Il vero viaggiatore sa che il viaggio è importante quanto la meta. Anzi spesso di più, perché esso è movimento, trasformazione, conoscenza. Tuttavia egli, raggiunta la meta, sa come goderla; la vive, e poi, quando vuole, riparte verso un'altra destinazione.

sabato 23 novembre 2013

08/09/2013: NEL PIACENTINO, OSPITI DELLA B.F.T. BURZONI

(Dalla Val Trebbia alla Val Tidone:  86 km – 1310 metri di dislivello, in bici da corsa)

A destra, Alberto Burzoni e la figlia Arianna
Ogni anno e ormai da un po’ di tempo a questa parte, la famiglia Burzoni di Piacenza invita i componenti del gruppo ciclistico OMPG a trascorrere una giornata in sua compagnia. Il programma prevede una pedalata sui colli piacentini con alcuni rappresentanti della B.F.T. Burzoni (società che, dagli anni ’70, opera nel settore dell’utensileria meccanica nonché nel commercio di macchine utensili) e un pranzo dalla stessa offerto. Da amante della solitudine quale sono, non vi avevo mai aderito, ma c’è sempre un’eccezione alla regola e stavolta la curiosità aveva avuto il sopravvento. L’idea di andare alla scoperta di un territorio, quello appenninico, che poco conoscevo, scortata da ciclisti del posto, tutto sommato mi allettava. E così avevo colto l’occasione, del tutto ignara della serie di situazioni a dir poco rocambolesche a cui sarei andata incontro.
Alle 6:00 di un’umida domenica di settembre, pertanto, mi ritrovo puntualmente nel cortile delle Officine Meccaniche O.M.P.G. di Cividino. Oltre a me, sono presenti altri 11 dei 15 partecipanti all’evento, pronti alla partenza. Abbiamo addirittura la scorta di due moto, guidate da un paio di dipendenti della suddetta azienda bergamasca. 
Nessuno brontola con i ritardatari e nemmeno se la prende quando una parte della truppa, distrattamente, procede dritto verso Verona, sulla A4, anziché deviare sulla A1 per Piacenza. La nostra sosta nell’Autogrill di Cremona si prolunga di parecchi minuti per consentire ai disertori di raggiungerci. Giampaolo, direttore commerciale della B.F.T. Burzoni e, oggi, nostra guida ciclistica, ci aspetta per le 7,30, ma è evidente che non riusciremo ad essere in orario. Ammiro il controllo e la correttezza di Pierino, il nostro boss, che non batte ciglio quando i piani organizzativi vengono stravolti dai casinisti di turno e nemmeno addossa loro la colpa del ritardo, quando Giampaolo lo incalza con garbo al cellulare. Che siano questi i segreti del successo? 
Val Trebbia
Dunque, se non ho contato male, siamo 18 eterogenei ciclisti e questa nostra diversità metterà ancor più a dura prova la pazienza dello sventurato Giampaolo nelle ore a venire. Il poveruomo, indotto dal suo senso di responsabilità a fare la spola tra l’inizio e la fine del gregge, al termine della giornata si ritroverà nelle gambe il doppio dei nostri chilometri e del nostro dislivello. Eppure, tutte le sue attenzioni non varranno ad evitare, prima della conclusione del giro, lo smarrimento di una pecorella, con le ovvie conseguenze. Ma di questo parlerò più avanti. Nel frattempo abbiamo raggiunto Gazzola e la splendida, immensa proprietà dei Burzoni. Il padrone di casa ci accoglie con molta familiarità e semplicità, venendoci incontro preceduto da una coppia di eleganti pastori tedeschi. Se la prima impressione è quella che conta, devo dire che quella da me provata supera ogni aspettativa. Ci offre del tè e non so che altro, perché, mentre i miei compagni giustamente ne approfittano, io dispenso coccole e carezze ai due bellissimi cagnoni, ricevendo in cambio una sublime leccata all’orecchio. 
Pietra Perduca
Ma adesso è ora di cambiarci e partire, la Val Trebbia ci aspetta. Si va verso sud e subito iniziano i saliscendi a cui noi bergamaschi montanari non siamo abituati. I garretti si lamentano un po’, ma li ignoro … passerà. Intanto la moto-staffetta ci scorta lungo il percorso e i due operai dell’OMPG, a bordo del Vespone, filmano e immortalano la nostra sofferenza senza pietà. Non trascorre molto tempo prima che qualcuno annunci l’attacco imminente della salita: 12 chilometri e 480 metri di dislivello, quindi molto dolce. La strada si restringe e la fila si allunga, per poi sfilacciarsi piano piano. Rimango con Pierino, Vincenzo e due giovani dipendenti della Burzoni. 
Siamo ai margini dell’Appennino Emiliano, in un ambiente caratterizzato da morbide colline argillose. Il panorama, man mano si sale, diventa sempre più grandioso e spettacolare. Un enorme masso, che si erge alla nostra sinistra, attrae la mia attenzione. Giampaolo 2, che oggi sarà il mio angelo custode e la mia guida turistica, mi informa che ci troviamo nella zona delle “Pietre”; quella che sto osservando in questo momento è la Pietra Perduca e si riconosce dalla chiesetta che vi è stata eretta, ma ce ne sono altre nei dintorni, come la Pietra Parcellara, che troneggia, anch’essa solitaria e dall’alto dei suoi 836 metri, sul paesaggio circostante. Intorno a noi predomina il colore della terra in tutte le sue tonalità, dall’ocra al marrone. I passaggi in cresta, poi, sono meravigliosi, sebbene la strada sia spazzata da un forte vento che piega la bici lateralmente ed io sia più concentrata a mantenere l’equilibrio che a guardarmi attorno. 
Passo Caldarola
Al colle, che scoprirò, poi, essere il Caldarola (738 metri alt.), attendiamo di ricomporre le fila, ma, visto che la sosta va per le lunghe ed essendo ormai risaputo che in discesa io sono una cosa indecente, chiedo il permesso di avviarmi verso Pecorara. Un tal Giancarlo, che afferma di non brillare molto più di me come discesista e che conosce i luoghi, si offre di farmi compagnia. Scendiamo, quindi, insieme i dolci tornanti, ma, ad ogni bivio, ci fermiamo, per ripartire non appena qualcuno ci raggiunge e che, a sua volta, rimane ad aspettare coloro che ancora mancano all’appello, così come da disposizioni saggiamente impartite da Gianpaolo. Quest’ultimo, infine, ci precede per indicarci una via che si stacca alla nostra sinistra e che rappresenta la seconda asperità della giornata. Se non ho capito male, questa dovrebbe essere la salita di S. Remigio; è lunga soltanto 4 km, ma presenta delle rampe irtissime nell’ultimo tratto. Poco prima di scollinare inizia a piovigginare. Fidandomi delle previsioni meteo favorevoli, non ho portato con me il k-way. Poco importa, non fa freddo, anzi. Però, con l’asfalto viscido, dovrò essere ancor più prudente quando scenderò dall’altro versante.
Val Tidone
Onde evitare ulteriori perdite di tempo, al colle non mi fermo con i miei compagni e, seguita da alcuni di essi, inizio a planare lentamente verso Nibbiano e la Val Tidone, fino all’incrocio con la statale 412. Qui dovremo essere tutti riuniti prima della galoppata finale. L’attesa si prolunga, pare che qualcuno abbia forato. Giancarlo si avvia con calma ed io lo seguo, venendo, poi, raggiunti e risucchiati dal resto del gruppo. “E’ un falsopiano in discesa pedalabile”, aveva annunciato Giampaolo con entusiasmo, già pregustando l’ebbrezza della corsa. Di certo non mi aspettavo una simile carica. Marciano intorno ai 50 km/h, una velocità supersonica per me e a cui non sono preparata. L'avanzata impetuosa della cavalleria mi coglie di sorpresa, non riesco ad allineare prontamente il mio passo al loro. Che imbranata! E’ un attimo ed inevitabilmente mi stacco. Mi dispiace essere quella che rompe le uova nel paniere, però è con sollievo che vedo il capo banda venirmi incontro per portarmi in salvo. Poi, invece, cambia idea e torna verso il gruppo per rallentarne la marcia. Una volta rientrata, ecco che si riparte ancora a tutta. Stavolta non mollo, neanche sui saliscendi che incontriamo dopo aver attraversato il ponte sul torrente Tidone. Mi accorgo con sorpresa che sto andando davvero bene e la cosa comincia a piacermi, ma ad un certo punto qualcuno si accorge che Federico non è più con noi. Parapiglia generale. Evidentemente al bivio, anziché attenderci, l’indisciplinato ovino ha tirato dritto e il povero Giampaolo, che senz’altro oggi avrebbe preferito essere altrove, dopo averlo rintracciato telefonicamente, è costretto ad andare a recuperare pure lui per riportarlo sulla retta via. Grande Giampaolo! Un controllo invidiabile anche da parte sua. Soltanto un impercettibile movimento delle labbra ha fatto trapelare la sua contrarietà. Nel frattempo Giampaolo 2, Giancarlo ed io decidiamo di proseguire con un’andatura più umana, mentre gli altri attendono il rientro del disperso. La strada adesso segue un percorso ondulato, ma con Giampaolo 2 che ci taglia l’aria e viaggia ad una velocità ideale per me, è uno spasso. Lungo i 15 km che mancano all’arrivo a Gazzola, ci perdiamo Giancarlo almeno 5 o 6 volte. Ridiamo e rallentiamo per consentirgli ogni volta di raggiungerci. 
Castello di Rivalta
Ecco il magnifico castello di Rivalta, la strada percorsa con il furgone stamattina e la via privata che sale alla tenuta dei Burzoni. Vedo due figurine venirci incontro sorridendo ed intuisco essere la moglie e la figlioletta del mio angelo custode. Adesso capisco la sua voglia di arrivare! Il Sig. Burzoni, che di nome fa Alberto, dopo aver offerto gentilmente un bicchiere d’acqua a me e a Giancarlo, mi scorta verso la zona piscina, dove posso farmi una bella doccia, fresca e tonificante. Quando arrivano gli altri sono già bell’e pronta. Poi tutti a tavola sotto il porticato. Mister Alberto, è rammaricato: il brutto tempo non gli ha permesso di allestire la tavolata nel grande giardino, in mezzo al verde. A me sembra bellissimo anche qui: dalla mia posizione, la vista spazia sulla pianura sottostante e si perde lontano, verso l’orizzonte sfocato. Pranzare così, dominando dall’alto un panorama tanto vasto, mi dà un senso di infinito, di pace ... nonostante i 45 vivaci commensali. Con noi e per la gioia dei miei compari, ci sono anche le simpatiche ragazze della squadra di volley sponsorizzata dalla B.F.T. Burzoni. Una bella compagnia, tenuta allegra soprattutto dal padrone di casa, un personaggio unico, un grande come pochi, e dall’estroversa figlia Arianna: un fiore di donna, alta, attraente e spiritosa, ma senza dubbio anche intelligente e determinata, se il padre l’ha voluta al suo fianco nella conduzione dell’impresa. 
Pierino Gavazzeni
Riccardo Gavazzeni
Si brinda un po’ a tutti, ma soprattutto all’OMPG, alla quale il mitico Alberto rende omaggio con un bellissimo elogio, meritato e che condivido, non dimenticando di menzionarne anche i dipendenti, che contribuiscono con il loro lavoro al successo dell’azienda. In due parole racconta la storia dei tre ragazzi, che dal nulla hanno creato una grande officina meccanica nel bergamasco. Forse un po’ si riconosce in loro, essendo anch'egli, come i fratelli Gavazzeni, figlio di contadini. Uomini semplici ed umili, orgogliosi delle proprie origini, che hanno lavorato duramente e di cui essere fieri; tra i pochi che, in questi anni di marasma, riescono a reggere la crisi economica e godono di grande credibilità, non solo in Italia, ma anche all’estero. Uomini dove una stretta di mano ha ancora un valore e dai quali si ha molto da imparare.

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