Il vero viaggiatore sa che il viaggio è importante quanto la meta. Anzi spesso di più, perché esso è movimento, trasformazione, conoscenza. Tuttavia egli, raggiunta la meta, sa come goderla; la vive, e poi, quando vuole, riparte verso un'altra destinazione.

venerdì 30 marzo 2012

25/03/2012: GRAN FONDO LAIGUEGLIA (Liguria) (km 111 - 1683 metri di dislivello)

Un'alba meravigliosa ci accoglie stamattina a Laigueglia. La giornata si preannuncia splendida: cielo limpido, temperatura gradevole, vento assente. Ingredienti, questi, tutti favorevoli alla buona riuscita della Gran Fondo che partirà da Corso Badarò alle 9,30. Oggi mi fa compagnia la Patty, moglie di Francesco “la moto”, che, per un errore di compilazione del modulo, si è ritrovata iscritta, suo malgrado, a questa competizione anziché al percorso corto della GF Coppa Piacentina. E' alla sua prima gara e non è allenata per un giro di 111 km e 1683 metri di dislivello, ma molto coraggiosamente decide di provarci comunque. Dopo un breve riscaldamento, ci avviamo verso la griglia riservata alle donne, posizionata proprio dietro quella dei Vip. La cosa è di per sé spaventosa e vantaggiosa, perchè i 3200 ciclisti iscritti alla gara si troveranno quasi tutti alle mie spalle e mi stireranno senza pietà; in compenso, se sopravvivo, avrò migliaia di ruote cui attaccarmi per percorrere velocemente i 20 km sull'Aurelia fino a Ceriale. L'ingresso nelle griglie è tranquillo e ordinato, se non fosse per un paio di ciclisti che stanno per venire alle mani proprio nel momento in cui passo loro accanto. E che diamine, siamo qui per trascorrere una bella giornata, datevi una calmata! Mancano circa 40 minuti alla partenza. Ecco Bruno che richiama la nostra attenzione, sfilando in bici lungo le griglie, come suo solito, per accertarsi che vada tutto bene. Che carino! Ci troviamo in una griglia mista. Oltre alle donne, ci sono anche circa 400 ciclisti maschi, tra cui Francesco, tre metri davanti a noi. Riccardo, invece, ha il privilegio di partire tra i primi 50. Roberto, Bruno, Mirko, Luis e Massimo-Freezone sono sparpagliati in mezzo alla baraonda. Il tempo passa mentre cerco di risolvere importanti dilemmi, del tipo: “tengo o tolgo il gilet senza maniche?”. Ci pensa Vittorio Mevio, presidente della Gs Alpi, a distogliermi dai miei demenziali pensieri. Il suo tono paterno e le sue rassicurazioni hanno il potere di stemperare un po' la tensione e trasformare una competizione in una bella festa, dove quel che conta è, appunto, divertirsi. Si sente proprio che ci vuole bene e che gli sta a cuore la nostra incolumità. Il percorso è ben segnalato e le strade saranno ottimamente presidiate da ben 300 volontari fino al termine della gara. E' bello partire senza la preoccupazione di sbagliare strada o il rischio di rimanere imbottigliati nel traffico, anche per chi, come me, correrà nelle retrovie. Insomma, Vittorio Mevio è garanzia di sicurezza; con lui noi possiamo stare tranquilli e pensare soltanto a pedalare, perchè a tutto il resto ci ha pensato lui con molta serietà. Le ultime raccomandazioni, il taglio del nastro e schizzano via tutti come schegge impazzite. Sono concentrata al massimo. Devo cercare assolutamente di conservare la pellaccia almeno fino al bivio di Ceriale e non voglio combinare guai. Velocità controllata fino all'uscita del paese, ma corrono già tutti come matti. Anche la Patty si fa prendere la mano e, dopo un “in bocca al lupo”, sparisce tra la folla variopinta. Gente che grida “destra”, “sinistra” e poi “aaaaalt”; inchiodo, tutti fermi. Si riparte. Le dita pronte sulle leve dei freni, gli occhi attenti a lasciare il giusto spazio tra me e chi mi precede. Via veloci e, poi, di nuovo altra inchiodata. Urla, imprecazioni. Cerco di controllare il panico. Riparto, accellero e reinchiodo. Poi, finalmente, si esce dall'abitato e la corsa prosegue sull'Aurelia, costeggiando il mare. Mi lascio trasportare dall'onda umana, senza forzare. Non voglio fare lo sbaglio della volta scorsa e arrivare alla prima salita con le gambe di legno. Come sempre mi sorpassa il mondo intero eppure sto viaggiando ad oltre 40 km/h. Rimango in mezzo alla carreggiata per sfruttare al meglio la scia delle altre bici, che sfrecciano velocissime ai miei fianchi. Mi stanno letteralmente passando tutti sulle orecchie, ma non importa, il flusso dei ciclisti è a getto continuo. Massima attenzione nelle curve,  che non ho mai preso a questa velocità. Supero indenne la buia, piccola galleria e, dopo il saluto incoraggiante di Massimo-Freezone, che, non so come, mi ha individuata in mezzo a quel fiume in piena, arrivo al bivio per Cisano sul Neva. Uno strappetto e un lungo falsopiano prima della salita di Arnasco pongono fine al grande incubo. La folla dei ciclisti, a questo punto, si è ridotta notevolmente e posso continuare con più tranquillità. Ciononostante, al ponticello sul torrente Neva, mi ritrovo imbottigliata con decine di colleghi. Qualche minuto di attesa e, quindi, inizia l’ascesa. La prima salita è quella di Costa Bacelega, che alterna tratti più decisi a falsopiani, passando tra i borghi di Arnasco ed Onzo. 

Che bello pedalare in mezzo agli ulivi!

Lo squillante saluto di Bruno, sopraggiunto nel frattempo, mi distoglie all'improvviso dai miei pensieri. Che piacere sentire una voce familiare in mezzo a tutti quegli accenti “stranieri”! Premuroso come sempre, si informa sul mio stato psico-fisico e mi dà qualche indicazione sul percorso, ma, come arriva la discesa, si lancia come un razzo e scompare alla mia vista, lasciandomi lì a frenare ad ogni curva. Non c'è niente da fare, in discesa sono proprio un disastro: tiro i freni e mi ritrovo sola soletta. Però, che bella questa stradina che scende a stretti tornanti tra i muretti a secco e le immense distese di ulivi … Forse è una fortuna che sia rimasta sola; non oso immaginare il casino che avrei combinato scendendo da qui in compagnia di centinaia o anche solo decine di ciclisti. Nel successivo tratto di pianura arriva a fagiolo un bel trenino che mi porta all'imbocco della seconda salita, quella di Ligo e Casanova Lerrone, lunga 8 km e un po' più tosta della precedente. Comincia a far caldo sul serio, adesso, ma le gambe girano ancora bene, tant'è che, piano piano, riacchiappo qualcuno di quelli che mi avevano lasciata indietro in discesa, tra cui il mitico Bruno, e con i quali sarà tutto un tira e molla fino al Testico: loro mi seminano in discesa ed io li ripasso in salita. Anche oggi, come a Cecina, non riesco a mangiare, ma questo è un percorso più impegnativo e non posso rischiare di andare in crisi di fame. Approfitto di un tratto in falsopiano, prima di quella che intuisco essere la salita a Testico, per ingoiare un boccone di crostata. Finalmente, una salita degna del suo nome. 

Non è lambrusco ...

Il caldo è asfissiante, mi sfianca un po’, ma le gambe rispondono ancora bene. Sul ciglio della strada, ciclisti distesi a terra o seduti con la testa tra le mani, in preda a crampi e a malesseri vari. Ad un certo punto mi imbatto in Mirko, che, dopo aver centrato una buca, si è ritrovato con una ruota sbilenca ed il compiuterino di bordo, sbalzato dal supporto a seguito dell’urto, ormai fuori uso. 

Bruno sorride sotto i baffi ... le salamelle sono vicine

Percorro un tratto di strada con lui e con Bruno; poi mi distraggo e, all’improvviso, mi accorgo di essere rimasta sola. Saranno andati avanti o rimasti indietro? Scollino e arrivo al “salsiccia party”. Do una rapida occhiata in giro, ma non riesco a scorgerli. Vabbè, continuo da sola, tanto a me la salsiccia non andrebbe giù neanche a spingerla con la forza, mentre sono certa che Bruno non saprà resistere al canto delle sirene. Grande Bruno, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo! 

Felicità, è un bicchiere di vino con un panino la felicità ...

M’involo, pertanto, nella bella discesa verso Stellanello, con un po’ di attenzione in più. A quest’ora avranno dato via libera al traffico e non vorrei finire incollata al parabrezza di qualche vettura. Invece, a parte un’Ape, non incontro nessuno. Vuoi vedere che alla popolazione indigena è stato raccomandato di uscire in macchina solo in caso di necessità? E qui accade quel che temevo. Mi ritrovo sola e controvento ad affrontare gli ultimi piatti chilometri che precedono la salita a Colla Micheri, dove è stato posto il traguardo. Pedalo ad una velocità indecente per qualche minuto, sperando nella divina provvidenza, che non tarda a manifestarsi. Alle mie spalle sopraggiunge un piccolo trenino e mi ci infilo sollevata. La locomotiva è un ciclista non più giovanissimo, eppure marcia a 35 km/h anche col vento contrario. Niente da dire, i maschi sono comunque sempre più forti. Ormai ci siamo, ecco la curva secca a sinistra e gli ultimi 2 km di salita al piccolo, antico borgo che domina Laigueglia. Una ragazza mi supera in volata proprio sotto il gonfiabile dell’arrivo. Ma dove vai? 2136 o 2137 che differenza fa? Non c’è nessun altro in giro. Chissà che fine hanno fatto gli altri miei compagni. 
L'espressione incredula della Patty ... dài, ormai è fatta. Bravissima!

Riusciamo a riunirci al pasta party proprio durante le premiazioni. Francesco e Riccardo, sono entrambi quinti di categoria. Tenendo presente che al percorso di oggi, essendo unico, partecipavano anche quelli che di solito si cimentano su quello lungo, il loro risultato è eccezionale. Bravissimi anche Luis e Massimo, che hanno corso insieme e, pur essendosi divertiti e straffogati ai ristori, hanno realizzato comunque una buona media. E' andato forte anche Roberto, il nostro simpatico capitano. Bruno e Mirko hanno invece pagato i loro peccati di gola, ma senza dubbio sono quelli che hanno tratto maggior godimento dalla manifestazione sportiva. E che dire della Patty? Ha superato se stessa, portando a termine la sua gara nonostante i crampi, resistendo stoicamente sul Testico e conquistando la sua bella 2324^ posizione. Complimenti!!! L'acquazzone all'uscita dal pasta party ci coglie di sorpresa, ma non ci impedisce di finire splendidamente la giornata con un'altra grande abbuffata. 

Ed ecco i nostri tempi:

Riccardo:  3:14:23
Francesco: 3:20:30
Luis:  4:01:26
Roberto:  4:22:44
Emanuela:  4:38:59
Mirko:  5:02:18
Bruno:  5:02:55
Patty:  5:04:14


giovedì 8 marzo 2012

04/03/2012: GRAN FONDO VAL DI CECINA (Toscana) così come l'ho vissuta io (km 87 – 1.050 metri di dislivello)

Sono a Cecina, in Toscana, con l’allegra brigata dell’Asd O.M.P.G., per la prima gara ciclistica di stagione. Ebbene sì, dopo tre anni di assenza, mi ributto in pista. Il ritrovo è in Corso Matteotti. Mancano 50 minuti alla partenza quando entro nella gabbia dei leoni, ma il tempo passa in fretta, tra una battuta e l’altra con il capitano, alias Roby il Barbaro (così chiamato per la sua somiglianza con Attila, dopo essere stato fotografato con due lunghe corna di bue all’ultima “riunione”), una pasta d’uomo, già in menopausa e in preda a vampate di calore che lo portano a gareggiare con maglietta e calzoncini, mentre io sembro pronta per una spedizione al Polo Nord. Ci sono anche Luis il Moro, simpatico chiacchierone, nonché competente e informatissimo meccanico di bici, che ne sa una più del diavolo e che attacca bottone con tutti; Mirko, che stamattina ha fatto felici tutti, offrendo una, pare, squisita e dagli effetti miracolosi, torta di mele preparata da sua moglie e che non ho fatto in tempo ad assaggiare. Da che sono entrata in questo gruppo ho capito una cosa fondamentale: le opportunità vanno colte al volo. Infine Federico, alla sua prima gara, ma, all’apparenza, tranquillo, tranquillo. Nella griglia davanti alla nostra, quasi in pole position, ci sono Francesco, la “moto” e Riccardo “la gazzella”; e non serve aggiungere altro. Poco prima della partenza anche Bruno, il nostro paziente presidente e coordinatore, che suda sempre le fatidiche sette camicie per ottenere un minimo di disciplina da questa sorta di Armata Brancaleone, passa a farci un “in bocca al lupo”, prima di scendere in coda al serpentone, in quanto oggi partirà con il n. 1545. Infatti i partecipanti alla competizione sono circa 1800, di cui circa 500 affronteranno il percorso lungo di 130 km e 2200 metri di dislivello. Ci sono soltanto 11 gradi stamattina e il cielo è nuvoloso. Speriamo che tenga. Non sono per niente tesa, del resto non devo fare altro che pedalare, cercare di sopravvivere fino al traguardo e arrivare nel tempo limite. Non ho aspettative di vincita e nemmeno di essere tra le prime di categoria. Intorno a me un mucchio di giovani, agguerrite cicliste. Penso che potrei benissimo essere la mamma di molte di loro. Mi sento un po’ fuori posto. Che ci faccio io qui? Di preciso non lo so. Mi sono iscritta d’impulso a ben due circuiti:  il Giro delle Regioni e la Coppa Lombardia. Forse la voglia di giocare ancora un po', forse perchè, visto che mi piace pedalare, tanto vale farlo per un obiettivo, ma penso che, più di ogni altra cosa, in questa decisione abbia influito lo spirito con cui partecipano alle gare i “ragazzi” del mio nuovo gruppo. E’ vero che tutti gareggiano, se non per vincere, almeno per dare il meglio di sé, e così pure io, anche se poi arrivo ultima, ma alla fine lo si fa soprattutto per divertirsi, animati da una passione che ci accomuna, facendo insomma qualcosa che ci piace, tant’è che a gara conclusa le classifiche e i tempi per noi passano in secondo piano e altri bisogni, più materiali e immediati, prendono il sopravvento, donandoci altre e ben più gustose soddisfazioni. Adesso, però, vorrei proprio partire. Ecco ci siamo, finalmente. Squilli di trombe e rulli di tamburi. I cavalli scalpitano, le griglie si aprono, lo speaker dà lo start. Pronti, via, si parte. 1800 paia di tacchette si agganciano ai pedali con un suono metallico, 1800 bip sul tappetino e poi più nulla. Non sento più nulla, se non il fruscio delle gomme sull'asfalto, i battiti sordi del mio cuore e il mio respiro affannato. La velocità è impressionante. Nei primi due chilometri di pianura mi supera mezzo mondo, eppure sto pestando come una forsennata sui pedali, tanto che arrivo all’imbocco della salita per Guardistallo con le gambe già inchiodate. Sembra che tutti se la cavino meglio di me e, pur senza voltarmi indietro, ho la sensazione di essere il fanalino di coda. Non mi perdo d'animo, anche se, la partenza a freddo, il fatto di non conoscere il percorso e di non sapere cosa mi aspetti, non giocano a mio favore. Cerco di salire con passo regolare, ma il ritmo è molto superiore a quello cui sono abituata. Le gambe fanno male, però, piano piano, recupero qualche posizione. Scollino dopo circa 9 km. Questa è la prima “asperità”, se così la si vuol chiamare, del percorso. Da qui in avanti è tutto un saliscendi spezzagambe. Non sono allenata per questi continui cambi di ritmo, per queste pseudo salite e pseudo discese, dove si deve sempre e comunque pedalare. Però, ad un certo punto, trovo l'ispirazione: metto il rapporto lungo, prendo la rincorsa in discesa e mi lancio sulla salita successiva; e poi ancora giù e di nuovo su, come sulle montagne russe. Comincio a divertirmi e ad accorgermi del paesaggio che mi sta intorno. Recupero altre posizioni e, durante un tratto in pianura, riesco persino ad agganciarmi ad un trenino che marcia ad una velocità perfetta per me. Non ci posso credere! Infatti, dopo pochi minuti, un rumore sospetto alla ruota anteriore mi costringe a fermarmi. E' la solita ruota che da un mese a questa parte, nelle lunghe uscite domenicali, sistematicamente si buca. Per evitare che accadesse anche in gara, avevo cambiato il copertone e la guaina, ma, a questo punto, mi viene da pensare che abbia il malocchio. Beh, ormai mi devo rassegnare. La mia corsa finisce qui. Mi ci vorranno almeno 15 minuti per sostituire la camera d'aria e, comunque, adesso mi è passata la voglia di gareggiare. Passo il dito sulla gomma e la sento ancora bella turgida e gonfia. Perchè non va a terra? Provo a ripartire e il rumore si ripete. Ma che accidenti le prende? Ispeziono con cura la ruota e mi accorgo che un involucro di plastica trasparente, tipo quelli delle crostatine, non so come, si è incastrato tra il pattino del freno e la ruota. Mavaffan … Però che sollievo! Evvai, posso ripartire. Peccato che mi superi la macchina di fine gara e che, proprio prima di salire a Castagneto Carducci, il vigile dia il via libera ad un pullman puzzolente e a tutta una coda interminabile di vetture che mi accompagneranno su, per oltre 2 km, fino al paese. Scongiurata la morte per asfissia, procedo, poi, in falsopiano, per una manciatina di chilometri. Mi supera un giovanissimo ciclista e mi metto a ruota fino all'inizio della salita di Monteverdi, bella, dolce, in mezzo al verde. Sorpasso alcuni ciclisti in evidente difficoltà. Adesso che le gambe si sono scaldate, riesco a salire con più scioltezza quest'altra “asperità” di circa 10 km. La strada continua, quindi, in falsopiano. Sono sempre a ruota del ragazzino e di un ciclista più “maturo”. Al ristoro loro si fermano, io tiro dritto. Stranamente non ho nè fame nè sete, né caldo né freddo. Non provo più nulla. Sono diventata insensibile. Penso solo a pedalare e ad arrivare. Scendo a Canneto, dove c'è la deviazione a destra per il percorso lungo. Io giro a sinistra e continuo a scendere. Intorno al 50° km, un meteore mi passa accanto alla velocità della luce: è Bruno, il presidente. Accipicchia, non riesco ad agganciarlo. Generosamente rallenta, mi aspetta e, premurosamente, mi chiede se va tutto bene. Procediamo insieme, poi, lungo un interminabile rettilineo. Soffia un vento spietato, ovviamente contrario. Si accodano altri ciclisti. Bruno propone ai colleghi di darsi il cambio e così i poveri diavoli, visibilmente affaticati, si alternano alla testa del gruppetto. Io ignobilmente mi defilo, … non potrei mai tirare a 35 km orari come loro, neanche col vento a favore, non ci provo nemmeno, e col mio passo arriveremmo al traguardo a notte fonda.
Ecco il bivio per Pozzatelli. Bruno, con delicatezza, quasi con timore, mi informa che tra poco ci troveremo davanti un “muro” e mi indica un cartello giallo. Ci sarà scritto “qui inizia l'inferno” come allo Zoncolan? No, ci informa che la nostra ultima sofferenza durerà soltanto 3 km. Ognuno salirà col proprio passo. Mi metto d'impegno e dò tutto quello che mi è rimasto. Ormai, mi dicono, siamo sulla dirittura d'arrivo. Riusciamo, Bruno ed io, a scollinare insieme e insieme ci fiondiamo nella lunga “discesa” (davvero non riesco a chiamarla così) di 12 km. Ancora un paio di bivi, ancora un ultimo sforzo sul rettilineo di Cecina e passiamo in volata sotto lo striscione dell'arrivo. Il bip del tappetino segna la fine della nostra immane fatica. Grazie Bruno, sei un grand’uomo! Bello? Sinceramente non lo so. E' un percorso molto veloce, tanto veloce che il tempo è letteralmente volato, ma la velocità non fa per me. Però, nell’insieme è stato divertente e, alla fine, che sorpresa! Non ero proprio il fanalino di coda, ma la 928^ su 1013 arrivati e un bel numero di ritirati. Nella classifica generale femminile, 45^ su 64. Beh, tutto sommato non è andata così male come pensavo; tra l'altro ho realizzato una media che non credevo possibile: 26 km/h. Per qualcuno potrà sembrare ridicola, ma per me è un risultato insperato. In compenso ho accumulato tanta di quell’adrenalina da averne a sufficienza anche per la settimana a venire. Per la cronaca: Francesco 2° di categoria e Riccardo 8° (entrambi a circa 8 minuti di distacco dal primo assoluto). Per Federico uno splendido esordio: ha bagnato il naso anche a Luis, Mirko e Roberto, che, comunque, hanno fatto un’ottima prestazione. Insomma .. una bella soddisfazione per tutti quanti. Salvo imprevisti, ci si rivede a Laigueglia il prossimo 25 marzo.


mercoledì 7 marzo 2012

11/12/11: Da Riva del Garda al Lago di Ledro (4° giorno) (30 km tra andata e ritorno – 600 metri di dislivello in mountain bike)

La pista ciclabile da Torbole a Riva del Garda corre a pochi metri dalla sponda del lago 

Come sempre, il tempo scorre inesorabile e siamo già arrivati all’ultimo giorno di vacanza. Con le poche ore che abbiamo a disposizione, decidiamo di salire al Lago di Ledro. Un percorso che io immaginavo molto facile e anche alla portata dei ragazzini, ma che, alla fine, rivelerà le sue piccole insidie. Ormai la pista ciclabile da Torbole a Riva del Garda la potremmo fare ad occhi chiusi, ma sarebbe un vero peccato, perché è troppo bella e non mi stancherò mai di passarvi. 

La vecchia strada del Ponale che collega il lago di Garda al lago di Ledro

Anche la vecchia e splendida strada del Ponale, già ampiamente descritta in altro post, non  ha più segreti per noi. 


Invece, giunti al bivio per Pregasina, che questa volta ignoriamo, continuiamo a salire, tenendo la destra, per circa 2 km facili. Usciamo, quindi, sulla strada principale, proprio in corrispondenza della fine di una galleria, e proseguiamo ancora per 300 metri su asfalto. 


Prendiamo, poi, la strada sterrata che si stacca a sinistra, la quale attraversa, per circa 6 km, piccoli boschetti, costeggiando un ruscello che scende a valle tra massi ricoperti di muschio verde. 


La pendenza è abbastanza dolce, ad eccezione di alcuni strappetti al 20%, in prossimità dei quali c’è un cartello che consiglia di salire con la bici a mano e che noi snobbiamo ridendo. Attraversiamo Prè e, appena fuori dal paese, lasciamo a destra la strada principale per imboccarne un’altra più stretta e impervia. 


Questi sono gli ultimi 2 km più impegnativi, con una rampa di circa 200 metri verso la fine ad una pendenza che non so quantificare, perché il Garmin non è stato in grado di rilevare. Superata Molina, ci troviamo sul lungolago di Ledro, ovviamente deserto in questa stagione. 


Una strada fa il periplo del piccolo bacino, ma oggi non abbiamo tempo a sufficienza per percorrerla e ci rassegniamo a rientrare. Dietro front! Stesso percorso fatto all’andata, ma, anziché riprendere la bella strada a fianco della galleria, abbiamo la malaugurata idea di tornare a Riva attraverso un ripido sentiero, che poi scopriremo essere solo pedonale, roccioso e a gradoni. 


A questo punto, però, indietro non si torna. Bici in spalla e, con grande fatica e non poca difficoltà, sbuchiamo di nuovo sulla vecchia strada del Ponale. 


Scendiamo gli ultimi chilometri con calma, per goderci ancora per qualche istante il magnifico panorama lacustre e, infine, quando la luce del giorno comincia a spegnersi, un po’ a causa delle nuvole e un po’ perché a dicembre la notte arriva molto presto, ripercorriamo a ritroso la pista ciclabile fatta al mattino, con un po’ di malinconia per questa vacanzina che ormai sta per volgere al termine.




martedì 6 marzo 2012

10/12/2011: da Riva del Garda alla Capanna Grassi (3° giorno) (45 km – 1.050 metri di dislivello in mountain bike)

La pista ciclabile che da Torbole conduce a Riva del Garda


Ne beccassimo una giusta! Anche stavolta sbagliamo pista ciclabile. 

Panorama dalla pista ciclabile che da Riva conduce ad Arco

Partiamo con tutte le buone intenzioni, come sempre. Abbiamo studiato bene il percorso sulla cartina, che comunque portiamo sempre con noi per poterla consultare in caso di necessità, ma, non si sa come, da Riva, imboccando la pista ciclabile per Varone, finiamo di nuovo ad Arco, completamente fuori zona. Vabbè, visto che la nostra meta successiva è Tenno, ci arriviamo via Chiarano e Varignano. 

Tenno
Un’occhiata al maestoso castello e al borgo medievale e poi prendiamo la strada a sinistra, per un tratto sterrata, che, dopo una breve discesa, sale a Pranzo. 

Pranzo
Adesso ricordiamo. Siamo passati di qua la scorsa Pasqua per raggiungere il lago di Tenno, ma salendo attraverso sentieri e mulattiere. Dopo il semaforo del senso unico alternato di Pranzo e dopo un paio di tornanti, incontriamo il bivio a sinistra per Campi. Continuando a destra, invece, si arriverebbe al lago di Tenno. 

La strada per Campi che taglia a mezza costa la montagna
La strada per Campi aggira la montagna e s’infila in un’altra valle, dove finalmente il sole riesce a fare capolino tra le cime più basse delle montagne. Due chilometri e arriviamo al piccolo villaggio sperduto tra i monti; anche oggi siamo finiti in c… ai lupi! 


Da Campi la strada si restringe e sale per 4,5 km in mezzo ai boschi con una pendenza costante del 10% circa, eccetto qualche punta all’11-12%. Non ci sono rampe spezzagambe e il paesaggio attorno a noi è una favola già in questa stagione, con gli alberi spogli e il fogliame secco ai bordi della strada. Chissà che meraviglia questi posti in primavera o in estate! La carreggiata si restringe ancor più man mano che si sale; sarà larga poco più di due metri, ma per fortuna non passa nessuno. E’ inverno, chi vuoi che venga quassù se non due svitati in bici? 


Il panorama, più si sale e più diventa grandioso. Scatto qualche fotografia, pur sapendo che non renderanno l’idea di quel che vedono in realtà i miei occhi. Un chilometro prima della Malga Grassi la strada diventa sterrata e la pendenza si assesta su un comodo 5-6%. 

La malga Grassi
Di fronte a noi una bella parete rocciosa. Sulla cartina leggo “Mazza di Pichea”. Mah, questi nomi non mi dicono proprio nulla! 
La malga si trova in uno stretto alpeggio, circondato sui tre lati da alte montagne. 


Continuiamo su per un sentiero fino alla Capanna Grassi, dove d’estate si può mangiare la polenta, mentre oggi, ovviamente, è tutto chiuso. 


Dopo qualche saliscendi nei prati, ci infiliamo nel bosco e scendiamo verso Campi e Riva, ma subito iniziano i guai. Alcuni abeti sono stati abbattuti e abbandonati sul sentiero. Poco male, a piedi riusciamo a passare. 


Risaliamo in sella, pochi metri e poi siamo di nuovo costretti a scendere a piedi. Il sentiero è ripidissimo. Grossi massi sbucano da un alto strato di fogliame che nasconde altre insidie. Non è possibile scendere in bici da qui, eppure ci sono dei cartelli che indicano il contrario. Ma chi può essere tanto pazzo? Comunque, noi ci facciamo almeno un paio di chilometri a piedi e con non poche difficoltà. 


Quando la pendenza si attenua e le pietre rimpiccioliscono, risaliamo in sella, finchè non troviamo un bel tratto in bitume che ci scodella su una stradina asfaltata nei pressi di Campi. 


Svoltiamo a destra e imbocchiamo il sentiero della Pinza, bellissimo e veloce, che scende a Riva del Garda, più o meno ripido, un po’ bitumato, un po’ sterrato e con una vista spettacolare sul lago. 


Gli ultimi 2-3 km in bitume sono da capogiro. Il Garmin mi segna pendenze tra il 20 e il 33%. Mi ricordo che la scorsa primavera avevo tentato di salire nel senso inverso, ma, pur tenendo il busto chinato sul manubrio per spostare il peso del corpo in avanti e favorire una maggior aderenza del copertone al terreno, la ruota anteriore si staccava dal suolo e le gambe gridavano pietà. 


Arriviamo a Riva quasi al tramonto. Che meraviglia le vie del centro storico con le luminarie di Natale! 


Riva è una bella cittadina, mi piace tantissimo e in questo periodo ancora di più.


Così come mi piace la pista ciclabile che costeggia il lago fino a Torbole, tra incantevoli stagni e giardini con alberi secolari. Nell’acqua galleggiano eleganti cigni e intere famiglie di anatre. 


Tra l'altro, su tutto l’alto Garda è vietata la navigazione alle barche a motore, per cui durante il giorno ci sono soltanto le vele che scivolano veloci sulla sua superficie e tutto l’insieme dà un senso di pace e tranquillità. 


Senza dubbio un luogo ideale per rilassarsi e rigenerarsi.



09/12/2011: da Torbole a Padaro-San Giovanni al Monte (2° giorno) (35+10 km – 1.050 metri di dislivello in mountain bike)


Il bello delle nostre uscite sul Garda è che si parte con l’idea di andare in un posto e, poi, immancabilmente, si finisce in tutt’altra zona. Del resto un luogo vale l’altro: è tutto territorio da esplorare e sempre, comunque, incredibilmente bello. Così, da Torbole, partiamo alla volta di Arco, attraverso la tranquilla pista ciclabile che costeggia il torrente Serchia. Cinque chilometri e siamo già ai piedi dell’imponente castello che domina la cittadina dall’alto di una rupe. 


Ci immettiamo sulla strada principale e giriamo a sinistra, passando davanti alla chiesa e all’ospedale. Continuiamo diritto verso Chiarano, dove un cartello di legno, con il simbolo della bicicletta e una freccia, ci indica la direzione per Padaro-S. Giovanni. Ci inoltriamo nei vicoli stretti del vecchio borgo e, quindi, ci inerpichiamo su per una ripida mulattiera delimitata da muretti a secco. Tutt’attorno ulivi a perdita d’occhio. La pendenza aumenta considerevolmente; raggiunto il 24%, il Garmin entra in agitazione e va in tilt. Ed in tilt ci vado pure io, quando mi avvedo del terribile pavè che ricopre la sede stradale, questo ancora peggiore di quello di ieri. Come se non bastasse, subito dopo una curva a destra, mi si para davanti un muro impressionante, che a me sembra insormontabile: a spanne sarà almeno un 30%. No, no, non ci penso nemmeno. Piedi a terra senza tanti tentennamenti. Spingo con grande fatica il mio pesante cancello per un centinaio di metri e poi risalgo in sella. Poco dopo giungiamo all’incrocio con una bella strada asfaltata. La salita da Chiarano fin qua è lunga soltanto un chilometro e mezzo, ma a me è parsa interminabile. Procediamo a destra per un altro chilometro, lungo un ripido rettilineo e, dopo un’ampio curvone a sinistra, giungiamo a Padaro: quattro case circondate da uliveti e vigneti. La strada spiana per poche decine di metri e si restringe, salendo, poi, a tornanti per altri 9 km, con una pendenza costante del 10% (salvo alcuni strappi al 12-13%, soprattutto negli ultimi 2-3 km). Intorno a noi alte pareti rocciose e boschi rinsecchiti. In lontananza il lago di Garda, sempre più piccolo. 


Dopo 4-5 km, la strada cambia direzione e si inoltra decisa verso l’interno della valle. Procediamo, adesso, lungo il fianco della montagna, paralleli al fiume Serchia, con la differenza che lui scorre 7-800 metri più in basso. Di colpo la strada riprende a salire a tornanti, via via sempre più ripidi.



Passiamo attraverso un bosco da favola e una verde pineta. Abbiamo ormai superato i 1000 metri di quota e l’aria è frizzante, ma ce ne accorgiamo soltanto quando arriviamo alla chiesetta di S. Giovanni, dove ci fermiamo giusto il tempo per mangiarci un panino. 


Riprendiamo, quindi, la via del ritorno. La discesa è meno dolorosa del previsto e il freddo non è così pungente come immaginavo; soffro meno scendendo da qui che pedalando in pianura, a casa mia. Evidentemente, la vicinanza del lago influisce sul clima di queste montagne, mitigandone le temperature  e permettendo, anche nei mesi invernali, di affrontare lunghe discese senza rischiare di arrivare a valle ibernati. E così, in men che non si dica, siamo ad Arco. E’ presto e c’è tempo per curiosare un po' tra i mercatini di Natale. 


E’ bella l’atmosfera che si respira in questi paesi sulle sponde e nei pressi del lago di Garda. E’ stata una piacevole sorpresa. Ogni Comune ha dato il meglio di sè per offrire ai turisti, grandi e piccini, momenti magici, utili a farci dimenticare per un po’ le conseguenze amare della manovra varata dal nostro Governo in questi giorni.


Dicembre 2011: Strappi e picchiate sulle sponde del Garda - 08/12/2011: in mountain bike da Torri del Benaco a S. Zeno di Montagna (1° giorno)

(18 km – 600 metri di dislivello in mountain bike)


Visto che quest’anno l’inverno tarda ad arrivare, cosa che a me non dispiace affatto, perché non sfruttare il “ponte” dell’Immacolata per le ultime scorrazzate in mountain bike sul Lago di Garda? Detto, fatto! Siamo a Torri del Benaco, sulla sponda veronese del grande bacino. Per oggi mi accontenterò di un giro breve, giusto per sgranchirmi le gambe e ritrovare un po’ di familiarità con la mia vecchia mountain bike, sulle antiche vie che collegano piccole contrade. Partiamo dal grande parcheggio davanti al castello scaligero di Torre del Benaco e ci immettiamo sulla Gardesana veronese. E’ una bella giornata di sole, ci sono ben 15 gradi. Ohibò, un ciclista in maglietta e calzoncini .. avrà esagerato lui oppure io con il mio abbigliamento da spedizione polare? Forse entrambi. Una cosa è certa, oggi mi farò una bella sudata! Al semaforo svoltiamo a destra e iniziamo a salire per Albisano, ma, dopo circa cento metri, prendiamo una stradina asfaltata che si stacca a sinistra, seguendo le indicazioni per Coi e Loncrino. 


La pendenza, intorno al 20%, è una vera rasoiata per i miei poveri garretti da ciclista prevalentemente di strada, i quali non hanno ancora avuto la possibilità di riscaldarsi. Mi auguro che la sofferenza duri poco. Invece un’amara sorpresa mi aspetta dietro l’angolo: un orribile pavè! La bici rimbalza sulle pietre, il mio equilibrio è molto precario e la ruota anteriore tende a staccarsi dal suolo. Piego il busto in avanti sul manubrio per ottenere una maggiore aderenza dei copertoni e spero che questa tortura finisca presto, ma faccio l’errore di alzare gli occhi dopo una curva. Argh ... non vedo la fine della salita. E’ un attimo, perdo fiducia in me stessa e metto il piede a terra. Poi mi pento, mancavano soltanto 20 metri e potevo resistere. Purtroppo quando non si conosce il percorso si pensa sempre al peggio. Arriviamo nei pressi di una fontana, che lasciamo alla nostra destra, e poi ad un bivio. Provvidenziale l’arrivo di un pescatore che ci spedisce su per la rampa a destra, anche se io avrei preferito scendere a sinistra. Un altro bivio, ma noi sappiamo di dover continuare a sinistra, finchè la strada diventa sterrata e successivamente sentiero. 


Pedaliamo tra lago e montagna, attorniati da centinaia di ulivi. Proseguiamo, poi, all’interno di un fitto bosco, facendo attenzione alle insidie che si nascondono sotto il fogliame. Risaliamo, quindi, a piedi quello che sembra il letto di un torrente asciutto, superiamo un altro paio di punti difficili e poi, finalmente, arriviamo alla contrada di Crero, un pugno di case in pietra affacciate sul lago. 


Dopo una breve sosta, ci inerpichiamo su per una stradina che serpeggia fra le antiche case della borgata. La pendenza è del 24%, ma ce la faccio; procedere su asfalto, seppur grosso e un po’ sconnesso, è meno difficoltoso. Andiamo avanti così per un lungo tratto, poi la strada “spiana” al 15% per impennarsi, poco più avanti, di nuovo al 24%. 


Da Crero ci fanno compagnia quattro giovani bikers. Procediamo insieme su bitume con grande fatica; questa rampa non finisce più. Uno alla volta i baldi giovanotti gettano la spugna. Io soffio come uno stantuffo, ma non voglio mollare. Mi infilo in una via laterale piana, propizia per recuperare fiato e poi continuo, piano piano, fino alla contrada Schena di S. Zeno. 


Siamo all’incrocio con la strada principale che scende ad Affi. Ne percorriamo una manciata di chilometri. Poi, al bivio per Albisana, svoltiamo a destra e, attraverso tranquille stradine che s'insinuano tra uliveti e vecchie case, perdiamo velocemente quota, ritrovandoci, poco dopo, nuovamente sul lungolago di Torri del Benaco. 


Ecco, questo è stato soltanto un assaggio di quello che può offrire il lago di Garda, perché qui c’è veramente tanto da scoprire.