Il vero viaggiatore sa che il viaggio è importante quanto la meta. Anzi spesso di più, perché esso è movimento, trasformazione, conoscenza. Tuttavia egli, raggiunta la meta, sa come goderla; la vive, e poi, quando vuole, riparte verso un'altra destinazione.

sabato 26 ottobre 2013

13/08/2013: anello PASSO DELLO STELVIO da Prato allo Stelvio, in bici da corsa (BZ)


(89 km e 1922 metri di dislivello)

Parcheggiamo i nostri mezzi qualche chilometro dopo Silandro, in un ampio spiazzo di fianco ad una chiesa. Siamo in Val Venosta, al cospetto di sua Maestà lo Stelvio. Bruno sostiene che i 6-7 km, risultati poi 13, che ci separano da Prato allo Stelvio (915 metri s.l.m.), ci serviranno per scaldare i muscoli. Verissimo, se non fosse che i tratti in discesa, al ritorno, ce li troveremo in salita e, a quel punto, saranno dolori. Ma non è il caso di pensarci adesso. Ci immettiamo, quindi, nella bella pista ciclabile e filiamo veloci verso la nostra meta. Il cielo non promette niente di buono; non riusciamo a capire se si stia aprendo o chiudendo. Alcune gocce bagnano l'asfalto, ma non ci badiamo. Per ora non è possibile fare previsioni. 

In paese, all'incrocio, giriamo a sinistra e procediamo in fila indiana verso il Passo dello Stelvio (2758 metri s.l.m.), che è il valico automobilistico più alto d’Italia. Ci aspettano 24 km di salita, 1.808 metri di dislivello e ben 48 tornanti. La temperatura è buona … l'umore ancor di più. Davvero non so dove trovino certe battute i miei compagni d'avventura. Di sicuro c'è solo una cosa: se continuano così non riuscirò mai ad arrivare in cima. La gregnarola ormai è partita. Con la mano sulla pancia che duole dal troppo ridere, cerco di tenere il ritmo, ma la vedo dura … Per fortuna ci pensa la fatica a spegnere lo spirito e il fiato corto a mettere a freno la lingua. Dopo circa 8 km pedalabili, infatti, superato il bivio per Solda, iniziano i tornanti e la pendenza aumenta all’8-9%. 
Piano piano il gruppetto si sfilaccia. Federico prende il volo, seguito a ruota da Roberto. Bruno mette la ridotta e perde un po’ terreno. Pierino mi scorta, da gran cavaliere, anche se potrebbe fare molto meglio. Pausa tecnica di Pierino a Trafoi. Lo aspetto e, nel frattempo, ci raggiunge Bruno. Ripartiamo tutti e tre tranquilli, rimanendo insieme per un buon tratto. Poi, quando la strada entra nel bosco, nel punto più ostico della salita, io e Pierino guadagniamo qualche metro su Bruno, che, comunque, resterà, più o meno fino alla fine, a portata di voce … o quasi. Oggi sta andando bene il nostro presidente. Ad un certo punto ci supera una ragazza, magrissima e agilissima. Ogni tanto si ferma, fa qualche scatto con la fotocamera e poi riparte veloce, senza mostrare fatica alcuna. Continuerà così per tutto il resto dell’ascesa. Io, invece, più salgo e più boccheggio come un pesce fuor d’acqua; sarà per l’aria che, oltre una certa quota, si fa più rarefatta, sarà per la pendenza che non molla mai, sarà che non ho più il fisico … o forse tutte e tre le cose. Ma quando Pierino, che evidentemente prova le mie stesse sensazioni, esprime verbalmente quello che io sto solo pensando, sorrido. Come si dice, mal comune, mezzo gaudio …. 
Foto di repertorio
Ed eccola lì, davanti a noi, la lunga e tanto fotografata sfilza di tornanti che si srotolano, uno dietro l’altro, sull’irta parete della montagna; infiniti ed incredibilmente belli. Cerco di mantenere passo e respiro regolari, concentrandomi sui tornanti che piegano verso destra, alcuni dei quali così stretti e ripidi da impedirmi di far scorrere le ruote sul margine della strada; con il via vai di auto e moto, non sempre riesco prenderli con una traiettoria più ampia e la curva si raddrizza. C’è da dire che, da queste parti, guidano tutti con molta prudenza ed hanno rispetto per noi ciclisti. 
Spesso e volentieri, però, mi ricordo anche di alzare gli occhi sullo splendido scenario circostante. Protagoniste incontrastate sono le cime innevate del massiccio dell’Ortles (3905 metri s.l.m.) che si estendono alla nostra sinistra, vicinissime ed abbaglianti. Vedo chiaramente anche il valico, lassù, al termine del lungo biscione. All’improvviso sento qualcuno gridare il mio nome. E’ Roberto, che m’incoraggia dall’alto della sua postazione. Altre voci si uniscono a quella del nostro compagno, le ovazioni aumentano. Ma chi è che fa tutto questo chiasso? Mentre mi avvicino, scorgo alcuni motociclisti che, presi dall’entusiasmo, ci stanno incitando a loro volta. Così, al Passo, io e Pierino ci arriviamo tra gli applausi della folla esultante. Rido divertita, con il poco fiato che mi è rimasto. Che bello il tifo degli amici! Chissà se anche il nostro presidente lo apprezza … Noi ce la mettiamo tutta per incoraggiarlo, mentre risale la china con il suo passo tranquillo. Dal nostro punto di osservazione lo seguiamo con lo sguardo, fiduciosi, finchè anche l’ultimo tornante è alle sue spalle, lo Stelvio conquistato. Grande Bruno … ce l’hai fatta anche stavolta! E certo non possiamo andarcene senza una foto ricordo. Grazie al cellulare di Federico, ci facciamo immortalare da un turista e pazienza se queste fotografie, come quelle scattate sul Mortirolo da Alessandro settimana scorsa, non avrò mai il piacere di vederle. Le belle emozioni rimangono nel cuore e sono indelebili. 
Indossiamo il k-way e scendiamo verso il versante opposto, ma soltanto per circa 3 km. Al primo bivio, infatti, giriamo a destra e risaliamo brevemente verso il Passo dell’Umbrail (2501 metri s.l.m.). O meglio io risalgo, mentre gli altri si fermano. Torno indietro anch’io, non si sa mai, magari hanno cambiato il programma. No, è tutto a posto. Bruno deve soltanto acquistare qualcosa. Allora io posso approfittarne per portarmi avanti nella lunga discesa che in 16 km mi depositerà a S. Maria in Monastero (1375 metri s.l.m.), in territorio Svizzero, e per godermi con calma questo paesaggio, selvaggio e magnifico. 
Curve e controcurve. Perdo velocemente quota e supero senza problemi un paio di chilometri sterrati. Una volta uscita dall’angusto canalone, la vista si allarga sulla splendida e luminosa Val Mustair. Che panorama! Dolci declivi ricoperti da pinete, prati verdissimi punteggiati da minuscoli e curati paesini con i tipici campanili a punta, il profilo di alte montagne che si staglia all’orizzonte. Sembra una cartolina e invece è una bellissima realtà dalla quale non riesco a distogliere lo sguardo. Anche qui, una lunga serie di stretti tornanti, ma questa strada è deserta, per fortuna, così li posso affrontare con tutta tranquillità. A S. Maria attendo una decina di minuti. Chissà dove sono finiti gli altri … 
Vabbè, Glorenza dista 14 km, posso continuare ancora un po’. I miei compagni mi raggiungeranno lungo la strada e non avranno misericordia. Svolto a destra e procedo in leggera discesa verso Sielva e Mustair. Rallento alla dogana, ma i funzionari non mi degnano di uno sguardo. Rieccomi in Italia. Poco dopo, lo spostamento d’aria, come sempre, mi annuncia l’arrivo di Bruno, seguito da Federico e Roberto. Pierino gentilmente mi aspetta, ma, improvvisamente, vengo investita da un vento impetuoso che mi fa traballare sulla bici. Riduco la velocità per mantenere l’equilibrio e Pierino non se ne avvede. Perdo terreno e mi ritrovo da sola a lottare contro le raffiche violente. Ma per poco. Gli amici si vedono nel momento del bisogno e Roberto, mosso a pietà, si ferma, mi attende e poi si piazza davanti a tagliare l’aria finchè non raggiungiamo gli altri. A Glorenza (907 metri s.l.m.), piccolissimo gioiello medievale, imbocchiamo la pista ciclabile ad una velocità da far rizzare i capelli ai poveri cicloturisti che superiamo. Così, giunti a Prato allo Stelvio, dopo 7 km di batticuore, conveniamo che forse sia meglio ritornare sulla statale. E’ trafficata e, com’era prevedibile, adesso i tratti in leggera salita, fatti a tutta per non perdere il gruppetto, mi fan tirare la lingua per terra. I miei amici devono avere una fame del diavolo per correre così. Il tempo si dilata, gli ultimi 13 km sembrano non finire mai. Anche Bruno è leggermente in crisi … l’energia ormai si sta esaurendo. Ma ecco la chiesa, il piazzale, il furgone. Alleluia! E’ fatta e il meteo ci ha graziati, regalandoci una giornata stupenda. Sono circa le due del pomeriggio quando, cambiati e rinfrescati grazie alla provvidenziale tanica d’acqua, munita pure di rubinetto, portata da Pierino, lasciamo il parcheggio per andare alla ricerca di un ristorante. Perché, va bene far fatica, ma è anche vero che, poi, ci vuole una giusta ricompensa e quella che soddisfa il palato ci trova sempre tutti d’accordo.



domenica 20 ottobre 2013

03/08/2013: ANELLO EDOLO – APRICA – MORTIROLO - EDOLO in bici da corsa


(89 km – 1861 metri di dislivello)

Alle 5,30 di un sabato caldo e afoso di inizio agosto, in seguito alle disposizioni impartite dall’alto, mi ritrovo seduta sul furgone tra Pierino e Roberto. Sull’auto davanti a noi, a fare da apripista, Bruno, il vigile Pagani e il giovane Alessandro. Neanche il tempo di fare due parole e siamo a Edolo, in Valcamonica. Incredibile come voli il tempo a volte. Nel solito caos dei preparativi, mi scappa l'occhio su un borsone nero appoggiato accanto ad una vettura parcheggiata poco distante. Leggo ad alta voce “Team Tex” e tutti si girano ad osservare l'amico Francesco, testimone, suo malgrado, della nostra cagnara. Lui farà un giro molto più impegnativo del nostro: affronterà i due mostri, Gavia e Mortirolo dai versanti più ostici. Noi ci accontentiamo del Passo dell'Aprica e del Mortirolo o Passo della Foppa. Uno scambio di auguri e, poi, partiamo. E' la prima volta che salgo all'Aprica in bici. Questa strada l'ho sempre percorsa in discesa, durante la Granfondo Giordana, ex Pantani, concentratissima tra migliaia di ciclisti, e non ho mai badato alla sua difficoltà. Come al solito, ci pensa Bruno a delineare lunghezze e pendenze. Sa tutto quell'uomo: non per niente è il nostro presidente. Ci mettiamo ordinatamente in fila indiana. 
Qui non si scherza, il traffico è già sostenuto di prima mattina. Il buonumore, però, non manca mai ai miei compagni. Le battute spiritose e le risate si sprecano lungo questa salita, che si addolcisce sempre più man mano procediamo verso il Passo. I 500 metri di dislivello, distribuiti su una lunghezza di 15 km, in effetti, sono una passeggiata e servono, per lo più, come riscaldamento per quello che sarà il vero traguardo della giornata, ovverosia il famigerato Mortirolo. 
Pur non trovandoci ad una quota particolarmente elevata, il clima qui è gradevole. Per noi padani che, in questi giorni, siamo alle prese con la Canicola africana e temperature attorno ai 40° C, è un sollievo poter pedalare con l'aria fresca sulla pelle. Una volta scollinati, dobbiamo attraversare il centro incasinato di Aprica. Alberghi, ristoranti, negozi, auto e turisti a zonzo. Ci togliamo in fretta dalla baraonda e scendiamo verso la Valtellina. Come da copione, rimango presto sola ad affrontare la lunga e contorta discesa. I miei compagni si lasciano andare alla forza di gravità e spariscono alla mia vista. Bruno, però, prima si accerta che io conosca il bivio per Stazzona. No, mi dispiace, fin lì non ci sono mai arrivata. Li ritrovo tutti quanti in attesa all'imbocco della stradina che si stacca sulla destra. Scendiamo ancora e, finalmente, dopo 12 km di sensi di colpa, prima del ponte sull'Adda, giriamo a destra, costeggiando il corso d'acqua per 6 km fino a Tirano. Entriamo nel centro trafficato e, al crocevia, ci immettiamo sulla statale 38 per Mazzo. Percorsi 10 km battutissimi da ogni genere di veicolo e affrontati alcuni odiosi rettilinei in salita, arriviamo ai piedi del mostro. Da qui non si scappa. Certo che sono un'incosciente! L'invito del mio gruppo è arrivato ieri, all'improvviso, ed io, nonostante lo scarso allenamento delle ultime due settimane, non me la sono sentita di rifiutare. Queste salite da leggenda hanno una grande attrazione su di me. Ce la devo fare comunque. Parto decisa, senza indugi, inerpicandomi su per le strette vie del paese, che lascio presto alle mie spalle per entrare nel bosco. 
Davanti a me ho 12,4 km e 1300 metri di dislivello da superare, ma, quello che più fa rabbrividire, è la pendenza media del 10,5%, una delle più alte d’Europa. Mi sorpassa il vigile Pagani e, poco dopo, Roberto, con suo figlio Alessandro. 
Pierino evidentemente ha deciso di farmi compagnia, mentre Bruno vuole gestire al meglio le sue risorse. Dopo qualche minuto, al nostro richiamo non fa più seguito l'eco del presidente. Nessuno si preoccupa: è un osso duro, del tipo “barcollo, ma non mollo” e non è uno sprovveduto, sa quello che fa. La strada è quasi deserta e, a quest'ora, quasi tutta all'ombra. Si sta bene, a parte il fiato un po' corto. Il cielo è limpidissimo e, strano ma vero, ogni tanto riesco anche ad alzare gli occhi dall'asfalto per guardare il panorama, che è meraviglioso. L'anno scorso ero arrivata qui con 120 km e un Gavia già nelle gambe … il panorama era l'ultimo dei miei pensieri. Oggi, invece, me lo posso godere con più tranquillità, sebbene le rampe non diano tregua. I tornanti sono 33 e numerati in ordine decrescente. Pedalo sempre seduta, dosando le forze e mantenendo regolare il respiro, finchè, come una liberazione, lascio dietro di me il tratto più duro, che, più o meno, va dal 3° al 9° chilometro, con pendenze che, in alcuni tratti, toccano il 20%. 
In corrispondenza del monumento dedicato a Pantani, ritroviamo Roberto e Alessandro ad attenderci. Pierino si ferma per una foto. Io, invece, tiro dritto; della serie “chi si ferma è perduto”. Vengo, comunque, riacchiappata e sorpassata nel giro di pochi minuti. Per la verità, i miei compagni non si allontanano di molto, tant’è che, ad un certo punto, li vedo alzarsi sui pedali e partire per lo sprint finale. Ma dove vanno che mancano ancora due chilometri? Per forza poi arrivano al traguardo stravolti! Non che io stia meglio, però ce l’ho fatta anche stavolta. E’ il mio terzo Mortirolo e ogni volta dico che sarà l’ultima. Ritroviamo il vigile intento a scambiare due chiacchiere con altri ciclisti; lui al Passo ci è arrivato tre quarti d'ora prima di noi. C'è chi può … Abbandonate le bici sul prato, ci stendiamo al sole scrutando l'orizzonte. Passa il tempo e tutto tace. Pierino non ha dubbi: il nostro uomo ce la farà e senza mettere piede a terra. E, infatti, ecco spuntare un casco dietro la curva. E' lui, è lui. Ci alziamo di slancio e andiamo ad accoglierlo a bordo strada. Peccato non ci siano i campanacci ad accompagnare il nostro tifo. Bruno … uno uno uno. Risponde all'eco ed ha ancora fiato per mandarci a quel paese. Anche lui dice, convinto, che questo sarà il suo ultimo Mortirolo. Gli crediamo? Foto e video ricordo, custoditi gelosamente da Alessandro, e poi scendiamo verso Monno. Caspita, 18 km di discesa! Per i miei compagni sarà un supplizio aspettarmi. Una fontanella a metà strada viene in mio soccorso e, mentre loro si fermano a rinfrescarsi, io riesco quasi a raggiungere il fondovalle prima che mi riacciuffino. Uno spostamento d'aria mi annuncia l'arrivo di Bruno. Non provo neanche a seguirlo: in discesa non lo batte nessuno. Ma è lui che ci attende in paese e insieme andiamo a recuperare il furgone. Alessandro, che si è aggregato quest’oggi unicamente dietro promessa di una super porzione di pizzoccheri, ci mette il fuoco al sedere e, in men che non si dica, ci ritroviamo con le gambe sotto il tavolo di un ristorante. Ovviamente questa non è la patria dei pizzoccheri, ma i miei amici non si scompongono e trovano subito un’alternativa. Loro sono di bocca buona, io un po’ meno. Però, a questo punto, l’appetito ha raggiunto livelli esorbitanti e quegli gnocchi fumanti che mi ritrovo nel piatto hanno un profumo davvero invitante. Quel che conta, alla fine, è che tutto sia condito con una buona dose di risate ed allegria, e quelle ci sono sempre in abbondanza.

giovedì 3 ottobre 2013

20/07/2013: PASSO DEL BROCON da Strigno (TN) in bici


(km 59 – 1493 metri di dislivello)

Una vacanza tra le province di Vicenza, Treviso, Belluno e Trento in bici e camper
(7° ed ultimo giorno)

In mattinata, “leviamo le tende” da Arsiè per portarci, con il camper, a Strigno, in Valsugana. Il paesino dista soltanto 28 km, ma passiamo dal territorio veneto a quello trentino. Una delle differenze tra le due regioni, che qui salta subito all’occhio, è l’abbondanza di fontanelle. Avevo adocchiato su un sito web un anello interessante di 100 km e 2600 metri di dislivello da percorrere con una mountain bike per la presenza di molto sterrato. Un itinerario attorno a Cima d’Asta che comprende due valichi: il Passo del Brocon (1616 m slm) e il Passo Cinque Croci (2016 m slm).
Al Passo del Brocon ci si può arrivare da diverse vie. Noi, a caso, scegliamo di salire da Strigno. Se avessi saputo, però, che l’ascesa effettuata dalla vicina Grigno era più spettacolare, adesso non mi rimarrebbe il rimpianto per un’occasione persa. Peccato che non mi sia informata meglio prima di partire. In ogni caso, a Pieve Tesino, le due strade si ricongiungono e, da quel punto in avanti, si aprono, comunque, bellissimi panorami sulla Valsugana e sulla Cima d’Asta. 
La salita è lunga 31 km, ma non impegnativa e adatta a qualsiasi cicloturista. Purtroppo è abbastanza trafficata e battuta soprattutto dai motociclisti, in quanto il Passo del Brocon collega la Valsugana con la Valle del Vanoi. Continuando, poi, si può raggiungere, da una parte, il Passo Rolle e le Pale di San Martino, mentre, dall’altra, Agordo e il Monte Civetta, nonché il Passo Duran, ecc. ecc. Non c’è ombra su tutta l’ascesa e le temperature anche oggi sono molto alte. A Pieve Tesino la strada scende per un paio di chilometri e poi riprende a salire tra prati fioriti e pinete, ma, essendo quest’ultime un po’ distanti, non possiamo beneficiare della loro ombra. Il bellissimo panorama sulla conca tesina e su Cima d’Asta aiuta, però, ad alleviare il senso di fastidio che l’afa procura. Raggiungiamo un alpeggio, nonché gli impianti di sci, e continuiamo dritto. Strano, ma vero, al Passo ci si arriva percorrendo un falsopiano in discesa di circa 3 km. 
Di certo non mi aspettavo una vista così spettacolare sulle dolomiti bellunesi, immense e maestose. Magnifiche! Sono proprio le Pale di San Martino, le riconosco, e ci danno il benvenuto al Passo del Brocon. Adesso, però, viene il bello, perché Marco sembra rendersi conto solo in questo momento di quello che ancora ci aspetta. A dir la verità nessuno di noi sa esattamente come proseguirà il giro. Io so soltanto che abbiamo davanti ancora circa 60 km, di cui gran parte sterrati, un altro passo con 1300 metri di dislivello, senz’altro un bel po’ di discesa e … ancora tante ore di luce. Mi chiedo perché Marco sia così titubante. 
Sarà per mancanza di fiducia nelle mie capacità o, effettivamente, sto azzardando un po’ troppo? Non è la prima volta che succede. Se ogni volta gli avessi dato retta, avrei perso tante opportunità di scoprire posti  nuovi. Oggi, però, non riesco ad ignorare i suoi se ed i suoi ma. Forse sto invecchiando ... un tempo avrei insistito. Non importa, torniamo indietro, va bene anche così. Poco prima che inizi la discesa, nei pressi degli impianti di risalita, adocchiamo una via a destra che scende verso la Val Mallene. Avevamo visto a Pieve Tesino la deviazione, ma non sapevamo che conducesse quassù. 
Ed è stato un peccato, perché questa stradina è tranquilla e si snoda, con tanti bei tornanti, all’ombra di una bella pineta. Non ci sono neppure i folli motociclisti che, sui tornanti, si divertono a toccare l’asfalto con la mano. Il silenzio è rotto soltanto dal gorgoglio dell'acqua del vicino torrente, che, nella sua corsa verso valle, forma tante piccole cascatelle.
La discesa è abbastanza ripida e arriviamo a Pieve Tesino prima del previsto. Giriamo a destra, risaliamo un paio di chilometri e, mentre stiamo per scendere verso Strigno, notiamo un cartello che indica una ippovia che porta sempre a Strigno. 
Se ci passano i cavalli, ci passiamo anche noi. Va bene, proviamo. Forse così riusciamo ad evitare il traffico della strada principale. E allora giù, per una decina di chilometri di sterrato non proprio facilissimo. Concentrazione al massimo per mantenere un minimo di stabilità sul pietrume e per evitare le insidie nascoste sotto il fogliame. Riesco ad arrivare a valle senza troppi danni, salvo la puntura di un tafano, che mi fa perdere l’equilibrio e abbracciare un cespuglio di rovi. Sicuramente la mountain bike è più divertente della bici da corsa, ma che fatica! Mi merito un gelato ... va bene anche quello confezionato, in mancanza d’altro.
La nostra vacanza è ormai agli sgoccioli, ma, tutto sommato, sono contenta. In una settimana siamo riusciti ad esplorare un buon numero di luoghi a noi sconosciuti, sempre immersi in una natura rigogliosa e spesso incontaminata. Ci siamo riempiti gli occhi di splendide immagini e il cuore di belle sensazioni, che porteremo con noi, insieme a tante altre raccolte nel corso del tempo. Sarà  bello, ogni tanto, nelle fredde, grigie giornate invernali, rispolverare qualche vecchia fotografia per rivivere, con un sorriso e un pizzico di nostalgia, le stesse emozioni.




Per ulteriori fotografie cliccare qui

mercoledì 2 ottobre 2013

19/07/2013: anello COL PERER e CIMA DI CAMPO da Arsiè (BL – Veneto) in bici da corsa


(km 53 – 1253 metri di dislivello)

Una vacanza tra le province di Vicenza, Treviso, Belluno e Trento in bici e camper
(6° giorno)

Ieri sera abbiamo lasciato la bella area di sosta di Valstagna per trasferirci ad Arsiè, che si trova soltanto a 20 km di distanza, dall’altra parte del Brenta, sulla strada per Feltre. Il parcheggio, alle spalle del municipio, è stato l’ideale per la sosta notturna, essendo, tra l’altro, all’imbocco della salita al Col Perer, nostra meta odierna. Oggi nessun dubbio sulla scelta della bici: quella da corsa va benissimo, perché percorreremo soltanto strade asfaltate. Partiamo puntando subito le ruote verso l’alto. 9 km per arrivare al Col Perer (1.026 metri alt.), 19 km, invece, per raggiungere Cima di Campo (1.440 metri alt.). Una volta superate le frazioni di Mallame e Rivai, la strada diventa completamente deserta e tranquilla. 
Però non c’è un metro d’ombra e fa già un gran caldo. Superato il primo colle e attraversato un piccolo altopiano,  ci inoltriamo, con gran sollievo, in una fitta pineta. Siamo intorno ai 1000 metri di quota e circa a metà salita. Mancando i panorami, mi distraggo guardando i fiori a bordo strada. Sono tanti e bellissimi, di ogni colore: viola, bianchi, gialli, fucsia, azzurri … un tappeto variopinto e di una bellezza unica, che solo la natura sa creare. Ed eccoci a Cima di Campo. Adesso lo sguardo può perdersi più lontano, almeno quel tanto che la foschia permette. 
Scendiamo dolcemente lungo il crinale della montagna fino ad un bivio, in prossimità di un ristorante, dove deviamo a destra per Arina. Percorriamo alcuni chilometri di saliscendi finchè inizia la discesa vera e propria. Si vede che il manto stradale è appena stato rinnovato; è liscio come un velluto e mi verrebbe voglia di mollare un po’ i freni. Non l’avessi mai pensato! Improvvisamente l’asfalto s’interrompe e ci troviamo davanti uno sterrato. Che fare? E chi ha voglia di tornare indietro? Sembra quasi una strada bianca. Beh, io ci provo … speriamo che due camere d’aria bastino in caso di foratura. 
Scendo con cautela, aguzzando la vista, nella ricerca della via migliore in cui far scorrere le ruote. Per fortuna, dopo circa 1 km e mezzo, ricompare l’asfalto. Neanche il tempo di ringalluzzirmi, che ritorna di nuovo lo sterrato e poi uno sterrato con un po’ d’asfalto, che via via prende il sopravvento sullo sterrato, per divenire, poi, definitivamente asfalto. Avvisare che la strada è a fondo misto evidentemente costava troppo. Qui il panorama è davvero grandioso, con le dolomiti sullo sfondo. Laggiù, invece, racchiusa tra i monti, la vallata feltrina. 
Adesso, però, mi devo concentrare su questa lunga, ripida discesa, dai tornanti infiniti e molto stretti. Per fortuna non c’è nessuno, così posso allargare a sinistra e chiudere bene a destra. Quando arrivo al fondovalle mi gira la testa, ma non mi sfugge, al bivio, la strada che sale al Passo Brocon. Che tentazione! Se fossi stata sola ci avrei fatto un pensierino. A dir la verità ci saremmo potuti arrivare anche da Cima Campo, ma, non sempre oso proporre, a chi mi accompagna, una trasgressione al percorso stabilito. Perciò, tirem innanz. Un tratto di risalita e poi sbuchiamo sula SR 50, detta anche del Rolle, ampia e trafficata.
Fine di un sogno ... siamo ritornati alla civiltà. Poco più avanti, aggiriamo una galleria, percorrendo la vecchia strada che fiancheggia il torrente Cismon. Giunti ad una rotonda, prendiamo la prima via a destra per Frassenè, un percorso ciclabile segnalato da un cartello marrone. Costeggiamo, quindi, la sponda destra del Cismon, il quale, dopo essere entrato ed uscito dal Lago del Corlo, si getta nel Brenta. Noi, invece, nei pressi del lago, deviamo a destra, verso Arsiè, dove concludiamo anche oggi il nostro piccolo anello. Dopotutto siamo in vacanza e vogliamo concederci pure qualche ora di relax.
Decidiamo di spostarci al campeggio sul lago per trascorrere il resto della giornata in un luogo più gradevole. Il gestore non è dei più accoglienti. Ci informa che con la formula “camper stop” di 15 euro non possiamo rimanere più di una notte (dalle 17 alle 10). Chissà perché, l’area camper è deserta … Inoltre ci avvisa che non possiamo neppure usufruire dei servizi del campeggio. Anche la voglia di pizza rimane insoddisfatta. Quest’anno il ristorante-pizzeria è chiuso. Adesso capisco perché non c’è quasi nessuno!