenti umidi ed indossare quelli asciutti, che, per fortuna, ho portato con me nello zainetto. Ho, comunque, freddo e qui non c'è un rifugio in cui riscaldarsi o rifocillarsi.


E allora giù, a rotta di collo, per la stessa strada fatta all'andata, in compagnia dei fischi delle marmotte. Scendendo di quota, il meteo migliora un po' e in un attimo siamo di nuovo al Lago Agnel. Qualche dolore nel superare i 6-700 metri di risalita all’Alpe Agnel e, quindi, ci fiondiamo verso Chiapili. Un'altra lieve asperità per ritornare al lago di Ceresole e, una volta lasciato alle nostre spalle il famigerato tunnel, che in discesa non pone alcun problema, in un tempo che pare brevissimo, raggiungiamo Locana e Pont Canavese. Non mi era mai successo di percorrere 50 km, quasi ininterrotti, di discese più o meno ardite. Un'esperienza inebriante! E' ancora presto e ne approfittiamo per fare un giretto nel borgo medievale di Pont: ecco l'Antica Via del Commercio, con i suoi bellissimi portici, e il Palazzo Borgarello, decorato in terracotta e ferro battuto. Davvero un piccolo gioiello! Passiamo, quindi, ai piedi della torre Ferranda e della torre Tellaria, che dominano il paesaggio dall'alto della roccia su cui poggiano; infine, non posso concludere la splendida giornata senza aver ingurgitato la mia immancabile vasca di gelato. E, adesso, sì che si ragiona!

mercoledì 7 dicembre 2011

10/07/2011: Anello Passo del Vivione e Croce di Salven (Lombardia) - (km 85 – 1900 metri di dislivello in bici da corsa)



(Borno – Demo – Passo del Vivione – Schilpario – Dezzo – Croce di Salven – Borno)

TRACCIA GPS: 



Il Passo del Vivione, in Valcamonica, è uno di quei valichi che ciclisti e motociclisti desiderano scalare almeno una volta nella vita. Sarà per la strada che sale quasi interamente all’ombra di un bosco rigoglioso, sarà per la sua lunghezza,  per i borghi antichi che si attraversano, per le cascate, i ruscelli, la pace che, dicono, si respiri qui (sic!); insomma, ci sono tante ragioni che lo rendono speciale e lo contraddistinguono dagli altri. La mia curiosità è davvero tanta! Ho deciso di fare il giro antiorario, per affrontare la salita al Passo dal versante migliore, che, a detta dei più, è quello camuno. Perciò, partendo da Borno, in Valcamonica, il nostro itinerario inizia subito in picchiata. Un improvviso e simpatico messaggio al cellulare mi strappa un sorriso, che mi rimarrà stampato sul volto come un’ebete lungo i 10 km di discesa fino a Malegno. La strada è tranquilla, esposta al sole; mi sento bene nel fisico e nello spirito. Subito dopo il passaggio a livello svoltiamo a sinistra, superiamo il ponte sul fiume Oglio e prendiamo la statale per Edolo e Ponte di Legno, che sale in leggera pendenza per circa 30 km, lungo la Valcamonica, sino al bivio per Forno Allione, da dove inizia la salita vera e propria al Vivione. Questo è il tratto più odioso, noioso e trafficato, però non c’è alternativa, lo dobbiamo subire. La strada, pur essendo a doppia corsia, è piuttosto stretta ed è impossibile ignorare il via vai di auto e soprattutto di moto. Che strazio! Di tanto in tanto scruto l’orizzonte nella speranza di scorgere qualche indicazione stradale e, dopo un tempo che mi pare interminabile, finalmente scorgo il cartello tanto agognato. Con immenso sollievo giro a sinistra, supero di nuovo il passaggio a livello e il ponte sul fiume Oglio, imboccando una stradina che inizialmente sale in mezzo ai prati e la cui larghezza massima è di 2,5 metri.
Il sollievo dura poco. Purtroppo anche qui l’andirivieni di moto è abbastanza sostenuto. Chissà perché credevo di essermi liberata dai motociclisti! Non che ce l'abbia con loro, anzi, se presi singolarmente o a piccoli gruppi, mi sono pure simpatici, ma quando sono troppi fanno davvero un gran bordello e il pericolo di farsi male è reale, soprattutto su questo stretto nastro d'asfalto. Per la verità non sono tutti uguali, ci sono quelli che guidano tranquilli e con prudenza, godendosi pure loro con calma il paesaggio e poi ci sono quelli indiavolati, che credono di correre in pista e fanno ruggire i motori, tagliano le curve e te li trovi di fronte all’improvviso. Più di una volta mi hanno sfiorata, nonostante io strisciassi come una biscia lungo il muro alla mia destra. A parte questo, i 20 km di salita da Forno Allione al Passo sono molto suggestivi: quando il traffico cessa e il rombo dei motori si allontana, possiamo pedalare nel bosco silenzioso ascoltando il gorgogliare dell'acqua del torrente e delle cascatelle. Per i primi 15 km la strada si snoda con pendenze tra il 6 e l'8%, quindi non particolarmente impegnativi, fino ad un pianoro, dopo il quale la salita diventa costantemente severa e il bosco più rado. Superato un ponte su un torrente impetuoso, alcuni tratti al 13% mi danno un po' di filo da torcere, ma mi distraggo guardando una bella cascata. Procediamo sul ripido pendio della montagna, lungo una strada tagliata nella roccia: sulla sinistra si apre un inquietante burrone, oltre ad una bella vista retrospettiva sulla Val Paisco. All'improvviso sbuchiamo in una grande sella rivestita di prati e boschetti, ma la pendenza non accenna ad attenuarsi, mantenendosi ben tosta fino a poche centinaia di metri dal rifugio. L'ambiente qui è selvaggio, con cime aspre e ampi valloni che discendono verso il valico. Sicuramente l’ascesa a questo Passo, compiuta in un giorno feriale, mi avrebbe dato un piacere diverso; purtroppo, non sempre si è liberi di scegliere e così, quando scollino, ignoro le decine di moto parcheggiate davanti al rifugio e la confusione creata dai loro cavalieri, fermatisi per il pranzo. E’ giusto mezzogiorno, la fame già da tempo si faceva sentire e lo stomaco adesso reclama. Ci spostiamo in un angolo più tranquillo e sbraniamo i nostri panini seduti sull’erba del prato. Nel frattempo il cielo si è annuvolato. In montagna il tempo è sempre così imprevedibile! Meglio non perdere troppo tempo, perché ci aspetta un’altra salita. Indossiamo il k-way e scendiamo dal versante opposto verso Schilpario. La discesa è lunga e anche qui la strada, almeno inizialmente, è molto stretta, con imponenti precipizi che fanno rabbrividire; se mi distraggo troppo potrei avere il piacere di provare l’ebbrezza del volo; ci sono tratti veramente pericolosi e le protezioni sono pressoché assenti. Scendiamo affrontando numerosi tornanti, attraversando pascoli e boschi, finchè, dopo 12 km, arriviamo a Schilpario. Giunti ad un bivio, anziché proseguire dritto sulla statale per Dezzo, giriamo a sinistra, superiamo il ponte sul fiume e prendiamo la strada a destra per Pradella e Azzone, una via alternativa e parallela alla statale, ma meno trafficata e più gradevole, la quale, dopo 8,5 km incrocia la Via Mala che da Boario Terme sale a Dezzo. E' proprio qui che, circa 90 anni fa, arrivarono 6 milioni di metri cubi d'acqua fuoriusciti dalla diga del Gleno, crollata poche settimane dopo il suo riempimento. L'acqua giunse fino al lago d'Iseo, seminando morte e distruzione al suo passaggio. Con questi sinistri ricordi perveniamo all’incrocio, ignoriamo la strada che sale al Passo della Presolana e proseguiamo verso sud per qualche decina di metri. Al bivio successivo giriamo a sinistra, superiamo il ponte sul torrente e iniziamo la salita alla Croce di Salven, che ho già percorso un paio di volte in solitaria. Sette chilometri non particolarmente impegnativi, belli dal punto di vista paesaggistico e soprattutto tranquilli. Finalmente le orecchie hanno la possibilità di riposare e noi di rilassarci, prima di arrivare al parcheggio della funivia di Borno, dove io e Marco abbiamo abbandonato il camper questa mattina e dove concludiamo il nostro bell’anello di 85 km e 1900 metri di dislivello. Una doccia, un gelato e un giro a piedi nel grazioso centro storico del piccolo borgo sono la degna conclusione di una giornata tutto sommato appagante, centauri a parte.