Il vero viaggiatore sa che il viaggio è importante quanto la meta. Anzi spesso di più, perché esso è movimento, trasformazione, conoscenza. Tuttavia egli, raggiunta la meta, sa come goderla; la vive, e poi, quando vuole, riparte verso un'altra destinazione.

sabato 28 aprile 2012

22/04/2012: GRAN FONDO “IL DIAVOLO IN VERSILIA” (Viareggio -Toscana) km. 94 – 1169 metri di dislivello


Viareggio
E se il Diavolo ci mette lo zampino ... allora possiamo stare certi che ne succederanno di tutti i colori.
Ma andiamo con ordine. Viareggio ore 3,30: mi sveglia lo scrosciare della pioggia sbattuta dal vento. Oggi si mette davvero male. Se alla Coppa Piacentina correre, lottando contro il vento, non era stata un’impresa semplice e alla Tre Laghi la pioggia mi aveva creato non poche difficoltà, che ne sarà di me oggi che i due fenomeni si sono riuniti? Ma è ancora presto per disperarsi, magari più tardi il tempo migliora. Alle 7,30 guardo sconsolata attraverso i finestrini del camper: la situazione non è cambiata. Che faccio, inizio lo stesso a prepararmi? D'accordo, ho tanta buona volontà e forse un pizzico di incoscienza, ma sarò in grado di mantenere il controllo della bici? Non si tratta di pioggerellina e venticello, ma di una signora pioggia e di un signor vento, che farebbe, quest'ultimo, la gioia dei surfisti più scatenati, ma che ribalterà me per terra ancor prima che abbia finito di agganciare i pedali. Decido di non pensarci. Mi preparo e chi vivrà … vedrà!
Alle 8 arrivano al nostro parcheggio anche Francesco e la Patty. I miei amici sono sullo stravolto andante. Non sono riusciti a chiudere occhio durante la notte: la loro camera d’albergo dava su un disco-bar dal quale proveniva una musica assordante e martellante, che li ha letteralmente storditi. Nello stesso albergo alloggiavano anche Luis, che stamattina ha pensato bene di girarsi dall’altra parte, e Massimo-Freezone, che, invece, è qui intorno.
Direttamente da casa, arrivano, poi, Bruno, Riccardo, Roberto, Giorgio e Mirko.
Riccardo (il primo a sinistra)
Verso le 8,30, miracolosamente, cessa di piovere e anche il vento si placa un po’. Attendo ancora qualche istante e vado alla ricerca della mia griglia. Mancano circa 50 minuti alla partenza. Scorgo Francesco e Riccardo un paio di metri davanti a me. Mi fanno cenno di raggiungerli, ma già m'immagino le lamentele degli altri ciclisti. In questi momenti basta una piccola scintilla per provocare un'esplosione. Non è proprio il caso. Piano piano arrivano altri corridori, anche quelli che hanno i numeri superiori al 2000, nonostante la nostra griglia possa ospitare soltanto quelli dal 400 al 1000. Qualche clandestino viene beccato e cacciato dagli assistenti, i quali purtroppo non riescono a far fronte ai continui salti dei canguri; entrano da ogni parte e si infilano in qualsiasi buco, con la bici verticale, orizzontale e obliqua, uomini e donne indifferentemente, sollevando le proteste dei presenti. Ma quelli se ne straciucciano, hanno una tale faccia di tolla … io al loro posto sprofonderei. Per far passare il tempo scambio due parole con un mio vicino ligure, inferocito, come tutti noi tesserati UDACE, obbligati a sborsare la somma di 5 euro per un supplemento di assicurazione nelle gare FCI. 
Francesco (il primo a destra)
A nulla sono valse le nostre rimostranze; s’ha da pagare, punto e basta. Intanto lo speaker ci informa che con il n. 2 partirà il campione olimpionico Jury Chechi, ospite d’onore insieme ad Andrea Lucchetta e simpaticamente ci fa notare che la sella del secondo arriva all’ascella del primo, suscitando le nostre risa. 
Ed ecco che sulle note di With or without you degli U2, via via sempre più in crescendo, inizia il conto alla rovescia: 5 .. 4 .. 3 .. 2 .. 1 .. Via! Si parte! Ormai  so cosa mi aspetta e mi rassegno  ad essere sorpassata dal mondo intero; oltre i 42-43 km/h non riesco ad andare, anche se sono trascinata dal gruppo. 
In prima linea il nostro capitano Roberto
E’ inutile che mi mettano nella griglia insieme a quelli che viaggiano a 55 km/h, perché in pochi secondi rotolo ancora in fondo. Infatti mi raggiunge poco dopo Giorgio, seguito da Bruno, partiti un bel pezzo dietro di me. “Tutto bene?”, chiede Bruno, gridando per farsi sentire. Scherzando, gli rispondo che non capisco perchè oggi vadano tutti così di fretta. Una curva secca a destra e Bruno, danzando leggiadro sui pedali, s'invola sulla prima delle sette salitelle del percorso corto, quella di Pedona, scomparendo dietro un tornante. Non lo rivedrò più fino all'arrivo. 
La strada si restringe notevolmente, si sale gomito a gomito. La cosa mi preoccupa non poco: c’è chi vuole sorpassare ad ogni costo, anche se manca lo spazio. Chissà come avranno fatto i primi! Sarà che i muscoli sono ancora freddi, sarà per l'aria così carica d'umidità che la si potrebbe tagliare con il coltello, ma soffro più del dovuto. La salita, lunga 4 km, non è particolarmente impegnativa, anche se, a tratti, il Garmin mi segna pendenze intorno al 12-13%. Intanto, curva dopo curva, si sale di quota. A bordo strada un'infinità di ciclisti alle prese con il cambio delle camere d'aria. Mi viene il sospetto che la strada sia stata disseminata di puntine e prego in cuor mio che non mi tocchi la medesima sorte. Verso la fine della salita sono quasi praticamente da sola e, a rendere ancor più difficoltosa la mia risalita, una fila di auto, sebbene il divieto di transito alle vetture fosse indicato in un'ora e siamo soltanto al 45° minuto di gara. Esterno la mia preoccupazione ad un ciclista del posto, che mi raccomanda la massima cautela anche nella discesa, in quanto sembra che da queste parti ognuno faccia quello che gli pare e, infatti, mentre scendo, ne ho subito la riprova. 
Dopo qualche chilometro arrivo ad un incrocio e svolto a sinistra. Imbocco un rettilineo, al termine del quale inizia la seconda ascesa, quella di Piantoneto: 2,5 km abbastanza tosti, ma che scorrono velocemente. Casualmente avevo letto sul sito bdc-forum dell’importanza di non rimanere soli sul rettilineo che segue la discesa da questo colle, essendo lungo 15 km e battuto da un forte vento contrario. Mi aggrappo, dunque, ad un ciclista non particolarmente giovane, ma con una buona gamba, dopo aver esortato una ragazza a fare altrettanto. Poco dopo altri elementi si accodano e un tipo con la maglietta verde pisello prende posto alla testa del gruppetto. Il nostro capo banda marcia a 40 km/h col vento contrario; come faccia non lo so. 
Io, sul Piccolo Mortirolo
Fatico un po’ a stargli alle calcagna, ma non mollo; quando mai mi ricapiterà un'occasione come questa. Trovare un cavallo che galoppa ad una tale velocità nelle retrovie è una fortuna che non capita tutti i giorni. Non so da dove sia spuntato fuori, ma non voglio farmelo scappare. In men che non si dica, il veloce destriero ci porta all’imbocco della terza, breve salitella, quella di S Quirico, di 1 km, che introduce alla quarta ascesa, di 2 km, verso Vigna Ilaria. La ragazza è sempre con noi, ha più o meno il mio stesso passo e procediamo insieme, mentre il gruppetto pian piano si disperde. Si chiama Elena ed è di Firenze, una mamma come me, dolce e simpatica, con la quale entro subito in sintonia. 
Io ed Elena sul Piccolo Mortirolo
Bellissima discesa in mezzo al verde e subito dopo inizia la salita del Piccolo Mortirolo, che già dal nome incute timore. E invece è bella da morire. La stradina sale tra boschi e uliveti; tosta al punto giusto, ma non impossibile, con pendenze mai superiori al 13% e il paesaggio intorno è davvero splendido. Devo dire che il percorso di oggi è una meraviglia dal punto di vista naturalistico e le strade sono, tutto sommato, in buono stato. Quando scolliniamo, Elena si ferma al ristoro ed io inizio a scendere piano. Ma al termine della discesa il mio cuore cessa di battere. Argh!!! Il mio Garmin!!! Non c'è più, non è più sul suo supporto! Sto per ritornare sui miei passi quando sopraggiunge Elena. Mi rassicura; ha appena superato un gruppo di ciclisti mentre lo stavano raccogliendo da terra. Che sollievo e che gioia! Attendiamo che il gruppetto ci passi accanto per informarli che il Garmin è mio, ma, con sommo stupore, uno di loro ci dice di non aver trovato nulla, allontanandosi, quindi, di buon passo insieme agli altri e lasciandoci lì con un palmo di naso. Alla fine del rettilineo ci raggiunge anche Mirko, che conferma quanto riferitomi da Elena. Sono amareggiata e delusa. Mentre pedalo penso che queste cose tra noi ciclisti non dovrebbero accadere. 
Quante volte mi sono commossa leggendo storie di solidarietà nel ciclismo .. mi ero convinta che ci fosse una specie di codice non scritto di reciproco rispetto e aiuto. E invece ora mi devo ricredere. Affronto con Elena e Mirko la salita di Gavina, la sesta, di soli 1,5 km. E’ breve, ma Mirko, reduce da un’influenza, ha finito la benzina. Durante la discesa lo perdo di vista. Verrò poi a sapere che, recuperate le residue energie, e in un atto di estrema generosità, riuscirà addirittura a portare al traguardo una giovane fanciulla in leggera difficoltà. Certi miracoli sono veramente inspiegabili! Nel frattempo io ed Elena procediamo da sole. Dopo un falsopiano di circa 2 km in leggera salita, andiamo all’attacco dell’ultima “asperità”; altri 2 km e scolliniamo al Monte Pitoro. Scendiamo e ci immettiamo sulla medesima strada percorsa all'andata, ma in senso inverso. Ancora qualche chilometro di falsopiano dove soffro terribilmente, e finalmente arriva anche l’ultima discesa prima del lungo rettilineo che ci condurrà sul lungomare dov’è posto l’arrivo. Ci aiutiamo a vicenda, Elena ed io, alternandoci nella lotta contro il vento che, man mano ci avviciniamo al mare, soffia sempre più forte. Una fatica disumana e, mentre sto per esalare l'ultimo respiro, aguzzando gli occhi, scorgo davanti a noi due figure massicce che potrebbero offrirci un ottimo riparo. Con uno sforzo li raggiungiamo e ci piazziamo alle loro spalle. “Se permettete, noi approfitteremmo del vostro taglio d'aria”. E non sia mai che due donne non riescano a coinvolgere nelle loro chiacchiere due poveri diavoli, tra l’altro, neanche a farlo apposta, bergamaschi doc come me. Nasce subito una simpatica alleanza. 
Ad ogni chilometro guadagnato echeggiano le nostre urla di gioia. Ecco il cartello dei 10 km e a seguire tutti gli altri … 3, 2, 1. Che bello il tifo degli amici a bordo strada! Evvai! Ci prepariamo per il gran finale. Aggancio la mano di Elena, la sollevo sopra le nostre teste e sfiliamo tutti e quattro affiancati sotto il gonfiabile. Un'emozione indimenticabile! Il sorriso sulle labbra mi si spegne non appena raggiungo i miei compagni di squadra. Sfogo con loro la rabbia per la beffa subìta, ma poi tutto passa in secondo piano alla notizia che Francesco è volato dalla bici a 55 km/h, poco dopo la partenza. Un idiota, cercando di inserirsi nello spazio di sicurezza lasciato da Francesco per un'eventuale improvvisa frenata, l'ha agganciato al manubrio, l'ha trascinato con sé, facendogli perdere il controllo della bici e scaraventandolo fuori strada. Niente di rotto per fortuna, ma la caduta gli ha provocato profonde escoriazioni e una violenta botta alle ginocchia. Ciònonostante, si è rialzato e, incurante del dolore, con non poca difficoltà ha recuperato la bici rimasta in mezzo alla carreggiata invasa dai corridori, è risalito in sella ed è andato a recuperare le posizioni perdute, riuscendo comunque a guadagnarsi il terzo posto di categoria. Però ha perso l'occasione di arrivare primo sia in questa gara che nel circuito del Giro delle Regioni ed è dispiaciuto, anche se cerca di non darlo a vedere. 
Francesco (3° di categoria M6)
Il barbone
Beh, il diavolo oggi ci ha messo un po' i bastoni tra le ruote e, non ancora completamente soddisfatto, ci fa pure trovare un barbone nel furgone. Come abbia fatto ad entrarvi non si sa, però non vuole uscire, né con le buone né con le cattive. E' troppo stanco, non ha un posto dove andare, ha fame e sete. Gli si offre pane e salame, diversi bicchieri di vino, e alla fine si scopre che altri non era che Roberto, il nostro capitano. Che ragazzacci!!! Hanno sempre voglia di scherzare. C'è anche un felice epilogo: il Garmin ritorna a casa, con mia grande gioia e sollievo …. ma questa è un'altra storia. 

I numeri:

 81 - Gavazzeni Riccardo - 10°  cat. - 2:44:32
185 - Belotti Francesco - 3° cat. -        2:52:28
734 - Seghezzi Roberto - 35° -            3:30:06
919 - Marchetti Bruno - 52° cat. -         3:51:33
977 - Paris Mirko - 162° cat. -               4:05:33
979 - Tintori Emanuela - 22^ cat. -       4:03:59

881 - Cancelli Giorgio (Asd GC Valcalepio) - 190 ° cat. - 3:47:45
716 - Bonardi Massimo (Freezone) - 125° cat. - 3:28:35

giovedì 19 aprile 2012

15/04/2012: GRAN FONDO 3 LAGHI (Lombardia) 96 km – 1121 metri di dislivello


Sono le 3 e mezza e piove, piove governo ladro ed ho pure il mestruo. Peggio di così … Vabbè, inutile farsi le paranoie, tanto la situazione non cambia e tu sai, cara Manu, che alle 8, caschi il mondo, sarai dentro la tua griglia insieme a tanti altri scriteriati come te. Alle 5 raggiungo l'abitazione di Riccardo. L'amico è già a bordo del furgone stivato di bici, che non tutti, oggi, avranno il “piacere” di cavalcare, insieme a suo fratello Pierino e a Roberto. Bene, siamo  pronti per partire alla volta di Polpenazze del Garda, nei pressi di Salò, dove stamattina si correrà la Gran Fondo 3 Laghi, terza prova valida per il circuito della Coppa Lombardia. Con noi anche Francesco e la Patty. Imbocchiamo l'autostrada e facciamo subito una sosta in Autogril per un caffè. Si ride e si scherza già di primo mattino, ma sentiamo la mancanza del nostro Presidente. Purtroppo ieri è venuta meno sua mamma e oggi Bruno non sarà dei nostri, ma noi tutti gli siamo vicino col pensiero. E' ancora buio quando giungiamo a destinazione; la luce tarda ad arrivare. Nel cielo cupo si intravedono grossi nuvoloni neri, gonfi di pioggia. Piano piano il parcheggio si riempie, ma non troppo. Già si intuisce che stamattina molti hanno dato forfait. Infatti, dei circa 1500 iscritti, ne arriveranno soltanto 616. Con calma mi preparo e mi avvio verso la griglia che anche stavolta condivido con Francesco e Riccardo. Al nostro fianco, quattro vallette d'eccezione a ripararci con l'ombrello dalla pioggia: io la Patty, Francesco la Roberta, Riccardo beato tra la Pierina e la Federica, che ci ha raggiunti, quest'ultima, con la vana speranza di un miglioramento del tempo. Guardo sorpresa, ma con piacere, Riccardo che scambia battute spiritose con altri ciclisti. In genere lo vedo serio e pensieroso, ma è un bravissimo “ragazzo” di cinquant'anni, anche se ne dimostra dieci di meno. Crede molto in quello che fa e non trascura nulla. Pur avendone diritto, non si vanta mai dei suoi ottimi risultati e, cosa rara nel genere umano, si fa sempre gli affari suoi. Non l'ho mai sentito spettegolare o parlare di qualcuno, sia nel bene che nel male. Però s'incacchia di brutto con coloro che “fanno il gioco sporco” o giocano a fare i professionisti e si lanciano, all'arrivo, in volate pericolose che non hanno alcun senso nelle classifiche delle Gran Fondo. La partenza mi coglie alla sprovvista; mi pare che lo speaker non l'abbia annunciata. O ero così distratta da non averlo sentito? Do una gomitata al mio vicino, anch’esso girato a chiacchierare coi suoi compari. Siamo in pole position, non possiamo tirarci dietro le madonne di chi scalpita alle nostre spalle. Ma oggi nessuno schizza via come un razzo. Sono tutti molto prudenti e attenti, soprattutto nelle odiose rotonde. Però nei primi 4-5 chilometri in leggera pendenza la velocità è sempre troppo alta per me e faccio fatica a stare a ruota di qualcuno. A dir la verità non faccio nemmeno lo sforzo di attaccarmici, non ne ho tanta voglia. Chi mi precede solleva spruzzi d'acqua che mi schiaffeggiano il viso, inondandomi dalla testa ai piedi. Ho i gambali inzuppati e nelle scarpe già ci sguazzano i pesciolini rossi. Prendo atto, con rammarico, che i nuovi copriscarpe impermeabili valgono zero. Maldestramente cerco di togliere le gocce di pioggia dagli occhi, non vedo quasi nulla, e, al primo accenno di frenata, mi rendo conto che i freni non fanno proprio il loro dovere. Massima concentrazione, dunque. Adesso devo pensare soltanto a portare a casa la pellaccia e pazienza se arriverò ultima. Percorro in 41 minuti i 24 km fino a Gargnano, dove inizia la salita per la Valvestino, una valle che si trova tra il Lago di Garda e il Lago di Idro. Poco prima del bivio, due bici a terra e un'ambulanza in mezzo alla strada mi costringono ad un'improvvisa inchiodata e mi convinco ancor di più che oggi la prudenza non sarà mai troppa. Si comincia a salire: 25 km da qui a Capovalle, passando dai 100 metri di quota ai 933. I primi 7 km non sono particolarmente impegnativi, ma i muscoli freddi rispondono male e i piedi, bagnati e ghiacciati, sono diventati insensibili. Butto lo sguardo sul sottostante, immenso specchio d'acqua, che intravedo appena dietro il velo di una sottile nebbiolina: l'umidità è alle stelle. La strada piega, poi, verso l'interno, inoltrandosi in una valle cupa e un po’ angosciante. Pedalo avvolta dalle nuvole; sembra una malinconica giornata autunnale. Non ci sono abitazioni, non c’è in giro un’anima, a parte qualche sparuto ciclista. Ormai siamo rimasti in pochi. Arrivo al lago artificiale di Valvestino, formato da una grande diga e incastonato tra alte montagne. Mentre attraverso i due ponti in ferro, osservo le sue acque color smeraldo che si insinuano in ogni anfratto della valle, creando un suggestivo effetto fiordo. La strada si restringe e sale alta sul lago; nessuna costruzione sulle sue rive scoscese e boscose. Percorro un lungo falsopiano che serpeggia lungo il fianco della montagna fino ad un bivio, dove svolto a sinistra per Capovalle. Dopo 6 km abbastanza impervi, con una pendenza media del 6,5% e massima dell’11%, scollino. Non mi fermo al ristoro e mi lancio subito nei 10 km di discesa, verso il Lago di Idro. Un cartello informa che la strada è pericolosa, con pendenze al 13%. Scendo con molta cautela, ma soffro terribilmente il freddo agli arti inferiori; i piedi sono “stinchi”, non li sento più. Che tortura! Cerco di non pensarci, tanto non serve a niente. Sicuramente sto meglio di quelli che, partiti senza k-way, in maglietta e calzoncini, sono stati, poi, raccattati dall’ambulanza in stato di ipotermia. Tutto sommato, la maglia tecnica invernale, la felpina e il k-way da 10 euro, ormai collaudato, stanno mantenendo abbastanza asciutta almeno la parte superiore del mio corpo. Passo attraverso il paese di Idro e mi ritrovo sul provinciale trafficato. Continuo di nuovo a sinistra per altri 10 km verso Lavenone e Vestone, ma, nei pressi di Nozza, inizia il calvario. La pioggia aumenta ancor più d'intensità e l'asfalto, che sinora era in buone condizioni, comincia a presentare buche e crepe più o meno profonde, che l'acqua trasforma in insidie occulte. Ogni tanto qualche ciclista mi supera. Lo lascio andare, mi sento più sicura se procedo da sola. Mancano 30 km pianeggianti al traguardo, mi sembrano un'infinità. Sono circa le 11, il traffico è caotico adesso e con gli occhi appannati dalla pioggia battente fatico a mettere a fuoco i cartelli gialli con le frecce di direzione. Barghe, Sabbio Chiese. Finalmente gli ultimi 10 km. Inizio il conto alla rovescia, ormai ci siamo. Una fortuna non aver forato. Saluto con allegria i volontari che presidiano le ultime rotonde e li ringrazio; sono stati ore fermi sotto la pioggia e al freddo per noi ... davvero degli eroi. E' più o meno mezzogiorno quando imbocco la bella stradina che corre in mezzo agli ulivi e che conduce al traguardo. Passo sotto lo striscione rosso dell'arrivo mentre lo speaker fa notare al pubblico presente il mio stato provato, subito immortalato da una fotografa che mi apostrofa con un bel “brava”. Sarà la stanchezza, sarà quel che sarà, ma mi commuovo. Forse sono l'ultima arrivata, ma non importa, per me è come se avessi vinto. E che bello trovare la Patty ad attendermi con le chiavi del furgone per consentirmi un cambio veloce degli abiti fradici. Oggi, poi, mi ha premurosamente aiutata e viziata: quel bicchierone di the fumante non lo dimenticherò mai, come non dimenticherò mai l'espressione gioiosa del suo viso nel comunicarmi il mio 5° posto di categoria. Grazie Patty, sei un’amica!
Anche oggi i miei due compagni sono andati fortissimo. Francesco si è guadagnato il 1° posto di categoria M6 che gli consente di mantenere la maglia rosa ed è raggiante. Riccardo, invece è, giustamente, un po’ deluso: è arrivato 4° di categoria M5 e solo per un secondo non è riuscito a salire sul podio, ma è sempre un grande!

Questi i numeri:
Riccardo: 49° - 2:49:27 - 4° cat.
Francesco: 55° - 2:52:06 - 1° cat.
Emanuela: 439^ - 4:06:55 - 5^ cat.



mercoledì 4 aprile 2012

01/04/2012: GRAN FONDO COPPA PIACENTINA (Emilia Romagna) Percorso Medio: km 95 - 1440 metri di dislivello


Roberto
Alle 5,45 siamo già tutti radunati da Riccardo. Tutti tranne Roberto, che arriva trafelato alle 6 con il suo carico di uova, salame bollito, pane e beveraggi vari. Che personaggio! Mi fa una tale tenerezza quest'uomo .. buono come il pane e, soprattutto, molto generoso; ad ogni gara ama condividere con noi i prodotti dei suoi allevamenti. Penso che di una persona così ci si possa fidare ciecamente e tutti gli vogliono bene, anche se, a volte, si divertono a fargli qualche scherzetto. Oggi partiamo in 15, però solo in 12 partecipiamo alla gara. Sosta all'Autogrill di Ghedi, dove scatta l'operazione “pesce d'aprile”. Vittima, naturalmente, Roberto, a cui viene mostrata la classifica del Giro delle Regioni manomessa, nella quale risulta essere di sole due posizioni davanti a Bruno. Mi dispiace un po' vedere l'espressione sconcertata di Roberto; non riesce proprio a capacitarsi di come ciò sia avvenuto. Eppure ha praticato tutto l'inverno, con grande impegno, la rotopress, mentre Bruno si è dedicato con cuor leggero ai piaceri della tavola. Che mascalzoni!
Arriviamo a Carpaneto Piacentino intorno alle 8. L'aria è gelida stamattina, ci sono soltanto 8 gradi, ma il cielo è limpido, senza una nuvola. Ritiro veloce dei pettorali e dei pacchi gara, scarico e preparazione delle bici, gli ultimi accordi, un giretto per sgranchirci le gambe e poi ognuno se ne va alla ricerca della propria griglia. Sono purtroppo costretta a separarmi dalla Patty, perchè qui non c'è una griglia riservata alle donne ed essendosi lei iscritta al percorso corto soltanto qualche giorno fa, correrà con il n. 2118, mentre io con il n. 316. Per far passare il tempo, attacco bottone con un sessantottenne cremonese; 60 anni di bici, una vita spesa sui pedali, una grande passione, tante storie da raccontare ed io mi sento piccola, piccola, con la mia breve carriera quinquennale. Lo rivedrò alle premiazioni sul primo gradino del podio. Beh, se non se lo merita uno così … Qualcuno mi batte sulla spalla. Che ci fa Luis qui e soprattutto come ha fatto ad arrivarci? Durante il giro di riscaldamento con la Patty avevo avuto dei problemi alla catena, ma trovare Luis tra 2500 ciclisti sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio e così vi avevo rinunciato. E invece lui, grazie alla segnalazione della Patty, ha trovato me e credo sia stata un'impresa ciclopica, peggio che risalire un fiume controcorrente. Però, che bello avere un meccanico nel proprio team! In due secondi il problema è risolto e adesso mi sento più sollevata. Quanti debiti di riconoscenza sto accumulando con i miei compagni di squadra! Sono sempre molto gentili e disponibili a darmi una mano. Grazie Luis. Mi trovo alcuni metri dietro Claudio Chiappucci ed altri ciclisti del suo calibro, che, tra pochi secondi, mi faranno mangiare la polvere. Inizia il conto alla rovescia: tre, due, uno … partenza e si fa subito il vuoto davanti a me. Siamo in aperta campagna, una campagna spazzata da un vento violento. Sopraggiungono gli altri plotoni, a cadenza regolare, man mano che le griglie vengono aperte. La strada è dissestata e pericolosa e, seppur segnalata, si manterrà in queste condizioni per la maggior parte del percorso. Percorro un lungo falsopiano in salita, forse una quindicina di chilometri. Odio i falsopiani e odio il vento. Ho già voglia di mollare. Giorgio e Mirko si fanno riconoscere passandomi accanto come razzi, ma mi rifiuto di seguirli; ho le gambe dure come il legno e mi devo sciroppare ancora oltre 90 km. Sarebbe un'idiozia. Con mio grande stupore, però, poco dopo distinguo davanti a me una maglia dell'OMPG. Qualcuno del mio gruppo è alle calcagna di una giovane ciclista. Non può che essere Mirko. E allora corrisponde al vero che, come un segugio, non appena fiuta la sua preda, le si incolla alla ruota. Mi sento in dovere di richiamarlo all'ordine e lo faccio forse con troppa veemenza. Sussulta, ma ottengo l'effetto desiderato, perchè molla la presa e ritorna sulla giusta via. Ecco finalmente la salita per Gropparello. La velocità si ridimensiona repentinamente ed il ritmo di pedalata si fa più regolare.
La pendenza non è elevata, però ogni tanto mi alzo sui pedali per sgranchire le gambe. Scollino e inizio la discesa, ma, poco dopo, la strada riprende a salire e poi di nuovo a scendere. Ancora i soliti saliscendi spezzagambe. Basta! Voglio le salite alpine!!! Lunghe, dure e strabordanti di tornanti. Ignoro il bivio del percorso corto e proseguo per il medio. La strada continua a salire sul crinale delle colline. Caratteristica di questa Gran Fondo sono gli spazi aperti, che offrono un'ampia visuale tutt'attorno, cosicchè, mentre pedalo, posso comodamente tener d'occhio la situazione ed osservare la serpentina di ciclisti davanti e dietro me. Il panorama è gradevole, ma non c'è alcun riparo dal vento. Salgo piegata sul manubrio e spingo con forza sui pedali, ma il risultato è scadente. Poco distante da me, una coppia di ciclisti sale abbracciata. In questa circostanza, simili manifestazioni d'affetto mi puzzano un po'. Scendiamo su un tratto di strada in pessime condizioni. “E quando pensi che sia finita … è proprio allora che ri-comincia la salita … che fantastica storia è la vita”, canta il grande Venditti, ma in questo momento di fantastico c'è ben poco. Infatti una curva secca a destra ci immette subito su una rampa assassina. Che rasoiata per i garretti! Questa proprio non ci voleva dopo circa 1400 metri di dislivello. Arranchiamo tutti, soffiando e brontolando nei vari dialetti; per fortuna c'è sempre chi trova, anche nella sofferenza, il lato umoristico della situazione. Ancora qualche centinaia di metri e arrivo al ristoro di Prato Barbieri. Rispondo al saluto di Mirko, che sventola i suoi panini come trofei, ma procedo oltre. Ho mangiato qualche pezzetto di mango essiccato mentre salivo e, comunque, adesso non ho fame. Continuo ancora un po' su e giù; poi inizia la lunga discesa, di circa 30 km, verso Castell'Arquato. La strada scende dolcemente, prima con tornanti e poi con curve sempre più ampie. Come al solito sono sola. Il vento contrario mi costringe a pedalare, ma riesco a mantenere una buona velocità. All'improvviso sento il rumore assordante di un elicottero che si avvicina e, contemporaneamente, la sirena di un'ambulanza. Il primo atterra sul ciglio della strada proprio mentre passo io, provocando un vortice d'aria che mi spinge dalla parte opposta della carreggiata. Poco avanti vedo un gruppetto di ciclisti, di cui uno sta scendendo tenendo nella mano destra una bici che nessuno per oggi monterà più; è chiaro che il suo proprietario ha avuto dei problemi, speriamo non gravi (verrò a sapere, più tardi, che si è scontrato con un cervo). Continuo la discesa, cercando di stare a ruota di tre ciclisti sopravvenuti nel frattempo; le mani in presa bassa e il busto quasi aderente alla canna per tagliare l'aria il più possibile. Pedalo come una forsennata, ma ad ogni curva perdo un po' di terreno, che il vento mi impedisce di recuperare e, alla fine, il distacco è troppo. Li lascio andare e scendo come posso. Una voce alle mie spalle mi esorta: “Andiamo!”. Non me lo faccio ripetere due volte. Mi accodo ad un bel gruppetto e sono salva: se fossi rimasta sola nel tratto prima di Castell'Arquato, il vento mi avrebbe ributtata indietro. Nei pressi di un cavalcavia veniamo inglobati nel primo gruppo del lungo, che marcia ad una velocità pazzesca. Accidenti come filano! Qui devo stare attenta a non combinare casini, soprattutto nella curva a sinistra che introduce nell'antico borgo. Per fortuna quei folli scatenati spariscono sulla rampa in pavé del centro storico e rimaniamo in due gatti due: io e, combinazione, un altro bergamasco di Lovere. Ci facciamo il tifo a vicenda mentre saliamo, in equilibrio precario, lungo una lingua di piastrelle malmesse larga una spanna, cercando di non sconfinare sull'acciottolato che la delimita, pena una brutta caduta o la foratura assicurata. Una tortura di oltre un chilometro. Non riesco neppure a staccare gli occhi da terra per osservare ciò che mi sta attorno e che so essere meraviglioso, per aver già visitato il posto anni addietro. Un turista si offre di spingermi, come ha fatto con altri. No, grazie, scusi, ma per me sarebbe un disonore. Finisce l'acciottolato, ma inizia un'altra rampa asfaltata. Il Loverese, che mi precede, m'incoraggia: “Dài Grumello, è finita” e, quando m'illudo di aver trovato un alleato per l'ultima dozzina di chilometri pianeggianti, quello devia al ristoro e mi lascia sola di nuovo ad affrontare la desolazione della campagna, a lottare come una dannata contro un vento beffardo che cambia continuamente direzione, ma che evita accuratamente di soffiare alle mie spalle. Nella mia, seppur breve, carriera ciclistica, non ho mai visto un vento così tremendo. Provo disperatamente ad accodarmi ad alcuni ciclisti del percorso lungo che mi hanno raggiunta, ma riesco a tenere le loro ruote soltanto per pochi metri. Li guardo, impotente, mentre si allontanano sul quel rigagnolo d'asfalto che corre in mezzo ai campi coltivati.
Ma ecco che, anche stavolta, le mie preghiere vengono esaudite. Poco distante, un ciclista di larga stazza sta viaggiando ad una buona velocità per me. Non potrei avere un riparo migliore. Con un immenso sforzo mi avvicino e mi metto a ruota, ma, nonostante ciò, il vento mi dà ancora del filo da torcere, soprattutto quando m'investe obliquamente o lateralmente, facendomi sbandare. L'omone si accorge di me, mi sorride bonario e, piano piano, mi porta al traguardo. Trionfanti, passiamo insieme sotto il gonfiabile dell'arrivo. Grazie di cuore anonimo ciclista: mi hai permesso di arrivare 848^ su 1015 e, 46^ su 70 nella classifica femminile. Risultato di cui mi sento molto orgogliosa, perchè frutto della mia fatica, ottenuto in modo leale, senza trucchi e senza inganni ... magari con un pizzico di fortuna. Dopotutto ho 50 anni suonati e mi alzo tutte le mattine alle 5, destreggiandomi tra lavoro, figli e mestieri casalinghi, per ritagliarmi qualche ora di allenamento. Di più non posso fare ed oltre un certo livello non potrei mai andare.
Bruno
Ma il bello deve ancora venire. Dopo la premiazione di Francesco e Riccardo, inizia la festa. Dal frigorifero portatile, Roberto estrae, come il prestigiatore dal suo magico cilindro, ogni ben di Dio. I panini vengono velocemente tagliati, imbottiti e divorati. La torta di mele preparata dalla moglie di Massimo (davvero è sposato? Sembra un ragazzino!), così come le brioches con nutella e marmellata, uscite dalle amorevoli mani della moglie di Mirko, spariscono nelle fauci dei lupi. Il tutto annaffiato con qualche buon bicchiere di Gutturnio e Malvasia dei Colli Piacentini, saccheggiati da Bruno al mercato, per dimenticare un po' la stanchezza. 

Le battute e le risate si sprecano, l'atmosfera è allegra e serena ... è proprio di questo che avevo bisogno. Grazie ragazzi per avermi accolta tra di voi!

Percorso Medio:
  53° Gavazzeni Riccardo – 4° cat. - 2:47:42
107° Belotti Francesco – 2° cat - 2:53:04
218° Loda Federico – 46°cat. - 3:02:00
483° Brevi Luis – 88° cat. - 3:20:55
705° Seghezzi Roberto – 46° cat. - 3:39:29
848° Tintori Emanuela – 23^ cat. - 3:55:53
884° Paris Mirko – 133° cat. - 4:04:05
917° Marchetti Bruno – 64° cat. - 4:10:41

392° Bonardi Massimo (Asd Freezone) – 70° - 3:13:09
788° Cancelli Giorgio (Asd Gc Valcalepio) – 84° - 3:47:22

Percorso Corto
Donati Patrizia - 264^ su 315 – 2:38:20 (14^ su 20 nella classifica femminile)



Riccardo (a sinistra del n. 2)

Francesco (al 2° posto)